UTORI VARI.
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La vita italiana nel Risorgimento.
Volume 4: dal 1849 al 1861.
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1901. R. Bemporad & figlio, Librai - Editori, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber" http://www.liberliber.it/
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PARTE PRIMA.
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STORIA.
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Federazione e Unit. ERNESTO MASI.
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Gli eroi della Rivoluzione. FRANCESCO S. NITTI.
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Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia di San Martino. POMPEO MOLMENTI.
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Il Re galantuomo. DOMENICO OLIVA.
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FEDERAZIONE E UNIT.
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CONFERENZA DI ERNESTO MASI.
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Il 18 febbraio 1861 s'adun per la prima volta in Torino il Parlamento dell'Italia - "libera ed unita quasi tutta," - come >disse con voce sonora Vittorio Emanuele, e sento ancora nell'orecchio e nel cuore quelle parole e lo scoppio di grida entusiastiche, con cui furono accolte.
Pochi giorni dopo, il 17 marzo 1861, fu promulgata una legge d'un solo articolo: "Il re Vittorio Emanuele secondo assume per s e suoi successori il titolo di Re d'Italia".
Nel presentarne il progetto ai deputati, il Conte di Cavour scriveva nella relazione, che lo precede: "un gran fatto s' compiuto; una nuova ra incomincia!"
E il relatore parlamentare, Giambattista Giorgini: "ci sono delle oasi nei deserti della storia, diceva, ci sono nella vita delle nazioni dei momenti solenni, che potrebbero chiamarsi la poesia della storia; momenti di trionfo e d'ebbrezza, nei quali l'anima, assorta nel presente, si chiude ai rammarichi del passato, come alle preoccupazioni dell'avvenire.
"Rendiamoci una volta giustizia! Quanti sediamo su questi scanni, tutti abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo portato la nostra pietra al grande edifzio, sotto il quale riposeranno le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di Sant'Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colla canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella fede, che fece i soldati ed i martiri; qui i generali, che vinsero le nostre battaglie, qui gli uomini di Stato, che governarono le nostre politiche: di qui parta unanime dunque (un) grido d'entusiasmo; qui finalmente l'aspettata fra le nazioni si levi e dica: Io sono l'Italia!"
Enfasi magniloquente, che per era allora di stagione (adesso par di leggere una delle Epistole famigliari, varie o senili del Petrarca); enfasi, che allora altres, cosa insolita, era perfettamente esatta: il fatto grande e nuovissimo nella nostra storia, il sentimento di gioia suprema, che suscitava in tutti, dal re all'ultimo popolano, la presenza di tutti i principali uomini, che in tanti modi diversi vi avevano cooperato. V'erano tutti in realt. Non mancavano che Garibaldi e Mazzini.... Peccato!
Volle sottolineare tale mancanza il Brofferio, vecchio avversario del Conte di Cavour, accusandolo d'avere con questa legge usurpata un'iniziativa, che spettava tutta invece alla rappresentanza popolare. Il Cavour sent il colpo e fieramente lo par. "Tutti gli Italiani," rispose, "hanno avuto parte nel gran dramma del nostro risorgimento, ma mi sia pur lecito dirlo e proclamarlo con profonda convinzione; negli ultimi avvenimenti l'iniziativa fu presa dal governo del Re.... Fu il governo, che prese l'iniziativa della campagna di Crimea; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa di proclamare il diritto d'Italia nel Congresso di Parigi; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa dei grandi atti del 1859, in virt dei quali l'Italia s' costituita". Perci, concludeva con altre parole, anche l'iniziativa di proclamare l'unit nazionale spetta al governo del Re.
E perch no? Si millantava forse il Conte di Cavour? Senza quelle iniziative, tutte sue (e notate che tacque della campagna delle Marche e dell'Umbria) l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli sarebbe essa stata mai neppure possibile? Dell'unit nazionale non v'ha dubbio, il pi antico e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi era egli pure un grande coefficente di ci che ora accadeva, ma chi avrebbe potuto sul serio, nell'ordine dei fatti, paragonare l'opera del Conte di Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino allora?
Se non che il partito radicale e ultra-democratico, di cui in quel momento si facea interprete il Brofferio, avea sempre capito cos poco il Conte di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli si potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin dalla culla non era stato e ad ogni costo unitario, che, piemontese e monarchico innanzi tutto, sfruttava ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica dinastica del carciofo, e affrettava le annessioni e l'unit italiana con lo zelo del neofita, dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da un improvviso raggio di sole sulla via di Damasco.
Tuttoci, se fu detto o scritto in buona fede (del che  lecito per molti di dubitare)  stolto ed insipiente in sommo grado, e non merita altra risposta se non quella che mi rammento aver io stesso sentita dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista repubblicaneggiante, cui pareva aver trovato l'Achille degli argomenti contro la memoria del Conte di Cavour.
Passeggiavamo di piena estate in una campagna e dopo aver molto discusso: - Insomma, - sclam quel tale, - Mazzini credeva fino dal 1832 all'unit italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo  chi ha avuto ragione? - Senti; - rispose il Bonghi - se tu in questo momento dici: "credo che nevica," per certo dici una sciocchezza. Ma se seguiti a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come di solito, e tu vuoi vantarti: "vedete, se avevo ragione?;" ne dici un'altra, e son due. Per oggi basta! -
Cos  in realt, e lasciando stare ci che il Conte di Cavour abbia pensato e creduto in giovent, perch mai il giorno dopo Novara sarebb'egli stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe accaduto? Qual' la dottrina, che s'era salvata? quale il partito politico, che non fosse stato sconfitto, bench tutti avessero fatte lo loro prove? La grandezza maggiore, l'originalit vera del Conte di Cavour stanno appunto in quella piena libert di spirito, con cui pigli l'impresa italiana. Non una tradizione lo preoccupava, non un impegno settario lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava i suoi pensieri. Sentiva, e profondamente sentiva, tutta l'immensa miseria della vita italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto, che tre secoli di servit aveano arrecato al carattere nostro e perci pot procedere pi franco, pi sicuro, pi espedito d'ogni altro. La sua cultura era principalmente inglese e francese; i suoi viaggi erano stati tutti all'estero; l'Italia gli era  quasi ignota, e tuttavia essa era in cima d'ogni suo pensiero. Ci pure, direi, gli ha giovato. Gran parte delle incertezze di Massimo d'Azeglio, che avea vissuto a Roma, a Firenze, a Milano, a Napoli, gli proveniva dal conoscere troppo bene gli Italiani. L'audace confidenza del Conte di Cavour dal conoscerli poco; lo ha notato lo stesso Garibaldi. Non  un complimento per gli Italiani, ma sempre pi ogni giorno che passa la credo una verit! Per questo il Conte di Cavour fu tra gli Italiani un fenomeno cos straordinario. Non soltanto la potenza della mente lo singolareggiava fra tutti. Altri uomini di mente potentissima e per certi rispetti superiori a lui, non mancavano di certo all'Italia. Bens l'organismo stesso della sua mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la disposizione del suo spirito, il modo, con cui afferra, esamina, risolve ogni questione, che gli si presenti, tutto questo esser suo, cos fondamentalmente diverso anche dalle pi insigni variet dell'ingegno italiano, fa del Conte di Cavour un fenomeno; fa s ch'egli venga tardi sulla scena politica, che in sua giovent e durante la rivoluzione del 1848-49 rimanga un po' appartato, che nonostante la perspicuit somma delle sue idee e delle forme, nelle quali le espone, apparisca per molto tempo agli avversari politici, ed anche uh poco agli amici, una specie di enigma, a cui si cercano  mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane (il Brofferio e compagni lo chiamavano Lord Cavour) ora un reazionario, ora un municipalista; fa s che tra la stessa aristocrazia, donde usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello torbido e fuor di squadra, a Corte un Giacobino in ritardo e fra la diffidente borghesia liberale del Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare, un personaggio sospetto e da mettere in quarantena. Chi prima di tutti lo indovin e lo preconizz fu Vincenzo Gioberti, stato gi suo avversario politico, ma che gli rese giustizia con quelle parole del Rinnovamento Civile scritte nel 1851: "quel brio, quel vigore, quell'attivit mi rapiscono e ammiro lo stesso errore magnanimo di trattare una provincia, come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla dappocaggine di coloro, che ebbero la nazione in conto d'una provincia. Io lo reputo per uno degli uomini pi capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare al principe nell'opera di cui ragiono."
Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocch su questa qualit cos generica dell'ingegno, di cui a volte non sono privi neppur quelli che in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi poi ne sono per lo pi forniti a dovizia, anche su questa, dico, qualit generica dell'ingegno, bisogna intendersi. E quale propriamente fosse l'ingegno del Cavour niuno l'ha detto con pi finezza di Isacco Artom, uno dei suoi collaboratori pi modesti e pi intimi. "Egli non si proponeva mai," scrive l'Artom, "una mta immaginaria e inaccessibile, ma nel tempo stesso egli non si contentava mai di conseguire meno del possibile. Il suo sguardo non oltrepassava mai i confini del reale, ma il reale era pel suo genio orizzonte ben pi vasto, che non sia per gli altri uomini!"
Dio ci mand, o signore, il Conte di Cavour (diciamolo a costo di pagare cinquanta centesimi a Rabagas, come nella commedia del Sardou) Dio ci mand il Conte di Cavour, appunto perch la rivoluzione italiana non si perdesse pi ad almanaccare a priori di monarchia e di repubblica, di tradizioni storiche e di profezie letterarie, di federazione e di unit, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi, nei quali s'era malamente e le tante volte smarrita, uscisse finalmente dalla catalessi dei fanatici e dei solitari ed entrasse in un periodo di effettuale realt, contasse sul possibile ed anche sull'osare a tempo, ma non farneticasse pi sui milioni d'armati, che abbiano a sbucar di sotterra, su cataclismi, che abbiano a subissar mezzo mondo, su idealit vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di noi da farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli, che battono capate in ogni spigolo di muraglia, o eroi metastasiani che trinciano l'aria col brando, ma non confidano che nella clemenza delle stelle.

Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere d'un simile trapasso dal regno dei sogni a quello della realt i milioni di Arcadi e d'analfabeti, dei quali Pasquale Villari pot tirare una somma spaventevole anche quattordici anni dopo?
Quando il Conte di Cavour inaugur nel Piemonte quella politica di egemonia nazionale, che ha fatto l'Italia, non era forse nella sua mente alcun disegno preventivamente fissato con linee troppo rigide. Pei radicali e gli ultra-democratici ci costituiva la sua grande inferiorit rispetto a loro, e fu invece la sua originalit e la sua forza. Amava con passione la patria, e due cose tenea per certissime: l'impotenza del riformismo dottrinario e del rivoluzionarismo alla Mazzini, e la necessit che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione pubblica europea da imbrigliar esso la rivoluzione a vantaggio della sua politica e da poter trattare da pari a pari con la diplomazia, nonostante che il fine della politica piemontese fosse quello di stracciarle sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e rovesciarle il maggiore di que' suoi accomodamenti posticci del 1815, alla perpetuit dei quali, con una boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari di mestiere, era solita d'aggiustar piena fede.
Una cosa sola, del resto, m' sempre parso ch'egli, al pari di Carlo Alberto e di Cesare Balbo, considerasse come assoluta: la necessit di cacciar l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario, per, non  vero ch'egli del tutto lo respingesse. Nel 1856 vide a Parigi Daniele Manin, che gli divis il suo nuovo programma: "Indipendenza, Unit e Casa di Savoia." Lo giudic alquanto utopistico, ma gi i grandi risultamenti morali e politici da lui potuti ottenere nel Congresso di Parigi, avevano talmente slargate le sue speranze, che nell'anno stesso in un segreto colloquio col Lafarina il quale era tutto inteso, insieme col Manin, col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare su quel programma una Societ Nazionale da surrogare alla Giovine Italia del Mazzini: "ho fede, gli disse, che l'Italia diventer uno Stato solo e che avr Roma per sua capitale, ma ignoro se essa sia disposta a questa grande trasformazione.
".... Faccia la Societ Nazionale; se gli Italiani si mostreranno maturi per l'unit, io ho speranza che l'opportunit non si far lungamente attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno crede alla possibilit dell'impresa. Venga da me quando vuole, ma prima di giorno e che nessuno la veda e che nessuno lo sappia. Se sar interrogato in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegher come Pietro e dir: non lo conosco".
Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al suo arco e, contro il suo solito, si vant appunto d'aver cospirato colla Societ Nazionale nel suo  secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte, come associazione consentita dalle leggi, la Societ Nazionale fu pubblica; segreta invece nelle altre parti d'Italia, essa per non adott nessuna delle forme delle antiche stte, n sottopose gli adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare il programma: "Indipendenza, Unit e Casa di Savoia". E che una cospirazione politica, la quale si proponeva di raccogliere in una nuova concordia le sparse forze del paese e ai Mazziniani, in compenso della Monarchia, offriva l'unit nazionale, ai conservatori liberali, in compenso dell'unit, offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza dallo straniero, che una cospirazione politica, dico, dovesse contrapporre alle antiche stte un nuovo Credo molto determinato, si capisce bene.
Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour vincolarsi palesemente altrettanto? Non andr un anno poco pi, e all'ombra dei grandi alberi di Plombires sentir offrirsi l'alleanza francese e la guerra immediata a prezzo d'una confederazione di tre Stati sotto la presidenza del Papa.
E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli avesse rifiutato? A buon conto, da un progetto impossibile di confederazione uscirono Magenta e San Martino, e dalla guerra malamente troncata a Villafranca usc l'unit italiana.
Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte di Cavour, bens altri molti: "No; l'unit politica dell'Italia s' fatta malgrado il Conte di Cavour, e s' fatta perch l'unit era la grande, la vera, l'unica tradizione di tutta la storia italiana".
Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal pi al meno, siamo un po' passati per questa fisima; tutti, dal pi al meno, siamo colpevoli d'aver bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa fisima; alla quale si contrapponeva poi un'altra scuola, cattolico-liberale o razionalista e repubblicana, che nella storia d'Italia pretendeva invece a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo colpa a nessuno; forse anzi  un merito patriottico. Chi mai prima del 1859 poteva occuparsi di storia d'Italia senza un sottinteso politico? e questo sottinteso non dovea essere il programma del proprio partito? Perocch v'ha bens mia verit storica, ma purtroppo vi possono essere pure tante interpretazioni soggettive, quanti sono gli storici. Dio mi guardi dal dire che con la storia alla mano si possa ugualmente provare il s ed il no, ma certo  che nell'immenso arsenale dei fatti della storia si possono trovare argomenti per tutte le cause, armi offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe facile citarne esempi, specie fra gli scrittori di nostra storia contemporanea, italiani e stranieri. C' insomma una rettorica dei fatti e secondo il modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe  talvolta da credere, che si possano scrivere su documenti identici due storie di spirito diametralmente opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant, quando diceva: "Io ho dieci, venti, quarantamila fatti e posso valermene a volont". Vi pare scetticismo questo? No, signore.  servirsi della nostra ragione, poich Dio ce l'ha data, ed  partendo da questo savissimo scetticismo, nota un grande scrittore inglese, che la civilt moderna ha potuto correggere in parte quei tre massimi errori fondamentali, che, in passato, ci rendevano in politica cos ignavi, in scienza cos credenzoni, in religione cos intolleranti.
Nel caso nostro non c' in realt nella storia d'Italia, fino almeno alla fine del secolo diciottesimo, n una tradizione unitaria, n una tradizione federale.
Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo pi pigliano le mosse di lontano) oltre alla forma allungata della penisola, alla variet delle razze, che la popolarono, non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi diversi, tutti indizi repugnanti a unit, le antiche federazioni italiche, anteriori a Roma, e resistenti per tanto tempo alla sua conquista, l'esperimento tipico, vale a dire, la prima pietra angolare della tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere, non senza ragione, che quegli argomenti etnografici e morali non provan nulla, perch di troppe altre  nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la penisola, che il mar circonda e l'Alpe, compensa ampiamente colla salda certezza de' suoi confini i pericoli della sua configurazione. Quanto alle prime federazioni italiche, circondate, com'erano, di popoli nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche cosa, certo esprimevano piuttosto una rudimentale tendenza all'unit, la quale di fatto si comp col formarsi dello stato di Roma.
Se non che, come mai pu dirsi la vecchia Roma, la Roma dei classici, uno stato unitario nel senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dov lottare assai pi per conquistare l'Italia, che non tutto il resto del suo impero. In secondo luogo le citt italiane furono tutte a lei soggette in vario grado, con forme diverse, e tenute a freno con un sistema di colonie, che s'andava via via slargando e sempre col doppio intento d'impedire una rivolta e di difendere la citt dominatrice. N federazione quindi, n unita, ma soggezione pura e semplice, contro la quale le ribellioni furono molteplici e tremende, e sfido negare, come sogliono gli unitari, che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti Cristo, non esprimano una tendenza separatista, domata soltanto da un progressivo avviarsi alla dittatura.
Quanto all'Impero, esso non e pi Roma, ma la dominazione universale del mondo, e se, quando l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le grandi diocesi, nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno a cui si composero con lento lavoro le altre nazioni moderne, non  men vero che nella diocesi d'Italia appunto tale fatto non s'avver, perch il regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bens re in Italia, ma non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti sempre dietro al vano fantasma del cosmopolitismo romano, non consentirono mai che questo regno li unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi insieme perfettamente le due razze, quella degli indigeni e quella degli invasori. In Italia, invece, le due razze si contrastano ancora nell'et dei Comuni rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno per) dai feudatari dei castelli e dal popolo del Comune, e quindi entro il Comune stesso dai nobili e dal popolo, bench nelle costoro discordie n sempre le loro divisioni siano cos esatte, n sempre abbiano cos remote cagioni.
Per questo non si di tregua mai neppure a' Goti e a' Longobardi, i meno barbari fra i Barbari; per questo Leone terzo incoron in Roma Carlomagno, per impedire cio che mai sorgesse un regno d'Italia e potesse attecchire uno Stato unificatore.
Vi fu bens un regno meridionale; ma straniero d'origine, feudale di carattere, non ha che fare colle tradizioni romane: somiglia appunto ai grandi Stati, che si vengono formando in Europa, e non ha quindi alcuna azione sull'assetto, che l'Italia prende nel Medio Evo. Serve solo ad essere opposto ora dal Papa all'Imperatore, ora dall'Imperatore al Papa, finch diviene il titolo, il pretesto giuridico delle invasioni straniere e determina il fato della storia moderna in Italia da Carlo ottavo fino ai giorni nostri, fino a che Garibaldi, cio, lo manda a gambe levate. Non si assimila mai nessuna parte d'Italia. Federigo secondo, re di Puglia e Sicilia, non  in Toscana e in Lombardia se non l'Imperatore, il capo del partito ghibellino. Cos Manfredi, cos Carlo e Roberto d'Angi in Toscana, in Romagna, in Piemonte, non fondano mai nulla di proprio, non sono che capi di parte, combattono per la Chiesa e per l'Impero, entrano, vale a dire, nel sistema particolarista delle citt italiane, sistema frazionato all'infinito, nel quale non  traccia n di unit n di federazione, e a volte neppure di vero guelfismo papale o di vero ghibellismo imperiale, ma che nonostante, tra l'Imperatore assente e il Papa disarmato, si svolge con tale e tanta gloria, forza e potenza, da creare tutta una grande civilt nazionale, senza paragone possibile nel mondo d'allora e nei secoli seguenti. Troppo ce ne siamo scordati noi, soffocando questa vera tradizione italiana sotto un'unit formale, meccanica e burocratica, che ci diede tutti i guai, senza nessuna delle grandi e feconde energie d'un forte Stato unitario!!
Il frazionamento  ancora maggiore e non compensato di tanta virt operativa e di tanta gloria nell'et dei principati.
E se tuttoci  precisamente l'opposto d'una tradizione unitaria, forsech nell'et dei Comuni o in quella dei Principati apparisce mai l'indizio d'una vera tradizione federale? Si vorr ancora citare per l'et dei Comuni il giuramento di Pontida, a cui la Lega Lombarda preesisteva, mentre poi essa stessa non preluse ad alcuna stabile federazione, bens condusse la lega temporanea di tante citt, e dopo la stessa vittoria di Legnano, al Congresso di Venezia, in cui il Papa, capo della Lega, abbandon subito i suoi alleati per non pensare che a s, e alla pace di Costanza, in cui i Comuni riconobbero i diritti dell'Imperatore Romano e delle nuove franchigie ottenute si valsero per dilaniarsi peggio che mai fra di loro? Si ricorder ancora l'equilibrio di Lorenzo il Magnifico, che era tutto un artificio d'un grand'uomo politico, ma non si fondava che sulla sua sapiente destrezza e scomparve con lui? No; una vera federazione stabile, ordinata, nazionale, in Italia non c' stata mai n nell'et dei Comuni, n in quella dei Principati. Vi furono bens al tempo dei Comuni leghe umbre, toscane, lombarde, formate sempre a qualche intento speciale e quasi sempre sciolte prima che quell'intento fosse conseguito. Ve ne furono altre al tempo dei principati, ma l'interesse,  la defezione o il tradimento le sciolsero tutte, n bisogna nella d'Italia lasciarsi prendere dai miraggi, che a quando a quando vi compariscono. Nel secolo sedicesimo, per esempio, si direbbe che l'Italia stia per ordinarsi un momento sotto l'unit monarchica francese, o sotto la federazione di Cambrai, ma il miraggio scompare subito. Pu concepirsi di fatto un'unit politica sotto la mano d'un re straniero, o una federazione di stranieri e italiani contro la gloriosa Repubblica di Venezia? No. Per quanto si faccia, se si cercano nella storia d'Italia, prima della Rivoluzione francese, tradizioni unitarie o federali, non altro si trova invece se non le cagioni prossime o remote delle preponderanze straniere. N bisogna lasciarsi ingannare neppure dal sentire tanti scrittori e statisti, e diplomatici e guerrieri, e persino papi, Giulio secondo, Clemente settimo, Paolo quarto, parlar sempre di libert d'Italia. Per tutti (non vuolsi far loro colpa di ci che in gran parte  colpa dei tempi) per tutti libert d'Italia non significa gi l'Italia n unit, n federata, n libera dagli stranieri, bens che nessuno degli stranieri, i quali si contendono Napoli o Milano, prevalga all'altro, e sotto a questo concetto v' ancora un altro particolarismo, che sta pi a cuore anche dei patriotti migliori, dei pi elevati spiriti di questa o quella regione, vale a dire o che sia libera

Firenze, o che sia libera Milano, o che lo Stato del Papa non sia a discrezione n di stranieri n d'italiani: questo soprattutto che uno Stato italiano, per forza sua o d'alleanze non prevalga sugli altri, cosicch quando le ambizioni di Venezia si volgono alla terraferma, nessun straniero pare pi minaccioso di lei alla cosiddetta libert d'Italia, nessuna preponderanza  pi temuta e pi contrastata della sua.
Dopodich, nell'et degli Stati non solo non c' tradizione n unitaria, n federale, ma non c' pi politica propria di nessuna fatta. La politica d'ognuno di essi , a seconda dei casi e dei tempi, francese, spagnuola, austriaca, e il popolo italiano perde persino ogni coscienza dell'esser suo. L'Italia, che pur ha cos forti e spiccati segni d'individualit nazionale, essa stessa (molto prima che il Metternich lo dica) si lasci ridurre nell'et degli Stati un'espressione geografica. Questa divisione dell'Italia, che era di quasi ottanta Stati, ridotti a dieci dopo le guerre di successione e la pace d'Aquisgrana, e non per opera certo degli italiani, ma degli stranieri, questa divisione nazionalmente non ricorda nulla, non rappresenta nulla. Parlando della sola Toscana il Giorgini scriveva nel 1861: "Io conosco tradizioni, glorie fiorentine, senesi, pisane; ma non conosco che umiliazioni e miserie toscane!" Il medesimo si potrebbe dire, e forse con pi ragione,  delle rimanenti parti d'Italia. E, per concludere,  opportuno notare che tutti gli spigolatori di tradizioni unitarie e federali nella storia d'Italia sono, non volendo, caduti in questo abbaglio singolare, che mentre credono indicare le traccie saltuarie e interrotte dell'uno o dell'altro concetto, altro non fanno che enumerare pi o meno compiutamente le cagioni grandi o piccine, per le quali n unit, n federazione non sono mai state possibili.
Se non che, battuti sul terreno dei fatti, si rifugiano nelle visioni dei pensatori, nei vaticinii dei poeti, o tentano far passare per un principio almeno di unificazione nazionale le ambizioni di qualche principe, che approfittando di contingenze favorevoli voleva ingrandire lo Stato. Quanto alle visioni dei pensatori e ai vaticinii dei poeti, il fatto  vero e giov certo a tener vivo qualche barlume di sentimento nazionale, se non altro, in qualche ristretto cenacolo letterario, ma ricollocati ognuno nel proprio tempo hanno essi veramente il significato che si suole loro attribuire? o qual maraviglia in ogni caso che ingegni ed animi eletti sorpassino la realt che li circonda, e si slancino nell'utopia inapplicabile o nelle profezie, che non si verificano? pu questo fatto da solo costituire una tradizione storica?
L'unit d'Italia per Dante Alighieri  l'unit  dell'Impero restaurato, unit di giurisdizione suprema, non unit di Stato, dalla quale  difficile arguire che il misterioso Veltro, da lui profetato, potesse mai poco o molto rassomigliare prima a Napoleone, poi a Pio nono e finalmente a Vittorio Emanuele o a Garibaldi. Ma Dante  nel suo tempo e va considerato nel suo tempo, anche se il poema divino , e deve essere per sempre, la bibbia nazionale degli Italiani.
Egli, difatto, ebbe per primo forse vera coscienza d'una nazionalit italiana. L'ebbe, perch compose, si pu dire, l'unit della lingua italiana, perch mostr di conoscere l'importanza etnografica e civile della nostra comunanza di linguaggio col verso: "Il bel paese l dove il s suona", comprendendovi la Sicilia e il Trentino, perch finalmente la penisola fu da lui descritta ne' suoi precisi confini geografici. Ma fuori di questo, e rifacendoci al suo concetto politico, egli invoca la calata d'un Imperatore, affinch riconduca la pace, quella pace imperiale, che  quanto dire universale, in cui forse abbozzava un pensiero di fraternit umana. L'ideale suo grande  la pace; sono sempre le discordie politiche, ch'egli flagella, e gli pare che cesserebbero d'imperversare, se l'Imperatore ritornasse alla sua Roma. Quando sospira la venuta di Arrigo settimo, Dante sa bene che esso non verr a fare l'unit italiana. V'ha anzi chi ha persino creduto che Dante sperasse in detta occasione una confederazione. Non credo. Egli non ha  sperato e voluto che la pace, tant' che non altro consiglia a popoli e  principi; e, il solo mezzo di mantenerla,  per lui il riconoscimento dei  diritti dell'Impero. Dante afferma bens la nazionalit italiana, ma non discute l'assetto politico della nazione: per lui Roma  la sede dell'Impero, la monarchia universale  necessaria siccome istituita da Dio per la pace del mondo, senza cui l'uomo non pu conseguire il proprio fine e la beatitudine eterna. Oltredich quella monarchia  per lui la continuazione e il perfezionamento dell'Impero Romano. Cos Dante  nelle sue idee e nel suo tempo.
Il medesimo  da faro col Petrarca, che nell'anarchia dei tribuni, dei signori e dei condottieri, fra la quale  condannato ad andare peregrinando tutta la vita, non lascia precisare affatto il suo sistema politico, perch le sue speranze si fissano ora in Cola di Rienzi, ora nell'Imperatore Carlo IV, ora in Roberto d'Angi, ora in Luchino e Galeazzo Visconti, e, mancati tutti a un per volta i suoi idoli, finisce esso pure nell'idillico:

Io vo gridando: pace, pace, pace;

il consiglio purtroppo pi inutile da dare ai discendenti di Abele e Caino.
Chi pu negare che uomini cos grandi, rientrando in s stessi, abbandonandosi alle proprie aspirazioni e speculazioni, non contemplino e non profetizzino ideali di redenzione della patria, superiori a quelli di tutti i loro contemporanei? Ma da questo al collegarli con ci che  accaduto nel tempo nostro ci corre, e a furia d'interpretazioni arbitrarie ed anacronistiche si rischia di non comprenderli e svisarli del tutto.
Molto pi moderno  certamente il Machiavelli, ma anche con lui si oltrepassa, si violenta il senso genuino dei fatti contemporanei, quando si afferma che pur d'ottenere l'unit d'Italia avrebbe magari accettato per re d'Italia Valentino Borgia. Leggete il libro del Villari e vedrete che Valentino Borgia non  pel Machiavelli il personaggio reale, che deve fare l'unit d'Italia, bens il tipo, che con alcune delle sue qualit personali gli inspira il concetto, che occuper poi tutta la sua vita e dominer in tutti i suoi scritti, il concetto cio d'una scienza di Stato separata e indipendente da ogni considerazione morale. Il Machiavelli fa per tal guisa del Valentino un personaggio ideale, ma del Valentino vero giudica come merita e l'ha per un furfante matricolato, degno figlio di Papa Alessandro, di cui giudica egualmente. Tant' che della meschina catastrofe del Valentino in Roma, il Machiavelli, che era allora in Roma esso pure, non si d quasi per inteso. In conclusione, mentre si usciva appena dall'anarchia medioevale, l'unit, a cui egli mira,  quella dello Stato, non quella della nazione. Perci i suoi delenda Carthago sono il feudalismo, i soldati di ventura, il potere politico delle corporazioni d'arte, il dominio temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, in cui ravvisa, e con ragione, l'ostacolo insuperabile dell'unificazione dell'Italia. In questo senso, se si vuole, il Machiavelli  profeta, in quanto cio l'unit organica di uno Stato far l'unit italiana, e di uno Stato opposto al Papa, libero dalla sua ingerenza, non quello cio, su cui, come sul regno di Napoli, il Papa esercita giurisdizione feudale e di cui si  sempre valuto per gettarlo fra i piedi a chiunque pur di lontano accennasse ad una impresa italiana.
In seguito, che Eustachio Manfredi alla nascita d'un figlio di Amedeo secondo di Savoia canti in un sonetto:

Italia, Italia, il tuo soccorso  nato;

che Traiano Boccalini e Alessandro Tassoni scrivano con sentimento patrio contro la tirannide spagnuola, che questo sentimento riecheggi nei versi di Fulvio Testi, del Filicaia e di tanti altri sta benissimo ed  giusto che loro rendiamo la lode e la gratitudine, che meritano. Ma s'hanno a vedere in ci i prodromi dell'unit italiana compiutasi fra il 1860 e il 1870?

Meno che mai mi pare di scorgerli nelle ambizioni di qualche signore o principe che tent in Italia slargare la sua signoria o il suo principato. Mastino della Scala corre da Verona sino quasi alle porte di Firenze, ma ivi  fermato dalle forze unite di Firenze e di Venezia, e giuoca in questa impresa tutta la potenza della sua casa. Gian Galeazzo Visconti pare vicino a diventar padrone di quasi tutta Italia, ma se la piglia con Firenze, e una morte repentina sbarazza la gloriosa citt di questo terribile nemico; Ladislao di Napoli tenta uguale impresa ed una morte molto opportuna la tronca anche a lui, il che facea dire a quella linguaccia del Machiavelli: "la morte fu sempre pi amica ai Fiorentini che niuno altro amico e pi potente a salvarli che alcuna loro virt".
Comunque, finite cos, queste imprese non provano n pro n contro la tradizione unitaria o federale.
Altro  di Valentino Borgia. Il romanzo francese del Blanquet ha per un bel titolarlo roi d'Italie, ma che vuol egli in sostanza? Egli mira a fondare la dinastia dei Borgia in un regno dell'Italia centrale, e forse a rendere ereditario il papato. Il progetto era grandioso; non dico di no. Era l'ultimo perfezionamento del nepotismo politico pontificio; ma troppo in opposizione colla costituzione stessa del Papato e colle condizioni dell'Italia  da poter riescire e non riesc, nonostante l'energia diabolica e la mancanza di scrupoli dei due uomini, il Papa e il Duca Valentino, che cercarono d'attuarlo.
Resta la Casa di Savoia, la cui fortunata ambizione fino ad Emanuele Filiberto, che fissa la capitale a Torino, non si sa da qual lato delle Alpi incliner. In appresso  gi molto ch'essa possa bilanciarsi con una abilit ed un coraggio singolare fra Francia e Spagna e tra i due contendenti ingrandirsi. L'indizio maggiore dei suoi futuri destini sta nella grandezza dei suoi disegni e dei suoi propositi e, direi quasi, nella sproporzione stessa, che  fra questi e le sue forze e l'estensione del suo territorio. Ma pi che tutto sta nell'aver l'armi in mano e nell'adoprarle sempre, nel valor militare e nella stretta unione fra principi e popolo. Affinch per comincino ad avverarsi per essa i vaticinii dei pensatori, degli uomini di Stato e dei poeti, e gli oroscopi che le predicono:

La tua stirpe dall'Alpi native
Scender deve cogli anni e col Po,

bisogner aspettare che una coscienza nazionale spenta nei tre secoli di servit, si sia rifatta in tutto il popolo italiano, e che la meteora napoleonica passi; bisogner aspettare che dopo essere stato il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso di questa susciti in Carlo Alberto il misterioso Amleto vendicatore; bisogner aspettare che la rivoluzione italiana si svolga e che, colle insurrezioni del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente la rivalit delle due monarchie italiane e risolto in modo definitivo che la direziono della rivoluzione debba esser presa dal nord, anzich dal sud della penisola.
Allora accadr questo fatto straordinario che per due volte l'Italia stessa si offre ai Savoia, nel 1831 per bocca di Giuseppe Mazzini, repubblicano unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla repubblica, purch Carlo Alberto faccia l'unit d'Italia e gli dice: "a questo patto siamo tutti con voi; se no, no;" nel 1856 per bocca di Daniele Manin, repubblicano federale, che, rinunciando alla federazione e alla repubblica, dice a Vittorio Emanuele colle medesime parole: "fate l'unit d'Italia e siamo tutti con voi; se no, no".
Stringo oramai il mio discorso. Nella storia d'Italia, precedente alla Rivoluzione francese, non c', non ci pu essere tradizione n unitaria, n federale. La coscienza stessa della nazione s'era spenta nella servit, e chi la rifece fu la Rivoluzione francese, precorsa in Italia dal moto filosofico, che agita i pensieri e i sentimenti, soprattutto nell'alta e nella media classe, e, per dir solo della sua aziono pi largamente diffusa e sentita, col Parini  e l'altra moralit della sua satira ritempra l'uomo, e coll'Alfieri e il fremito di ribellione della sua tragedia, invoca per quest'uomo, da lui gi rinnovato in s stesso, una patria e la libert. Questi s, o signore, che sono i veri precursori!
La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione francese nel 1796,  sgarbata, violenta e provoca fiere e sanguinose reazioni nelle plebi, ma merc sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso mille diverse vicende ora felici, ora infelicissime, non si fermer pi per settantaquattro anni sino al suo pieno trionfo.
Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte, se muovendo dai congressi di Modena e Reggio del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di Lione, da cui esce per la prima volta dopo tanti secoli uno Stato di nome italiano " una continua ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana) verso l'ideale della patria unita". Se non che pei repubblicani francesi l'Italia non  se non una conquista da sfruttare, e allora il contrasto ( una bella e profonda considerazione di Augusto Franchetti) il contrasto fra le promesse di redenzione universale della filosofia e le opere ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne fanno in Italia, forma per la prima volta in Italia  un'opinione, che si fa strada prima negli animi pi eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza, che cio non bisogna pi vagellar sempre dietro a concetti universali, come gi la Chiesa e l'Impero ed ora la repubblica democratica, ai quali la storia degli Italiani fu un continuo olocausto, bens pensare finalmente ad avere anche noi una patria unita e indipendente dallo straniero.
Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto, gli uni degli altri, sistemi unitari e federali tanto nella letteratura politica, quanto nelle stte cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del 1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e del '49.
Se si vuole dunque una tradizione unitaria o federale nella storia d'Italia, essa incomincia dopo l'invasione francese del 1796 e gi per opera di molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di Carlo Tivaroni principalmente) ne furono notate e raccolte diligentemente tutte le pi minute testimonianze, monarchiche e repubblicane, anche all'infuori della grande letteratura politica, che precede e accompagna i nostri tentativi rivoluzionari.
Ma quei sistemi unitari e federali non varcano i limiti del libro, dell'opuscolo o delle ispirazioni individuali di patriotti e di poeti. L'unica applicazione del sistema unitario monarchico  nel regno  napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero.
Contuttoci valse a ridarci il sentimento d'una grande e regolare compagine di governo, valse a ridarci colle armi le virt e le abitudini militari spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi di quel breve sogno di redenzione italiana non perirono pi.
Quanto al sistema federale, l'esperimento pi prossimo alla realt  nella rivoluzione del 1848, ma non pot oltrepassar mai una lega doganale fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione politica, con una Dieta permanente in Roma sotto la presidenza del Papa, si trascin in vani tentativi, progetti e negoziati senza conclusione, dai primi ministeri liberali di Pio nono alla missione Rosmini in Roma, al ministero Alfieri in Piemonte, al congresso federativo promosso in Torino da Vincenzo Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi.
La liquidazione finale del sistema federale monarchico avviene, secondo me, quando il Rosmini, che gi avea concordato un disegno di confederazione, in cui assegnava alla Dieta residente in Roma l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando cos gli scrupoli, che aveano prodotta la defezione di Pio nono, quando il Rosmini, dico, fu sconfessato del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere soltanto qual contingente il Papa potesse dare  alla guerra. Il Rosmini si ricus di fare questa domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella Corte di Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro l'ambizione piemontese, ed ecco ita in fumo ogni idea di federazione. La riprese Pellegrino Rossi, appena fu ministro di Pio nono, ma fermo nell'idea che per allora non si dovesse ripigliare la guerra e che in ogni caso non si potesse pensare a far senza l'aiuto del re di Napoli, os includerlo nel progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle cagioni della sua tragica fine.
Il Rosmini invece, bench persuasissimo della propria sconfitta, segu il Papa a Gaeta e la persecuzione, che col ebbe a soffrire il grand'uomo, e l'abbandono codardo in cui Pio nono lo lasci, sono uno degli scandali pi ignobili dalla reazione, che ormai imperversava. Il sistema federale monarchico finisce per sempre cos.
Non ebbe molto pi lunga fortuna il sistema, unitario repubblicano del Mazzini. A lui, Triumviro in Roma nel 1849, se anche pens ad attuarlo, manc il tempo, e se anche avesse potuto superare le ripugnanze del Guerrazzi in Toscana, quelle del Manin in Venezia e il fatto che Carlo Alberto e il suo fedele Piemonte stavano gi di nuovo e da soli in campo contro l'Austria, la necessit sopravvenuta subito della difesa di Roma contro i Francesi, non gli permise neppure di tentare.

Pure la Repubblica in Roma era cos gloriosamente caduta, che un po' di questa gloria ridette nuovo vigore al programma del Mazzini.
Ma la libert mantenuta in Piemonte dopo Novara e i tentativi vanissimi del 1853, che determinarono tanti abbandoni dell'apostolo incorreggibile, compiono altres la liquidazione finale del sistema unitario repubblicano.
Del sistema federale repubblicano quasi non occorre parlare, giacch esso non fu mai che l'ubbia di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe Ferrari e pochi altri, ai quali, nella genialit grande dell'ingegno, questo ordinamento pareva o pi conforme all'indole nazionale nella terra classica delle citt o pi atto ad assicurare ai popoli, se non altro, una modesta felicit. Un sogno, che ne vale un altro!
A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, che non poteva avere altro risultamento se non questo dilemma: o finis Italiae, o unit nazionale sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato con ardimento, fortuna e ingegno senza pari dal Conte di Cavour, gli Italiani si unirono, appunto perch era nuovo, appunto perch in antitesi diretta con tutta la storia passata, appunto perch liquidate tutte le forme rivali, era rimasto il solo possibile.
Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue  che piegando colla persuasione o dominando colla forza del numero le energie indisciplinate, che disgregate possono poco o nulla e divengono irresistibili solo allorquando, o persuase o costrette, fanno gruppo ed impeto tutte ad un segno. Cos fu in Inghilterra nel 1688, cos fu in Francia nel 1789, cos fu in Italia nel 1859 e '60.
Dinanzi a cos nuovo spettacolo, il federalista repubblicano, Giuseppe Ferrari, deputato al primo parlamento italiano e storico delle secolari e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno e vedendo che strana variet d'uomini, provenienti da tante vecchie scuole e da tanti partiti politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unit italiana, ammoniva i colleghi: badassero; esser essi vittime al certo d'una fatale illusione e star per commettere un errore cos madornale, che ci avrebbe tutti condotti a Dio sa quali disastri.
Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un convertito recente all'unit) che forse il Ferrari si credeva ancora al tempo dei Guelfi e Ghibellini, dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e che in verit lo storico illustre gli somigliava uno di quei sette dormienti della leggenda, che, svegliatisi dopo cinque secoli, n pi intendevano gli altri, n gli altri loro.
"Pu darsi che io abbia dormito," replicava a un dipresso il Ferrari, "il sonno magico della scienza;  ma mi svegli il cannone di Magenta e di San Martino, e allora m'informai o seppi dipoi che una grandissima novit stava per accadere, l'unit italiana sotto la monarchia di Savoia. Fate pure! Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, e del tutto mutata, da quella di prima? Altrimenti, siete voi che dormiste, che dormite ora pi che mai, e il vostro destarvi sar ben peggio del mio. Vi potr succedere, vale a dire, non di destarvi al pari di me in un'ora di vittoria, ora divina per tutti, ma se non proprio nell'ora infame del disastro e del pentimento, in quella ben pi demoralizzante delle illusioni, che si dileguano, degli sconforti, che opprimono, e delle speranze, che cadono ad una ad una".
Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le forze conservatrici della monarchia liberale, che han fatta l'unit della patria, se ne staranno ancora inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e apertamente o copertamente nemiche, si lascieranno invece agir sole ed in piena impunit, potr avverarsi ben peggio del pronostico di Giuseppe Ferrari ed il problema della storia d'Italia ritorner al punto, da cui il programma unitario (questa novit, questa gloria della nostra Rivoluzione) pareva averlo tratto per sempre.



GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE.
 
CONFERENZA DI FRANCESCO SAVERIO NITTI.


[La conferenza di Francesco Saverio Nitti  sotto copyright fino al 2024, ed  stata rimossa da questo file.]



DALLE DIECI GIORNATE DI BRESCIA ALLA BATTAGLIA DI SAN MARTINO.
 
CONFERENZA DI POMPEO MOLMENTI.


No, signore e signori; questa volta i poeti non esagerano. Brescia, con meraviglioso esempio di virt guerresca, dimostr come non bugiardamente Vincenzo Monti l'avesse chiamata

Ricca d'onor, di ferro e di coraggio.

E, dopo un'alta e suprema prova di bresciano valore, la poesia rispondeva ancora esattamente all'austero giudizio della storia, quando l'Aleardi cantava:

Brescia dai monti fertili di spade
Niobe guerriera de le mie contrade
Lonessa d'Italia,

e il Carducci, allora che, volgendosi alla statua della Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano, esclamava:

Lieta del fato Brescia raccolsemi,
Brescia la forte, Brescia la ferrea,
Brescia leonessa d'Italia
Beverata nel sangue nemico.


V' infatti tanta grandezza nella lotta di Brescia contro lo straniero, breve lotta di soli dieci giorni, ma atroce, disperata, sostenuta con impavida fortezza, da poter dire, senza eccesso di lode, essere questa la pi eroica pagina di quella sfortunata, ma non inutile rivoluzione, la quale, or  mezzo secolo, iniziava il risorgimento politico d'Italia. Ricordiamo quei tempi e quelle prove, perch la patria, nei d del dolore fortemente sofferto, pi santa appare che in quelli dell'esultanza.
In quella impetuosa carica alla baionetta contro lo straniero, che fu la rivoluzione del 1848, Brescia si trov subito in prima linea; e cacciata la guarnigione austriaca dello Schwarzenberg, fece sventolare la bandiera nazionale sul colle Cidneo.
La fioritura italica d'illusioni e di speranze appass in breve, e la tirannide straniera cal ancora tenebrosa sulla libert nazionale. Alla sconfitta di Custoza seguiva l'armistizio Salasco, e il 16 agosto i soldati stranieri rientravano in Brescia.
Tra inique persecuzioni e frequenti speranze s'apriva il 1849. Alle fucilazioni, alle verghe, alle prigionie, agli oltraggi, rispondeva torbido e cupo il fremito, non pure di Brescia, ma delle campagne e delle vallate vicine, fatte contro a segreti convegni di patriotti. Gli animi trepidavano ancora di speranza, guardando al vessillo tricolore, tuttora sventolante su due citt gloriose, Roma e Venezia, e al Piemonte, il quale si cimentava di nuovo a difendere conculcati diritti.
Denunziato l'armistizio Salasco, Carlo Alberto lasciava Torino e si avviava verso la Lombardia. A Brescia, ove metteva capo la cospirazione lombarda, un comitato di cittadini animosi preparava l'insurrezione.
Il giorno 19 marzo, sui colli che incoronano la bella citt, apparve, con una squadra d'armati, araldo di libert, il prete Boifava, anima di apostolo e di soldato, tutta accesa del divino entusiasmo di combattere per la patria.
La fiamma vendicatrice divampa il giorno 23 marzo. Una nuova prepotenza delle soldataglie straniere fa insorgere il popolo, il quale fuga la guarnigione austriaca, appena in tempo di chiudersi nel Castello dominante, entro le mura la citt. E dal Castello, a mezzanotte, incomincia furioso il bombardamento. Il fragor del cannone si diffonde lontano pei campi: d'eco in eco se lo rimandano i monti circostanti, augusto segnale alle milizie del popolo, preparato a disperate difese.
Si ricorre a tutte le armi somministrate dal furore, e il selciato, scomposto da uomini, da donne, da fanciulli serve ad erigere barricate; con ostinazione invincibile i combattenti cacciandosi a qualunque rischio, non ricusano qualsivoglia miseria estrema, stanno pertinaci a distrugger s stessi, piuttosto di venire ad accordi con lo straniero.
Intanto, da Mantova, i battaglioni austriaci del generale Nugent correvano su Brescia, ma, giunti alle porte della citt, trovarono animosi drappelli guidati dal Boifava e dallo Speri, pronti a mostrare che Brescia non era preda esposta n facile, e non le mancavano e petti e braccia e ostinata virt di resistere. Con impeto di prodezza eroica, i nostri ributtarono i croati e volevano inseguirli, se quell'ardore imprudente non fosse stato trattenuto da Tito Speri, capo improvvisato di gente raccogliticcia, ma che aveva occhio di capitano esperimentato e non ignorava le industrie e le precauzioni guerresche.
Poco pi di cento prodi tennero fermo tre ore contro i battaglioni del Nugent, il quale rivolto ai parlamentari:
"Entrer in Brescia per amore o per forza."
A cui lo Speri:
"Per forza, forse: per amore mai."
Disse e ritorn fra i suoi il soldato della patria.
Con che dignit antica questa nobile figura di patriota e di guerriero traversa i campi della morte! Nella meravigliosa decade bresciana, Tito Speri s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in lui era sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e l'amore, il sentimento e il pensiero.
Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose gridando: "Guerra e morte" e al terribile grido s'unirono in breve il rombo del cannone tedesco e il martellare delle campane bresciane.
Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti, ma alle cruenti perdite dei bresciani non furono compenso quelle, bench maggiori, del nemico, ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente ferito.
Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna italica s'era infranta a Novara. L'immane sventura parve rinvigorire il coraggio.
Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano con alto fracasso, e i bresciani, privi di ripari, si mostravano egualmente terribili ai nemici, giurando ai loro morti onore di funerali di sangue.
Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a campo sotto Venezia assediata, fremeva di sdegno apprendendo che, dopo sette giorni di lotta, le bene agguerrite milizie imperiali non erano state ancor capaci di aver ragione di una folla incomposta di popolani male armati. Il feroce soldato prese un subito divisamento: abbandonato il blocco di Venezia corse a Brescia, e col favore della notte penetr nel Castello, insieme con molte milizie.
Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo austriaco, dallo sterrato del castello, guard dinanzi a s, Brescia appariva superbamente bella, quantunque il d fosse grigio. Dalle vie, entro le mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva, quasi voce della citt, palpitante di prodigiosa vita e accesa da virt indomabile.
I bresciani, cuori forti, sani, generosi, stavano vigilanti alla custodia della patria. Tra un velo nebbioso si vedevano appena le popolose borgate, i colli fertili e incastellati, i ronchi sparsi di ville. Sotto il giro delle oscure piante, che incoronano i monti, si scorgevano distinti appena i verdi seni delle floride pendici, e si estendeva misteriosa e indefinita la pianura lombarda, sfumante via via nei cinerei vapori dell'orizzonte. E l sotto, Brescia, torreggiante d'ogni intorno di palagi e di chiese, illuminata, anche sotto il grigio cielo, dal sole della libert.
Quali pensieri si saranno in quell'ora agitati nel bieco animo dello straniero? Ah!  solo nel pensiero dei buoni che la bellezza e la giovinezza della natura diventano belle e dolci del pari.
Non altro che feroci cupidigie di stragi o di dominio animavano quel micidiale, il quale spediva tosto un messaggio al Municipio, chiedendo senza dimora la resa della citt, minacciando saccheggi e devastazione.
Le minacce raddoppiarono l'ardimento. Cresceva col pericolo la fermezza del proposito generoso e feroce. Divampanti d'ira, tutti corsero a brandire le armi,

No, Italia non vide mai un coraggio cos determinato.
Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca che rispose: "l'ho partorito per questo" a chi le annunziava morto in battaglia suo figlio: quante bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti combattere e ne sentirono orgoglio!
Le campane tutte cominciarono a suonare a stormo, e quando il cannone diede il segno, le soldatesche si precipitarono fuori del Castello, e la citt fu investita da tutte le cinque porte.
La procella del ferro e del fuoco imperversava furiosa, la morte mieteva a Brescia il fiore de' suoi prodi, dalle ruine fumanti s'alzava verso il popolo una voce che diceva: "tutto  perduto, arrenditi, ti salva!" e il popolo con ostinato eroismo rifiutava ogni proposta di resa.
Haynau, pensando sforzare altro passo, scagli alcuni battaglioni verso una piazza della citt chiamata dell'Albera "Termopili bresciana." Qui la resistenza fu pi che umana. "Trentamila di questi indemoniati bresciani per conquistar Parigi!" esclam Haynau, guardando dal Castello l'epica zuffa.
Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli.
Non un colpo andava in fallo.
Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime grida di vittoria, furiosi, accecati, deliranti.  apparivano, neri di polvere e stravolti, sull'alto dei ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le coltella, digrignando i denti, con le vene turgide, con gli occhi dilatati, iniettati di sangue, nei quali scintillavano trucemente le pupille, correvano a furia sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne il fiato.
E tale fu l'impeto, cos pauroso l'aspetto di quei terribili combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati, confusi, cercarono scampo nella fuga, altri conquisi da un invincibile timor pnico, da una paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti, col fiato sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi dallo stupore.
Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno sulla piazza dell'Albera non strisci la sciabola tedesca.
Questa  vera gloria!
Il maresciallo feroce, disperando piegare con le armi l'invitta costanza dei bresciani, ordin che con acqua ragia e pece, si appiccasse il fuoco alle case, cos che in breve le tenebre furono lugubremente illuminate dagli incend.
S'adunarono allora a consiglio i reggitori del Comune e il Comitato di difesa. Il rovino delle case, il crepito degli incend, il tuonar dei moschetti, il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce ch'era follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca si sarebbe voltata pi feroce contro la citt, che l'arrendersi avrebbe risparmiato un nuovo spreco di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il popolo divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva di voler combattere ancora.
Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il fato della moribonda libert italiana!
Alla violenza eroica, con cui il d primo di aprile si rinnov il combattimento, parve che Brescia non fosse esausta da nove giorni di titanica lotta.
Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva lo spirito della battaglia, anco una volta balenarono le vecchie milizie del dispotismo. Se non che nuove artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco, schiacciarono con la potenza delle armi, non vinsero i difensori di Brescia.
Alcune parti della citt presentarono allora uno spettacolo da agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, incendiarono, uccisero donne, vecchi, bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri eran chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. Ingombravano le vie mucchi di cadaveri scorticati, sbranati, sfracellati, masse informi di carni lacerate. Alcune volte ( uno scrittore sereno che racconta, il Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le sbranate viscere dei loro diletti, altre volte scaraventarono teste di teneri bambini tra le schiere bresciane.  Con altissimo scroscio cadevano le barricate, passava la processione lugubre dei compagni portati sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato; le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, e il popolo con le armi alla gola, all'intimazione di cedere, di sottoporsi, fieramente resisteva.
Gi la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, e tra le fiamme degli incendi si combatteva ancora, con un valore pi forte della barbarie nemica.
A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era recato al Castello, per ispetrare il duro cuore di Haynau, il generale austriaco, implacabilmente imperioso, con lugubre ironia rispondeva che nulla d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini.
Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato fra i superstiti? Fra i superstiti, che molti e molti indomati eroi avevano bagnato del loro sangue le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo.
La storia ne ricorda i fatti pi che i nomi. Che importano i nomi? Tutti erano pronti a morire com'essi dicevano, alla bresciana.
Ecco uno che squarciato il petto da una palla cade dicendo: "Me fortunato, ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia." - "Ed io secondo" - rispondeva un altro, cui la mitraglia dirompeva gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, rifiutava l'aiuto dei commilitoni, perch non abbandonassero il posto. - I ricordi son molti.  Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei suoi fasti alle sfortunate, ma eroiche prove di valore, date dalla vecchia aristocrazia piemontese pochi giorni prima, sugli infausti campi di Novara. L'oscuro popolano bresciano, che, col cappello forato da tre palle, si scaglia contro quattro austriaci, ne uccide uno, manda in fuga gli altri e torna a' suoi dicendo: "Ben mi pagai del mio cappello"; e l'altro ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio sinistro, e dopo aver scaricato col braccio destro il fucile cade gridando: "Viva! mi resta un braccio per la spada!" non sono forse pari nella virt e nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San Martino, che, alla Bicocca, colpito a morte, stramazza di cavallo, dicendo a Carlo Alberto: "Ora il mio dovere  compiuto," e al conte di Robilant, che levando il moncherino sanguinoso grida: "Viva il Re"?  in tutti questi prodi un comune lignaggio, che ha per motto di famiglia: patria e valore. Haynau, passato alla storia col marchio del sangue sopra la fronte, impose a Brescia duri patti, che dovettero essere accettati dai reggitori della citt. Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto della l'esistenza disperata nel sangue.
Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle resistere tino all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori per incrudelire dovunque e per iniquamente violare i patti della resa. Testimonianze irrefragabili parlano degli orrori della soldataglia, d'incendi, di fucilazioni, di violenze: narrano di cittadini inermi bastonati, martoriati, d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, d'altri ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano come n l'et, n il sesso imponesser piet, essendosi trovati donne e vecchi laceri di ferite, bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul suolo, trapassati dalle baionette e lasciati l, fra orrendi contorcimenti, sotto gli occhi materni. Quelle belve umane entrate in un collegio di fanciulli, ne sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato il fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto gli occhi della madre massacrarono un giovane epilettico. Un prete, uscito di citt, per cercar notizie della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso vivo un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti giovanette stuprate e scannato un nipote: un vecchio venerando, trapassato dalle baionette, per non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: un popolano, Carlo Zima, vendic s, morendo arso con uno de' suoi carnefici. Oh! esecrazione! Non resiste pi l'animo a queste scelleraggini nefande, il cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare il cuore con fremiti di sangue.
Cos, per le mani di un soldato carnefice, finiva strangolata la libert bresciana, e, fra la tirannia militaresca e la violenza ladra dei barbari, la scettica e vile Europa guardava indifferente. Ma quei morti tennero viva l'Italia, e da quelle stragi usc voce di resurrezione.
Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava l'Italia della sua eroica virt, aveva raccolto dalla propria storia e al sangue de' suoi martiri aveva confidato il diritto che dentro alla sacra cerchia delle Alpi e del mare, la patria non dovea essere contaminata da straniero dominio.
Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, con impudenza soldatesca, pens assicurare la obbedienza col terrore, col sospetto, con l'arbitrio, e la Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo grande altezza d'illusioni e speranze in orrende calamit. La baldanza soldatesca del Radetzky non obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali avrebbero voluto porre un freno all'imperio della spada. Ma non erano smarriti gli animi e gli intelletti degli italiani, non tutte spente le speranze, e la nazione imparava dal dolore l'arcano della risurrezione, e, ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia a ritentare la prova, ad affermare la libert e la patria con la meditazione, con l'opera, con la parola, con il sangue.
Il cielo d'Italia  ancora solcato da fuochi di patriottismo, e le societ segrete, prendendo inspirazione dal comitato nazionale, istituito a Londra  dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare in aperta rivolta. A Mantova, dove pi inferociva l'ira soldatesca dello straniero, ordinavasi un comitato di patriotti, di cui era anima Enrico Tazzoli, sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia soffocava le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni con le bastonature, con le confische dei patrimoni, con le multe, con gli esigli, con la violazione della legge comune e dei trattati. Le persecuzioni accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il seme di libert.
La nuova serie dei martiri  iniziata dall'eroico popolano Sciesa, milanese, fucilato il 2 agosto 1851. Lo seguono nella morte gloriosa il comasco Dottesio strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, sugli spalti di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, lo Zambelli, il Canal, il Poma, il Grazioli, il Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il patibolo, furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, poi mandati a scontare il delitto d'amare la patria nelle prigioni boeme.
Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, ove le burrasche mondane romoreggiano, come il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva sicura, ci appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci giornate di Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore.  Quel pallido fantasma non  accompagnato da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La notte precedente al supplizio, l'eroico giovane, il quale abbandonava la vita a ventotto anni, scriveva una lettera ad Alberto Cavalletto, che non si pu leggere senza profonda commozione, "Nella mia vita - cos egli scrive - ho qualche volta gustato delle gioie, ma te lo assicuro, in confronto a quelle che provo in questi momenti, esse non furono che miserabile fango. La mia gioia al pensiero che fra poco andr a morire per la patria,  cos viva, cos intensa, che se gl'Italiani potessero averne un'idea, si farebbero tutti ammazzare." Con lo stesso ardente entusiasmo, i martiri della Chiesa primitiva andavano a morire per la religione. Oggi, dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che ci diedero una patria, sembrano cos distanti da noi, quelle audacie magnanime sembrano cos lontane da questi giorni, in cui ogni senso di patria poesia  distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di vanit, dalla pratica operosit, che converte l'anima in denaro. Ma allora la patria era veramente una religione, la quale insegnava la nobilt del morire per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della virt, che a quei santi dell'et moderna proveniva dal cuore: virt di religione, esercitata per amore all'invincibile sentimento dell'eterno bello, dell'eterno giusto, dell'eterno vero; virt d'affetto, che, pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e lo sentiva, e lo misurava, e lo sopportava; virt di sacrifizio, che facea serenamente rifiutare la vita per la patria adorata.
Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, poteva domare gli animi, anelanti a libert.
Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i profughi delle provincie oppresse e li adoperava come cittadini. Le lettere nella Lombardia e nella Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie, che aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio contro lo straniero, continuavano ad armare le menti al conquisto della libert.
Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino era anche pi grande della mente acuta del ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il concetto mazziniano dell'unit italiana e lo incarnava nella monarchia di Savoia, compiendo una delle pi belle rivoluzioni della storia.
Ormai s'era creato in Europa il convincimento che l'Austria avrebbe comandato in Italia ancora per poco, e che l'Italia, dopo tanta virt di sacrifizi, di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di costituirsi in nazione indipendente.
L'Austria allora, cui pi che la vergogna delle sue inique oppressioni cuoceva la riprovazione di tutte le nazioni civili per le sue forme di governo, pens adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme  pi insidiosa, le lusinghe, e simul di farsi pi umana. "No, noi non domandiamo all'Austria - esclamava Daniele Manin, l'esule magnanimo - che sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo che se ne vada; noi non sappiamo che farci della sua umanit e del suo liberalismo, e solo vogliamo esser padroni in casa nostra!"
Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie celasse l'antica ferocia, prov la nuova forca rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu appeso, inclito martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore.

***

Un d, la bandiera italiana apparve sui baluardi di Sebastopoli, unita ai vessilli dei pi forti popoli dell'Occidente. Dopo la guerra di Russia, nel Congresso di Parigi, la causa italiana fu dichiarata solennemente d'interesse europeo, raccomandata al tribunale supremo della civilt cristiana, e il conte di Cavour arditamente proclamava che l'Austria in Italia era stata sempre attendata.
Ormai l'Italia non si sentiva pi sola, abbandonata, e precorreva, con l'ansia del desiderio, gli eventi.
E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro della penisola, commosse, non molto dopo, i popoli, all'annunzio che la Francia, la gloriosa sorella latina, dava la mano all'Italia per rialzarsi e per iscuotere i danni e le onte del servaggio!

Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio Emanuele e Napoleone terzo si mettono a capo dei loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi Cacciatori delle Alpi. Il 20 maggio, gli austriaci toccano dalle armi franco-piemontesi la prima sconfitta in Lombardia, a Montebello; il 30 sono fugati a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi, il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il 27 a Como.
Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino, e i francesi vincono il nemico a Magenta; l'8 a Melegnano. In questo stesso giorno Vittorio e Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico delle popolazioni redente.
Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso il Mincio, dove, ritirandosi sulla sinistra sponda, s' concentrato l'esercito austriaco, riordinato, rafforzato da fresche e numerose milizie, sotto il comando supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe. Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, seguto, dopo due giorni, da Napoleone. Il nemico  vicino: al di l del Mincio, il quadrilatero formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli eserciti pi agguerriti e disciplinati del mondo. E' ardua la partita. All'austriaco, vinto nelle precedenti battaglie, ma sempre superiore di numero, parevano sorridere probabilit di vittoria.
Il 24 giugno, per le strade di Brescia,  un affollarsi di gente, un richiedersi ansioso fra i cittadini, un'agitazione piena di speranze e di trepidazioni. Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo del cannone. A poche miglia da Brescia si decide delle sorti d'Italia.
Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, riprendendo l'offensiva, aveva fatto ripassare il Mincio al suo esercito. N i franco-piemontesi, n gli austriaci credevano incontrarsi cos presto, e nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia.
I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno contro l'altro, su quel terreno, che sta fra il Chiese e il Mincio, e da una parte ha per confine il Lago di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura mantovana.
Erano centosessantatre mila gli austriaci, con 688 pezzi di cannone, e si spiegavano su circa trenta chilometri, con la destra appoggiata al Lago di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui s'ergono Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la pianura di Mantova.
Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi d'artiglieria, gli alleati.
I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le forti posizioni montagnose, che dal Lago di Garda vanno digradando alla pianura, mentre da Lonato e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie  di altre guerre napoleoniche, si distendevano fino alla pianura di Mantova i corpi d'esercito francese, comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal Mac-Mahon, dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare con grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto sostennero con uguale tenacia.
Presto la pugna s'accese dovunque; pi terribile nel centro, a Solferino, dove Napoleone terzo, con prontezza di concetto degna del grande zio, comand di concentrare lo sforzo maggiore. L veramente stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, atroce, e vano per molte ore l'evento, superando gli austriaci di numero e di costanza, i francesi d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata, l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le armi di Francia vincevano ovunque.
Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, dove i Piemontesi s'erano trovati di fronte ad uno dei corpi austriaci pi formidabili, sotto la condotta di un generale valentissimo, il Benedeck.
Il combattimento era cominciato alle sette del mattino, e i nostri si avanzavano verso Pozzolengo. Avevano potuto conquistare le importantissime posizioni di San Martino e della Madonna della Scoperta, ma assaliti dal nemico numeroso, furono, dopo breve ma aspra lotta, cacciati. Si rinnov l'attacco dai nostri, ma slegato, senz'ordine, mandando alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile valore, parecchie volte s'impadronirono delle alture e parecchie volte ne furono respinti. Gli austriaci occupavano fortemente San Martino e Madonna della Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo secondo colle, mentre il generale Mollard, pi valoroso soldato che abile condottiero, attaccava San Martino e vinceva. Ma un vigoroso contrattacco non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. Non era per lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava i suoi e restava di contro alle posizioni nemiche aspettando nuove e fresche milizie, mostrando di esser pronto a ritentare la prova, mentre il Benedeck raccoglieva il suo esercito sull'altura di San Martino, non osando scendere a soccorrere Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di Francia.
Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon riuscirono ad occupare Solferino, gli austriaci dovettero abbandonare la Madonna della Scoperta, presto occupata dal generale Durando.
Vittorio Emanuele, che correva or qua or l, dove pi terribile era il pericolo, con l'angoscia nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo con buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, mantenevasi saldo sulle cime di San Martino e dei prossimi poggi. Al valore delle armi italiane non voleva sorridere la fortuna. Pi che il destino premeva al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava  egli allora al La Marmora di mettersi a capo di due divisioni, le univa a quelle del Mollard, e stava per tentare un generale furibondo assalto, quando scoppi uno spaventevole uragano. La battaglia rimase tronca, essendo impossibile ai soldati, per la furia del vento, accompagnato da violenta grandine, non che di avanzare di reggersi in piedi. Quando, dalle rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini alle offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. Invano le artiglierie nemiche fulminavano quelle schiere di valorosi, che procedevano serrati, terribili all'aspetto. Scoppi un grido: Savoia, da migliaia di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, e i soldati d'Italia piombarono terribili all'assalto. Ma non meno terribili le difese.  un combattere asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le baionette, con le sciabole, con le daghe, con i calci del fucile, con i sassi, co' pugni, con le unghie, co' denti. Piega finalmente la fortuna in favore d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, dove pi ostinata era stata la resistenza del Benedeck,  presa. Gli austriaci sono cacciati gi dalla china, e un gran grido s'inalza: "Viva l'Italia! Viva il Re!"
Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane salutavano la vittoria, su quei campi dove giacevano uccisi mille seicento ventidue francesi, seicento  novantuno italiani, duemila trecento ottantasei austriaci; feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, tra i francesi, tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi 1258; tra gli austriaci 10,634 e 9290 scomparsi e dispersi.(1)
L'unico e santo intento di tanto sangue versato era vicino a raggiungersi. Ancora una battaglia sotto Verona e l'opera era compiuta, la giustizia era fatta.
A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come folgore, la pace di Villafranca.
Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione abbian potuto le notizie di Germania, la quale nelle vittorie francesi vedeva un pericolo e una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la guerra sul Reno.
Parve per un momento dovesse l'Italia cedere per sempre al destino avverso. Sulle fulgide glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva come un velo funereo. Angoscie e lagrime scoppiarono irrefrenate nel Veneto, condannato ancora al servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati alle prime aure di libert i pi felici fratelli della Lombardia, della Toscana, dell'Emilia.

Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i capitoli della pace di Villafranca, questi non si pot trattenere dall'esclamare: "Povera Italia!" Ed avendo l'Imperatore soggiunto: "Ora vedremo quello che sapranno fare gl'Italiani da soli" - "Spero" rispose Vittorio Emanuele "che tutti faremo il nostro dovere." E lo fecero.
Il conte di Cavour, il quale in un memorando colloquio con Vittorio Emanuele, voleva che il Re respingesse sdegnosamente la pace, si dimise da ministro e al Farini, che annunziava da Modena la sua risolutezza di resistere anche a costo della vita, al ritorno del Duca, egli scriveva: "Il ministro  morto, l'amico applaude alla risoluzione che avete presa."
Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso conte di Cavour, che al principe Girolamo Bonaparte scriveva: "Bnie soit la paix de Villafranca."
Sacra antiveggenza del genio!
Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia, avrebbe bens resa libera Venezia e costituito un forte regno nell'alta Italia, ma avrebbe resa onnipotente nella penisola la supremazia francese, la quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi, cacciati per virt di popolo.
Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento delle menti italiane, e il concetto dell'unit italiana era rinnovato dagli avvenimenti.
Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il magnanimo ardimento del Re guerriero, il quale, invece d'essere la coscienza e il braccio della rivoluzione, avrebbe dovuto rispettare i patti imposti dalla Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no, potuto Garibaldi, l'epico cavaliere, rovesciare, con l'aiuto del Piemonte, con il concorso dell'Inghilterra, il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio. Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso al Cavour di far parlare l'anima sua entusiasta di cittadino pi alto dello spirito prudente e chiuso del diplomatico. Senza la pace di Villafranca finalmente, non avrebbero potuto gli uomini migliori della penisola far risuonare insieme al grido augusto di libert il tuo santo nome, o Italia!
Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva fra le ribadite catene, Napoli e Sicilia fremevano sotto un giogo abominato, ma restava sempre una grande idea: - l'Italia - un gran sentimento: - l'amor della patria, - reso pi tenace, pi forte dal dolore delle infrante illusioni. S, l'amor della patria, sfavillante pi puro nella luce del sacrificio, si ergeva ancora fidente, con tutte le sue forze, sino all'ultimo suo fine, in tutti i suoi modi.
Ora s'era ridestata pi risoluta la volont, s'erano maggiormente accesi lo spirito di sacrificio e l'energia del bene, s'era fatta pi stretta quella santa unione d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea condurre l'Italia in trionfo "Sovra l'intatto scudo di Savoia."

Italia e Vittorio Emanuele fu il grido, che risuon in ogni parte della penisola, unendo i fratelli, chiamando gli avversari alla pugna, facendo dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi regionali, orgogli municipali, secolari nimist. E le zolle d'Italia rosseggiarono di sangue italiano, a preparare il trionfo del Re. I plebisciti confermarono le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860 s'aperse il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio Emanuele secondo, fu, per legge, proclamato Re d'Italia.
Cos, o signori, in questi grandi avvenimenti della storia gli uomini che credono dirigerli sono da essi trascinati, e nel fondo del quadro vi  l'eroe oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed  la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia e s'impone. Gl'Italiani erano maturi pel grande riscatto nazionale.
Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori e pi alti intendimenti, divisare un'Italia distribuita in nuovi regni, ma omai la coscienza del popolo nostro era cos sveglia e vigilante, gli uomini che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, Garibaldi, Ricasoli, Farini, Minghetti ed altri spiriti magni di cotale grandezza, erano cos degni d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque tradimento della politica si sarebbe trovato il modo di torcerlo a favore della unit nazionale.

Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unit si Sarebbe fatta all'ora voluta dalla storia con lui, senza di lui, o contro di lui. Arrestatosi al Mincio, il dolore della delusione fece prorompere anche pi impetuoso il bisogno della unit in un popolo come il nostro, rappresentato da statisti come i nostri, i quali in certi momenti accoppiarono le doti degli eroi con quelle dei pi fini diplomatici. Il Cavour, nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca,  un eroe che dimentica i doveri del ministro verso il suo Re. Il Garibaldi, che sulle balze del Tirolo sa fermarsi e obbedire,  un politico istantaneo, che lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E di tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi accorgimenti santi aveva bisogno la patria per unirsi, anche quando pareva che il cielo e la terra, il papa e Napoleone terzo contrastassero alla sua unificazione. E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, nelle quali n la nazione, n gli uomini che la dirigevano commisero errori, quando pareva che tutti i grandi della nostra storia si alzassero dai loro sepolcri per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere pi indulgenti verso le presenti miserie e meno pessimisti.
Ogni giorno non c' una patria da creare, ma neppure i languori, gli errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e  del '60. Poich, o signori,  contrario alla legge della continuit storica, che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto di queruli, di critici e di mediocri.
Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza.
Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori.
La responsabilit maggiore di quest'ora opaca che si attraversa  nella piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del '59 e del '60.

IL RE GALANTUOMO
(1849-1859)
 
CONFERENZA DI DOMENICO OLIVA.


Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: sulla sua anima di re e di patriota, l'armistizio Salasco, l'ultima ed inutile difesa di Milano, le scene di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano come ricordi d'oltraggi e di sangue.
Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, non doma, pareva pronta alla riscossa: Venezia si teneva libera e si difendeva dall'Austria, e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: erano in tempesta Toscana, Romagna, Roma, dilaniate da fosche e basse discordie civili, ma non vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il popolo di quelle contrade favellava pure sempre di libert e aspettava: la Sicilia, insorta in armi, sfidava il nemico. Era tramontata l'et poetica: non pi idillii, non pi liete crociate, furore invece: pareva  fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, se non a vincere, si anelava a morire, a porre sulla strada della reazione trionfante un'Italia sanguinosa e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti lontani.
Questa, in generale, la condizione morale e materiale della patria: volgiamo lo sguardo alle condizioni particolari del regno subalpino. Mai, io penso, un re e un popolo affrontarono tanto male un grande cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, nella incipiente e tristissima primavera del 1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano ogni sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro che dovevano combattere, gli uni affermavano che il Re era tradito, gli altri che il Re era traditore: prezzo del tradimento, l'onore, la sicurezza, la libert del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano la sedizione! Nessuno credeva, la Camera urlava, i ministri non sapevano, il capo supremo dell'esercito era uno straniero ignoto, cui era ignoto persino il suono della nostra lingua; i soldati erano numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, non esercitati o stanchi, non agguerriti, non ordinati: l'aristocrazia pronta al sagrificio, ma nauseata della demagogia o imperante o prossima ad imperare, il clero pauroso di novit, la folla ondeggiante, incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure,  non parata ad affrontare e a sostenere le nuove. Tentavasi cos di vincere il vecchio maresciallo Radetzky, chiaritosi l'anno innanzi strenuo e possente capitano, di ricacciarlo nei fortilizi gi da lui animosamente difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre si accampava, certo della vittoria, coi suoi veterani al confine piemontese. Breve sogno e fallace: Ramorino fu sorpreso o si lasci sorprendere, la nostra destra fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto Novara, minacciati d'essere avvolti e separati dalla metropoli subalpina, come lo eravamo da Alessandria e da Genova.
E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e parve che appunto in quelle ch'erano ore estreme di agonia, la nostra fortuna stranamente potesse risorgere: le schiere affrante, stanche, gi percorse dalla indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, sentirono che nei cuori e nelle braccia stava per risorgere la virt antica: fanti, cavalieri, artiglieri, ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, colla punta della spada rivolta al nemico, respinsero i formidabili assalti degli austriaci, li assalirono a loro volta, e ripetutamente li fugarono: lo inseguimento di quelli che parevano gi vinti, chiesto, implorato, supplicato dal duca di Genova, avrebbe fatto forse di Novara una vittoria italiana e forse mutato (chi pu dire in qual modo) la storia  del nostro paese. Non fu conceduto: torn il nemico a combattere, tutte le forze imperiali, richiamate, giunsero sul campo: cadevano i nostri generali, gli artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta, minuta, incessante snervava i combattenti, l'aria era grigia e tetra e poi scendeva rapida la sera sui vinti che gridando al tradimento abbandonavano le ordinanze, sui gregari che non ascoltavano pi la voce dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed armi fratricide e mani rapaci e voglie bestiali si agitavano furiosamente nell'ombra, fra un coro d'imprecazioni, di grida paurose e di bestemmie.
Egli era l, sul bastione di Novara, aspettando senza profferir parola, senza muover ciglio, la palla liberatrice. Non poteva uccidersi, perch cristiano; poteva morire, perch soldato, per la mano incosciente ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero a forza. Si riebbe, chiese patti al vincitore: gli risposero con imposizioni dolorose e vergognose. E subito si determin a quel sacrificio che, nell'ammirazione e nella gratitudine di noi nepoti, tanto e tanto innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, i figli, i generali, il ministro Cadorna, quanti eran con lui, amici nella cattiva fortuna, in una sala del palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che rosseggiava, disse: "Alla causa della indipendenza italiana, io mi sono votato con tutta l'anima mia: per essa volli esposta ad ogni rischio di guerra la  mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle arridere, e la sublime vagheggiata mta per me  per sempre perduta. Comprendo essere oggi la mia persona d'impedimento a conchiudere la pace diventata indispensabile; pace che d'altronde io non potrei sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta la fortuna di morire sul campo, non mi resta, per la salute del mio paese, che deporre questa corona che posi al cimento per la libert della patria. Io non sono pi vostro Re, o signori, il vostro Re da questo momento  Vittorio, mio figlio." E, fatto cenno al duca di Savoia di avvicinarsi a lui, gli pose la mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando quasi un antico rito di consacrazione, che la grandezza della sventura e gli uomini e l'ora facevano solenne. Poi strinse il figlio al cuore e lungamente, poi abbracci il secondogenito e ad uno ad uno, tutti gli astanti, su cui pi che la riverenza pot l'intensa commozione, e non ebbero freno le lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori, batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida dei feriti e dei morenti.
Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che non doveva pi rivedere e al suo segretario: al nuovo Re disse brevi parole, che cos chiuse: "Sopra tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti."
E part verso la morte.

***

Cos cominciava il nuovo regno. Cos cominciava il regno d'un giovane, che il popolo e l'esercito conoscevano solamente pel suo valore sul campo di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non era che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: ma le fantasie in quei tempi eran malate e nei soldati, vinti, non si aveva pi fede. Lo dicevano impaziente, lo affermava qualcuno conscio degli errori compiuti. "Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente comanda," avrebbe gridato un giorno in un impeto di sdegno; e v'era chi gli attribuiva qualche buon consiglio inascoltato. Ci era poco. I primi uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno osava dire una parola.
Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo pugno. "Fatali avvenimenti, la volont del veneratissimo genitore mi chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze, fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il pi efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A questo debito noi non abbiamo fallito.
Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore, di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia."
Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale. Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati, qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un grido ch'era un lamento: "Pace, pace!" Non rispondeva. Scorse il vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda et e gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re, desider abbracciarlo e gli ramment che amava con tenerezza paterna la regina Maria Adelaide. Cos il vecchio, rigido e terribile, si faceva bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. "Volete esser mio e vi far possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventer florido e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli.  perch ora posso tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli, nemici esterni nulla potranno, finch saremo uniti. Rinunciate a questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli che fecero i primi anni del suo regno cos sicuri e prosperi. Nessun sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati. Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete giovane, com' giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguit di territorii, l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare come un tempo e sosterr le legittime ambizioni della casa di Savoia. Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che far? Nulla! Il vostro piccolo trono sprofonder fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto nostro, sar tardi certamente. Pensate, Sire, questa  l'ora del vostro destino."

"Ho giurato" gli rispose cortese, ma fermo il Re "ho giurato come principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire. Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li compir, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre, per crescermi di potenza."
E come l'altro si faceva ad insistere, il Re neg sempre; neg e nel vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza, l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente italiana. Contro volont stava volont: quella vinceva pi vigorosa ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui si curvava il tempo mortale.
In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostr  per la prima volta l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato.
Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue e l'amore della patria.

***

Usciva trionfante. E gi pensava l'opera. Pensava: "M'ha compreso il generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera salva, il simbolo e la realt, tutto quello che si vuole per vivere e per rincominciare."
Senonch, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella metropoli  piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri pi folli e pi disperati.
Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedelt allo Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge, appena gli si rivolge qualche saluto, i pi lo guardano senza parlare, senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto che si d sempre ai Sovrani.
Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovr compendiare tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo intendono. Esce, cos com' entrato, col cuore stretto, e per poco non piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava la sua esistenza al suo popolo e alle pi alte idealit del nostro tempo, mentr'era  gi riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera, indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera compiere.
Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo, Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio. E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte vivacit e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi a chi si esprime franco. E poich gli dicono essere l'armistizio quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano il desiderio che l'armistizio sia revocato, cos replica: "Lor signori deplorano tutto questo ed io lo deploro pi di loro: loro desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse in campo, ed io lo desidero pi di loro. Mi diano solamente un quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e vado a cacciare gli austriaci nel Ticino." Mentre cos diceva, gli fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi, ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li meravigli come cosa inaspettata: pi ingegnoso, pi ambizioso, pi avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si vot con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica; pi non erano finanze, pi non era esercito, pi non esisteva senso di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare, colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa si sfogava l'ira) dice:
- Vorrei sapere chi  quel signore!
- Je suis Delaunay, lieutenant-gnral.
- Va bene: e in che qualit Ella viene fra di noi?
- En qualit de prsident des ministres da Roi Victor-Emmanuel. -
E poi vlto alla Camera:
- Messieurs.... - egli incomincia.
- Un momento - interrompe il presidente - mi domandi prima la parola. -
E qui nuove risa e ogni sorta di atti di scherno.
Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro  dell'Interno, sale alla tribuna per leggere i patti dell'armistizio. "Morte ai traditori!" s'urla d'ogni parte. "No, no;  una vilt, vogliamo guerra a morte, guerra a coltello!." Per queste furie fu necessit disciogliere la Camera, convocarne un'altra e discioglierla di nuovo, dopo poche sedute, che per primo atto aveva eletto a suo presidente Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, cui il Re era stato largo di perdono. "Ma se io ho dimenticato" diceva il Re e scriveva "essi non dovevano dimenticare." E fu necessit cangiare il primo ministro, vincere lo riluttanze, le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo, spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il potere. E l'assunse, inviso ai reazionari che odiavano il gran signore originale e democratico, l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, il giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese ch'era lombardo a Milano, toscano a Firenze, romano a Roma, italiano dovunque; inviso ai rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato a non dar tregua nessuna alla demagogia, a far politica di conservatore, a fare quella pace coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere l'era delle agitazioni, il periodo dell'anarchia in cui era caduto lo Stato, e che si voleva continuasse.
La verit frattanto, lenta ma certa, cominciava ad aprirsi la via, e un avvenimento doloroso rivel quale fosse il sentimento del popolo, assai diverso, come spesso accade, da quello che s'agitava negli uomini della politica.
Il Re inferm e cos gravemente, che fu mestieri affidare il reggimento della cosa pubblica al duca di Genova, e forte sgomento, forte dolore penetr nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele come se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, stesse per piombare sulla patria. S'intu che la salvezza e la fortuna del Regno eran cose collegate strettamente alla salute e alla vita del Re. Gi cominciava a penetrare nei piemontesi e nelle altre genti italiane il pensiero che Vittorio Emanuele era un uomo necessario: "Voi sarete solo" gli aveva minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente questo esser solo, il grande argomento per cui le speranze sorgevano e andavano a lui. Ovunque i principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, anzi lo imploravano, chiusi tutti nelle rinnovate consuetudini d'una tirannide stolta e paurosa, certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio di nazionalit non potesse pi risorgere. Ed egli invece, stava solo al posto che aveva eletto, a capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra un trono mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e voleva mantenere i giuramenti, affermando ch'era  principe italiano e che la sua era bandiera italiana, non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli anzi animosamente con una grande lealt di parole e di azione unita a una grande e incrollabile fermezza.
Ma mentre appariva questo principio di giustizia nella opinione dei pi, si stim necessario un ultimo atto e solenne per significare il pensiero dei Re e provocare un'indubbia manifestazione del popolo. Con modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma legittimato da quella reverenza e da quell'affetto che per tradizione pi volte secolare, i popoli subalpini nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava il Regno, legittimato dai pericoli esterni ed interni che parevano minacciare e minacciavano la Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro, con parola amorevole e severa, un atto di buona e patriottica volont. "Ho promesso salvare la Nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono. Questa promessa, questo giuramento lo adempio disciogliendo una Camera diventata impossibile: li adempio convocandone un'altra immediatamente: ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su me ricadr oramai la responsabilit del futuro e dei disordini che potessero avvenire; non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi di loro."

Queste parole e le altre che parvero di colore oscuro, scritte nel proclama di Moncalieri, agitarono profondamente gli animi gi agitati di quel tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava? Poich ormai si comincia anche fra noi a formare una leggenda intorno agli avvenimenti primordiali del risorgimento nostro, dice codesta leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri sarebbe stato grande e fulmineo. Le testimonianze che si possono raccogliere affermano invece il contrario: fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore cess e la gente incominci a ragionare: a poco a poco si comprese che si era veramente giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente, energicamente ritirarsi: si comprese che il Re, pure iniziando un grande movimento di conservazione, rimetteva alla coscienza del popolo il giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione intorno alle sorti dello Stato. E il popolo, che incominciava ad amare il Re finalmente lo intese e come doveva rispose.
La nuova Camera sorse appunto colla missione di chiudere la triste istoria del passato e di preparare il futuro. Si era salvi: e la salvezza parve opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato la Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti supremi d'angoscia, chi aveva creduto quando nessuno pi credeva, chi non aveva disperato mentre tutti disperavano?
Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso d'un Regno, cui il destino apparecchiava tante glorie e tanti trionfi: pure  illuminato da una poesia triste e virile, e se poi, per effetto di grandi avvenimenti, il Re parve pi grande, mai fu grande veramente come in questi primi istanti di cimento e di pericolo, nei quali fu mestieri che il giovane principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta quella fermezza, tutta quella lucida conoscenza e degli uomini e delle cose che solamente gli anni e le prove e l'esperienze e anche gli errori insegnano, ma che in lui, per fortuna della nostra patria, erano natura.

***

Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu una vigilia operosa, lieta, fortunata, n la storia conosce sin qui un periodo che le si possa paragonare pur da lontano: il piccolo Regno trascorre da audacia in audacia, sorgono nello Stato intelletti poderosi, anime gagliarde, si preparano e si compiono gesta meravigliose; il Re subalpino, il parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione sempre crescente, dell'ammirazione di tutta Europa: si aspetta, si teme, si spera dovunque alla vigilia d'un discorso della Corona: le parole che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio o Camillo di Cavour, provocano le polemiche della stampa, i dibattiti delle altre assemblee, le manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le dimostrazioni dei popoli, le note, le proteste, le lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i biasimi, i rancori, le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato piemontese che assume il diritto di parlare in nome d'Italia al cospetto di tutti i popoli, e l'Austria possente d'armi, orgogliosa di vittorie, ordinata mirabilmente come strumento di minaccia e di repressione, diventa lo spettacolo pi drammatico e pi bello che si sia mai rappresentato sulla scena del mondo. Formidabile partita, formidabile in quanto le forze sono enormemente sproporzionate, in quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare stia per rovesciarsi contro l'altro per distruggerlo, per schiacciarlo, mentre quello che pare pi debole non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce. Pare il Piemonte si faccia ad ogni istante pi forte e pi temerario, nel fervore e nell'emozione della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono atti virili, sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le immagini di quel tempo, e non vedrete che un ondeggiare festoso di bandiere al vento e sotto il sole, e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche di gioia, mentre fra i silenzi profondi delle altre regioni italiane, tutti si volgono tacitamente sperando verso la Reggia di Torino e salutano e aspettano.
Innanzi a tutti  il Re, il Re popolare, il Re cacciatore, il Re soldato, il Re giovane e robusto, il Re che scende fra la folla, parla e scherza nel dialetto nativo, sale sulle vette ardue delle patrie montagne, diventa l'idolo dei pastori e dei contadini, com' l'idolo dei soldati e degli operai.  Re sul trono, talvolta severo, talvolta terribile, e il suo sguardo sdegnato  di quelli che non si possono sopportare: ma pi spesso, colla bont e colla schiettezza dei modi e delle parole avvince i cuori, persuade le coscienze, supera gli ostacoli, appiana le difficolt, rompe gl'indugi, fa tutto quello che vuole. Il ministro ch'egli ama, di cui si fa l'amico e il compagno,  Massimo d'Azeglio. "Ciao, Massimo...." gli dice o gli scrive: lo ha avuto al suo fianco nei gravissimi giorni delle prime prove, lo vorrebbe sempre al suo fianco, cavalleresco, spiritoso, esperto della vita, spregiatore d'ogni cosa volgare, spregiatore (e quanto!) del denaro, galante colle signore, anima di soldato, che si mette a capo della forza armata, vestito da colonnello di cavalleria per reprimere una dimostrazione tumultuosa. Vede sorgere Camillo di Cavour e pone sull'avviso l'amico: l'empio rivale, come lo chiamer poi il d'Azeglio, batte alla porta: "Non  il suo tempo, verr il suo  tempo" dice il Re, e quando il d'Azeglio lo propone a lui, consenzienti gli altri ministri, come ministro di Agricoltura e Commercio, il Re dice ai suoi consiglieri: "Giacch lor signori lo vogliono, non ho difficolt a nominarlo, ma questo signore li mander via tutti." Si divide con rincrescimento e dopo molta riluttanza dal d'Azeglio, che lo aveva battezzato Re galantuomo. - Massimo gli disse un giorno: "Ve ne sono stati cos pochi nella storia di re galantuomini, che sarebbe veramente bello cominciare la serie." E il Re gli chiede: "Ho da fare il Re galantuomo?" Massimo soggiunse: "Vostra Maest ha giurato fede allo Statuto, ha pensato all'Italia, non al Piemonte; continuiamo di questo passo a tener per fermo che, a questo mondo, tanto un re quanto un individuo oscuro non hanno che una sola parola e che a quella si deve stare." Il Re pensa un istante, e poi dice risoluto: "Ebbene, il mestiere mi par facile." E Massimo afferma lietamente: "Abbiamo il Re galantuomo."
Ma Camillo di Cavour, col favore anche di una certa indolenza, di un certo signorile scetticismo che governavano il d'Azeglio, specialmente nelle faccende d'ogni giorno, era diventato tutto: da ministro di Agricoltura e Commercio, ministro delle Finanze e reggeva di fatto la presidenza del Consiglio. Mentre il d'Azeglio parlava di rado e di mala voglia e di rado correva alla pronta risoluzione d'un  dibattito, il Cavour sempre stava sulla breccia e d'ogni questione indovinava l'aspetto politico e sopra ogni questione esprimeva quello che gli altri credevano il pensiero del gabinetto e in realt era pensiero suo e suo solamente: i colleghi lo ascoltavano prima meravigliati, poi impacciati, e in fine non osavano ribellarsi e accettavano ogni cosa; spirito indemoniato, infaticabile, provvedeva a tutte le combinazioni della politica, a tutte le necessit d'ordine parlamentare, cercando, finch gli riusciva, di procedere di conserva cogli altri ministri, ma spesso facendo a suo modo, con una scioltezza e una strana libert di azione, che facevano di lui il collega pili simpatico e insieme pi incomodo che fosse al mondo.
La sua ora s'avvicinava veramente, anzi era di gi suonata, e il Re comprese a tempo che l'uomo era necessario a lui, al Piemonte, all'Italia. E gli serb inalterata fiducia sino all'armistizio di Villafranca. Camillo di Cavour circondava il Re d'un rispetto profondo, e, cos grande com'era, desiderava piuttosto apparire l'inspirato che l'inspiratore ed anche in questo, come in tutto, riusciva. Certo  che talvolta gli prendeva la mano quel suo temperamento passionale e le parole correvano a fiotti e s'agitava e fremeva, e, distratto per eccellenza, d'ogni cosa si dimenticava, anche di alcune regole elementari di etichetta: ma sotto lo sguardo fiero ed ardente del Re subito si vinceva, e si rammentava che il Re era la prima e fondamentale condizione della sua politica.
E che cosa fosse veramente il Re mostrarono le lotte fra lo Stato e la Chiesa, che talvolta ebbero un'acutezza quasi inesplicabile per noi: la Corte vaticana non voleva tollerare in Piemonte quello che sopportava tranquillamente, anzi riconosceva in tutti gli altri Stati civili: non voleva sapere n di abolizione di foro ecclesiastico, n di matrimonio civile, n di soppressione di corporazioni religiose; e la coscienza cristiana del Re soffriva fieri assalti; s'agitavano nell'ombra confessori e prelati, si minacciavano scomuniche, le pie regine supplicavano "Ma mre et ma femme" scriveva il Re "me font dire qu'elles se meurent de chagrin  cause de moi: vous comprenez le plaisir que cela me fait." E muoiono a pochi giorni di distanza e muore il duca di Genova, il forte capitano che pareva predestinato a condurci alla vittoria: quanti di noi hanno amato e sofferto possono comprendere che grandezza d'animo era necessaria per resistere a cos terribili e replicati colpi del destino e trionfarne, mentre bugiardi sacerdoti osavano dire che questi erano castighi di Dio! Ma altro Dio era quello di Vittorio Emanuele, Dio di giustizia e di verit, di cui adorava i decreti, sempre ascoltando l'austera voce del dovere che gli favellava nell'animo. Anche questa volta vinse, anche questa prova vinse, e con lui fu vittorioso Camillo di Cavour, l'inspiratore e l'autore della grande politica nazionale e liberale, che tanto innalzava il Piemonte al cospetto d'Europa.
E vennero i giorni di Crimea, le vittorie militari, i marziali eroismi, la causa d'Italia per la prima volta sostenuta in faccia ai rappresentanti delle potenze di questo mondo, in faccia al rappresentante dell'Austria dalla parola del grande ministro: avemmo un esercito, un'amministrazione, una diplomazia, fiorirono industrie e commerci, s'iniziarono opere gigantesche, quali il traforo del Cenisio e l'arsenale di Spezia, si prepar e si ottenne la guerra all'Austria coli' alleanza francese. Il Re annunzia di non essere insensibile al grido di dolore che d'ogni parto d'Italia si leva verso di lui, e, quando l'ora sta per suonare, ritraendosi Napoleone terzo dalle sue promesse per maligno influsso di cortigiani e per naturale e quasi morbosa incertezza d'animo, egli grida che far come suo padre e rinunzier alla corona e diventer puramente e semplicemente Mons Savoia e diventer repubblicano. Finalmente l'Austria commette lo sperato errore, e dopo lunga provocazione provoca a sua volta noi. Il feldmaresciallo Giulay, duce supremo dell'esercito austriaco in Italia, manda alle sue milizie un ordine del giorno ove questo si legge:

"L'imperatore vi ha chiamati sotto le armi onde abbassare per la terza volta l'albagia del Piemonte e snidare dal loro covo i fanatici sovvertitori della quiete generale d'Europa."
E il Re scrive al Cavour:

"Caro Cavour,

"L'ordine del giorno  una vera dichiarazione di guerra. Credo che di conferenze non si discorrer pi. Sono pieno d'ira! La prego di mandare in mio nome un dispaccio cifrato al principe Napoleone cos concepito: Ti comunico l'ordine del giorno dato all'esercito austriaco dall'Imperatore: fa' le opportune riflessioni. Caro Cavour, mi scriva qualche cosa. Vorrei fare le cannonate questa sera."

E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'ultimatum: la Camera si riunisce in tornata straordinaria, il Cavour propone siano dati al Re pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine del resoconto ufficiale, ma di cui a tant'anni di distanza, indoviniamo tutta la potenza, tutta la commozione, l'uomo immortale esclama: "E chi, chi pu essere miglior custode della nostra libert? Chi pi degno di questa prova di fiducia della Nazione? Egli, il cui nome dieci anni di regno fecero sinonimo di lealt e d'onore, egli che tenne sempre alto e fermo il vessillo tricolore italiano, egli  che ora si apparecchia a combattere per la libert e per la indipendenza!" E uscendo dal palazzo Carignano, traversando la folla che gridava freneticamente "Viva il Re!" disse: "Esco dall'ultima tornata dall'ultima Camera piemontese, la prossima sar quella della Camera del Regno d'Italia."
E il Re torn soldato e lo videro lanciarsi a Palestro sulle schiere austriache, invano rattenuto dagli zuavi francesi, e lo videro a San Martino guidare le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno di sdegno e d'amarezza, egli rest al suo posto, fidente nella stella che i suoi avi avevano atteso, e che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze. Lo videro poi trionfante le citt della penisola, Milano, Parma, Modena e questa gloriosa Firenze e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima: e mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia e Roma, il parlamento italiano lo consacrava Re d'Italia.

***

Questo, dir ancora una volta,  finora il capitolo pi bello della nostra storia: nulla  mancato a noi: n il genio degli statisti, n la virt dei guerrieri, n la sapienza civile, n la maravigliosa concordia, n il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo aveva divinato nelle stupende pagine del Rinnovamento  Vincenzo Gioberti, lo aveva compreso Daniele Manin convertito, mentre la sventura lo assaliva e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia nazionale; lo aveva intuito Giuseppe Garibaldi che innalz il grido "Italia e Vittorio Emanuele" col quale si  ricostituita la patria. Fu un grande capitolo: e di fronte a questo, gli altri appaiono o scialbi piccoli o cattivi. Tutte l'energie che l'Italia aveva accumulate in secoli di dolore si sprigionarono d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno conosceva. Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato, ove non apparisse il protagonista, l'eroe che seppe e volle, che sper per tutti, che soffr per tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi fondarono Stati: egli fond una Nazione: ecco la parola della sua gloria: ecco perch questa gloria  immortale.





PARTE SECONDA.
STORIA E LETTERATURA.

L'opera di Cavour. EMILIO PINCHIA.

L'Epopea garibaldina. GIUSEPPE CESARE ABBA.

La Lirica. ENRICO PANZACCHI.

F. D. Guerrazzi. GIOVANNI MARRADI.


L'OPERA DI CAVOUR.
 
CONFERENZA DI EMILIO PINCHIA.


Allorch Tommaso Carlyle incominciava nel 1839 le sue celebri letture sugli Eroi, present la disputa che, colorandosi di scienza, si avviv, ai nostri giorni, intorno al modo di essere dei grandi uomini, ricercandone con minuziosa indiscrezione le particolarit fisiologiche, ricostruendo, come si dice, l'ambiente entro il quale nacquero e si educarono, cercando di sorprendere il segreto delle esistenze meravigliose nelle funzioni dei nervi e del ventricolo.
Carlyle indovinava l'evoluzione di un pensiero scientifico tanto orgoglioso, che dalla conoscenza della materia organica ascende imperterrito ai misteri della psicologia.
Ancora l'ombra crucciata di Leopardi muove angoscioso lamento, perch le ineffabili melanconie della sua anima innamorata e dolente, dalla profanazione invereconda, sono trasfigurate in psicosi epilettoide!

Diceva allora Tommaso Carlyle: "Mostrate ai nostri critici un grande uomo, un Lutero, per esempio; incomincieranno, come essi dicono, dallo spiegarlo; non lo ammireranno; ne prenderanno la misura e diranno che  un prodotto del tempo."
Il tempo!
Ahim, sappiamo di tempi che invocarono ad alte grida il loro grande uomo! Non vi era. La Provvidenza non l'aveva inviato; il tempo doveva sfasciarsi in confusione e ruina perch egli, l'invocato, non voleva sopraggiungere.
Eccoci oggi, che  giorno di data augusta,(2) quasi fatidica, di fronte alla figura del conte Camillo Benso di Cavour.
Egli  nato nel 1810 a Torino, in grembo ad una famiglia di alta nobilt; nelle vene gli scorre un po' del sangue di San Francesco di Sales. Da moltissimi anni, da secoli i suoi antenati servivano in campo ed a Corte; egli stesso era stato tenuto a battesimo da un cognato di Napoleone, del quale il padre era ciambellano. Trascorse i primi anni nella intimit di due zie profondamente legittimiste e ultramontane - era allora una parola di moda per designare i clericali - in mezzo ad una serie di congiunti infervorati in quei ripicchi delle restaurazioni,  che, dopo il 1815, si ripagavano delle umiliazioni di venticinque anni.
Ebbene, fui da quel tempo, una di quelle zie, la duchessa di Clermont Tonnerre compiangeva e deplorava: "Le pauvre enfant, diceva del giovane Camillo, est entirement absorb par les rvolutions."
Le pauvre enfant non voleva tornare indietro e, costretto alla milizia dalle tradizioni della schiatta, scelse il corpo del Genio, il meno militaresco, il meno aristocratico, ma il pi studioso e serio.
Condotto a fare il paggio in Corte per diritto di sua nascita e per obbligo della sua condizione di cadetto, non tardava a buttar in aria quella che egli chiama, con poca reverenza, una livrea.
I novatori cominciano tutti ad un modo: si fanno ribelli. Ma sono codeste le ribellioni che costano di pi. Non mutano le consuetudini, n la compagnia: ma quelle diventano irritanti, questa ostile; ne sono turbate le amicizie; l'ironia, la celia, il benigno compatimento lasciano trasparire l'irrisione. Niun conforto, se non la serenit della coscienza e la sincerit dell'animo: niuna che non sappia di diffidenza e di canzonatura. Camillo di Cavour, frugolo, irrequieto baldanzoso, esuberante, vivacemente eccitato dagli spettacoli di un mondo che spezza i ceppi e tenta vie nuove; avido di vita e tumultuanti nel suo capo idee, ambizioni, propositi, esce un bel giorno in una profezia:

- Sar ministro del regno d'Italia. -
Il regno d'Italia!
Voi lo sapete, che cosa significava nel 1830 questa espressione?
Ne parlavano gli avanzi dell'ra napoleonica come di un sogno o di un'allucinazione. Nessuno osava risuscitarlo, neanche come illusione, neanche come speranza! La pi stravagante fra le chimere! Un delirio di pazzi o uno sproloquio di rimbambiti!
Questo il regno d'Italia dopo il '21, dopo Laybach, dopo Verona.
Ed ecco che il paggio turbolento e recalcitrante  confinato al forte di Bard, uno dei baluardi che la Santa Alleanza voleva rafforzati in odio della Francia e del liberalismo occidentale.
Il forte di Bard domina una stretta gola nella valle di Aosta, in uno dei punti pi austeri e pi cupi della valle, un torvo ciglione si accampa e la sbarra.
La fortezza vi sta sopra e le atticciate casamatte dominano il corso della Dora Baltea, che mugola impetuosamente, scavandosi il letto nel sasso. Intorno: altre rupi elevate, nude e bieche. Il paesaggio  rude, imponente, ma melanconico e selvaggio.
Il giovane ufficiale vi espia le intemperanze del linguaggio. Non  un gaio soggiorno, a vent'anni! Ma egli vi reca quel buon umore, che sar la sua  caratteristica, quella curiosit attiva, che gli far imparare tante utili cose. Alla sera, verso il tramonto, egli suole scendere al fiume e si asside sopra un masso che l'acqua lambe.
Quali allora i pensieri di lui? Di certo, fra le sue pupille vagano le vaghe prospettive di cose nuove e sconosciute. Lo sguardo di Colombo fanciullo, in riva al mare.
Le montagne alte nereggiano intorno a quel biondeggiante capo destinato alla storia, la fronte spaziosa s'irradia dei chiarori di quel cielo limpido e freddo dell'alpe, che  tanto luminoso!
Passeranno molti anni, e i terrazzani avranno battezzato quel rustico sedile: la pietra di Cavour. Ma egli non ricorder con piacere quelle giornate.  l'esilio,  l'esilio dal mondo, dove il petulante e attivo ingegno si alimenta. Per, non invano l'avr visitato la meditazione e non invano quello spirito indipendente e spregiudicato avr respirato la poesia della solitudine. Contro il sentimentalismo e la poesia, Cavour scoccher i suoi frizzi: egli pretender di essere negato all'arte ed all'imaginazione. Ma intanto, quale poesia pi affettuosa e delicata, quando appender innanzi al suo tavolo di lavoro la tunica del nipote Augusto, caduto a Goito per l'Italia e quel drappo forato da palle austriache, unica eredit che egli avr voluto, sar l come il pio simulacro del voto giurato nel suo cuore; il voto all'Italia, per la vita!  un voto di giovani anni e la solitaria rupe di Bard ne fu forse il primo testimone, a divampare dei presentimenti che la rivoluzione del 1830 accendeva nell'animo di lui.
Egli  cos fatto che, appena imprese a meditare, i problemi morali e politici del suo tempo gli si affacciarono intieramente.
Li vide colla veemenza di un'interna visione e concep l'altezza morale della libert e dell'indipendenza, stimandole il fondamento di una saggia e dignitosa educazione civile.
Condotto dai suoi studi di matematica, dall'indole equilibrata a non scambiare il fatto con la parvenza, a mettere l'accordo fra il pensiero e l'azione, a nulla trascurare che rendesse questa pi efficace, egli intendeva altres che la libert, la indipendenza nazionale erano necessarie al movimento sociale ed economico, che il suo perspicace intelletto gli dipingeva.
Breve fu l'esiglio di Bard. Il giovane patrizio, insofferente di formalismo, non potendo, per ossequio alla volont paterna, mutare di cielo, come aveva fatto Vittorio Alfieri, muta, se non altro, occupazioni, abitudini, tenore di vita.
Egli si butta all'agricoltura.
Una vasta distesa di campi, in una pianura monotona, dalla quale a malapena, nelle giornate chiare, si scorge il bianco frastaglio dell'Alpe piemontese.
Un'abitazione rurale, intorno alla quale si affaticano contadini e brulicano mandre copiose, diventa il centro dell'attivit di Cavour.
Quest'uomo che nega a s stesso il dono di poesia e che, desto all'alba, passa i giorni nei campi, nelle risaie, nei prati, intento alle seminagioni, ai concimi, alle irrigazioni, all'incrocio dei merinos, all'ingrassare dei buoi, scrive nobili lettere, cos lucide e liete, nelle quali la vita dei campi vibra di cos grande efficacia morale ed intellettuale, come nessuna egloga virgiliana.
E intanto egli riconosce le quistioni economiche che dominano il mondo moderno. Nella pratica dell'agricoltura riscontra i concetti, le formule, i presagi dell'Economia politica: quando gli capiteranno i libri di Bastiat, avr gi intuito le difficolt, le resistenze, gli ostacoli e concepito che la libert economica  il segreto dell'ora che volge.
Allorch, nei riposi della vita austera e laboriosa, egli viagger in Francia e in Inghilterra, compiacendosi di investigare tutti i segreti della vita moderna, vi ritrover quel che gi aveva indovinato.
Ma l'agricoltura  anche un'occasione per divulgare, colle cognizioni scientifiche, lo spirito di associazione, di stimolare l'attivit sociale che  egli indirizza alla produzione tecnica, al credito, ai primi aneliti dell'industrialismo, strappando al pauroso dispotismo le timide licenze.
Egli pensa ad una banca per azioni e, insieme al suo amico Petitti, esamina il nuovo problema delle strade ferrate.  una rivelazione: l'avvenire politico dell'Italia si schiude nella mente di Cavour. Fin dal 1842, egli sogna una vertiginosa corsa di traffici dalle Alpi al Jonio. Questo grande intelletto moderno rivede per la sua Italia la grandiosit delle antiche vie romane! E, insieme a tutto ci, la coscienza completa di quanto occorre alla rigenerazione delle plebi!
Egli ha studiato la quistione Irlandese e ne scrisse pagine che sono viventi anche oggi, ha indagato il pauperismo e quell'embrione di legislazione sociale che era la tassa dei poveri in Inghilterra. Allora, quello spirito liberale, vede che l'educazione  il primo passo all'affrancamento e si accinge ad introdurre in Piemonte le scuole del popolo. L'intento  pericoloso: il governo di allora non s'acconcia alla novit: tutto ci che sa di associazione, quanto nella istruzione o nella cultura esce dalle vie tracciate, inflessibili come dogmi, appare un sintomo di rivoluzione. Cavour persiste. Una societ agricola si fonda, si aprono i primi asili infantili. N Cavour  solo in questa opera. Tutta una agitazione aperta, feconda, generosa, alla  quale prendono parte i migliori del Piemonte. Ingegni austeri e pensosi, che si raccolgono nella libreria del conte Sclopis e s'incoraggiano nell'ospitalit del signor di Barante, l'ambasciatore di Francia, nel cui salotto, un giovane segretario, il signor d'Haussonville recava gli echi di Coppet, l'intellettuale cenacolo del liberalismo europeo. Presso il signor di Barante si adunavano quanti, a Torino, volevano respirare. Dura, monotona, servile vita era allora quella di codesta capitale, e lo fu sovratutto nel tempo che corse dopo i tentativi del '31 e del '33, fin verso il '45. Epoca oscura, nella quale Carlo Alberto seguitava l'angosciosa tenzone, chiuso nel suo enigma, mentre i ministri di lui si esercitavano alla pi sospettosa reazione.
Vi sono lettere di Cavour che narrano quella vita angusta: la prigionia entro la quale il grande ed agile spirito soffocava. Tuttavia la esistenza di lui in quel tempo  una preparazione psicologica ad un'intensa azione, intanto che il suo intelletto si addestra con ostinata costanza a tutte le peripezie di una vita pubblica feconda ed attiva. Non vede come arrivarci, talvolta ne dispera. Per giunta, il suo cuore  spezzato dal triste epilogo di una storia d'amore. Intorno ad essa  il mistero, ma ne traspare tanto da comprendere la profondit dei sentimenti in questo gagliardo e gioviale uomo d'affari, come egli ostent di parere.

 stato veramente un uomo grande. Nessuna cosa della umanit  fuori di lui ed egli nobilita l'umanit e innalza il dolore e l'amore colla delicata sensibilit nell'afflizione pudicamente discreta.
Ebbe un amico carissimo, un'amica prediletta e sacra. Perdette l'uno e l'altra: ne sofferse, tacque e si volse alla patria.
Per tal modo, appena qualche bagliore di vita pubblica strisci sull'orizzonte, Cavour fu tra i primi ad acclamarlo. Era pronto. Fu guida alla schiera modesta e gagliarda che si raccolse nelle sale del Risorgimento, il giornale tosto fondato, appena che venne concessa qualche larghezza alla stampa.
E nelle agitazioni che corsero l'Italia in quei giorni, quando un papa liberale sollev gli animi, allorch le moltitudini intravidero nelle promesse del pontefice un'aurora e incominciarono a pensare e vol il grido di riforme!, nella redazione del Risorgimento fu maturata la proposta che si chiedesse senz'altro indugio una costituzione.
In un'adunanza di liberali d'opposte parti parl in questo senso Cavour, e le parole di lui destarono sospetto nelle ricongiunte fila della democrazia.
Questo nobile figlio del vicario - il capo della polizia - questo gran signore, noto per le sue predilezioni inglesi, dal fare sarcastico ed aggressivo,  non piaceva. Lo chiamavano mylord Camillo; e, per parecchio tempo, la caricatura si esercit a raffigurarlo con un piccolo codino. Era un codino di strano conio, che aveva pensato alla libert e vi aveva creduto prima di tanti altri che se ne facevano allora gli araldi: un uomo che aveva studiato i pi elevati problemi della morale politica colla energica tempra sorretta da fede e da ragione, con abitudini di libero esame; scevro di scrupoli e non intollerante.
Egli aveva da lungo tempo seguto colla logica inflessibile della mente il cammino delle idee liberali a traverso l'Europa e lo aveva seguto con quella tendenza spiritualista, che  singolare prestigio negli uomini di azione.
Grandi insegnamenti erano state le vicende del primo periodo riformatore in Inghilterra, la storia del regime parlamentare sotto la monarchia di Luglio, e le agitazioni della Penisola Iberica.
Egli aveva ammirato la previdente abilit di Wellington, di lord Gray, di Roberto Peel; deplorato le miserie del Carlismo e le fatali conseguenze dell'impeccabilit politica dei re: aveva conosciuto la triste povert dei risultati di una politica demagogica all'infuori del reale, le perniciose deviazioni di un parlamentarismo, smarrito tra l'asservimento delle maggioranze, gli intrighi dei ministri, le ambizioni dei competitori e l'ostinazione egoistica del principe, come era accaduto in Francia, dopo la morte di Casimiro Perrier.
Questi spettacoli avevano suscitato entro di lui una coscienza politica impregnata di sano realismo, intanto che il suo genio matematico gli rivelava il dinamismo delle istituzioni costituzionali, in cui egli ravvisava la sicura guarentigia di libert per i popoli, un sincero e potente mezzo di azione per i Governi.
Agli occhi suoi di veggente, le inclinazioni dei tempi apparivano in un'armonia completa delle promesse effuse a attraverso il mondo dalla rivoluzione, che aveva inaugurato il secolo colle prospettive che rinverdivano sul lucido orizzonte dell'avvenire. Spirava evidentemente l'alito di novit sul mondo occidentale.
La vita moderna fremeva di ardori sconosciuti. Le invenzioni e le scoperte mettevano sottosopra la quietudine antica.  in quei tempi che il giornalismo conquista la sua potenza straordinaria e crea la opinione pubblica; che le macchine suscitano un mondo industriale, e il vapore e l'elettricit cominciano a mutare l'aspetto dei continenti e a trasformare sensibilmente gli ordini sociali.
La espansione nuova imponeva nuove forme di rapporti, e l'economia politica che gi aveva rivelato tutta una serie di fenomeni inesplicati, si avvaleva di codesto espandersi, di codesto moltiplicarsi  dell'attivit e della ricchezza per reagire sull'assetto internazionale, sull'ordinamento interno degli Stati.
Studiando il tempo suo, Cavour previde che lo spirito liberale avrebbe eccitato l'opinione pubblica, stimolandola ad un'azione assai pi grave e profonda di quella, cui credevano di doversi restringere i famosi dottrinarii francesi. Gente di onestissimi propositi, ma impigliata, senza avvedersene, in una specie di mandarinato politico. Onde egli, non senza ironia, amava proclamarsi "juste milieu;" espressione messa alla moda da Luigi Filippo.
Ma il suo "juste milieu" egli non intendeva che fosse il fermarsi come che sia. Proclamer un giorno in Parlamento che "i cannoni e le baionette non sbarrano la strada alle idee."
Era convinto che il movimento non si poteva n si doveva trattenere. Ogni ordine di cittadini, intervenendo omai nella colossale collaborazione, occorreva accertare in loro cospetto che la libert non  mezzo soltanto, ma fine di alta moralit da conseguire.
Posto in questi termini il problema di governo, il cmpito dello Stato materialmente si disegna nel secondare e coordinare l'impeto del rinnovamento.
Si  perci che Cavour fu tra i pi convinti fautori del regime rappresentativo.

Le formule costituzionali, le due Camere, non erano per lui una formale asseveranza di diritti nominali, una convenzionale espressione della sovranit popolare, bens un sapiente metodo di governo, in tempi di progredita coltura e di gagliarda espansione individuale.
Ma questo concepimento dello Stato moderno esige un popolo che abbia ferma coscienza della vita nazionale, e per ci il Cavour, se non da prima unitario, fu certamente sempre un ardente fautore dell'indipendenza.
Esaminando le condizioni dell'Europa, le aspirazioni alla nazionalit, - che la fallace resistenza ai moti del Belgio e di Grecia, lo stridore delle contese in Polonia, il fermento sulle rive del Danubio annunziavano come prossimo segnale di rivendicazioni e di battaglie, - ne traeva auspicii per la causa italiana.
Uomo politico avventurato, che i meditati disegni della sua giovinezza pot colorire nella realt luminosa, vide sorgere dal profetico sogno l'evento, saldo sempre sul fondamento di principii, sopra del quale tutta l'azione politica sua si innalz. Ad una parola inorridivano, non soltanto i reazionarii, ma anche i nuovi arrivati e gaudenti, coloro che arricchitisi colle sue spoglie, si inorgoglivano di essere chiamati figli della rivoluzione.
La parola appunto: rivoluzione.

Di qui, un ibrido conservatorismo, mantenuto in vita mediante spedienti e compromessi, transigendo con tutti, tutti scontentando, fra la universale irrequietudine.
Cavour, con sicuro istinto, riconobbe lealmente il fatto rivoluzionario, vi ravvis l'annunziazione dell'avvenire.
Importava dirigerlo, richiamarlo, avviarlo a fini di governo. Questo egli volle.
E cos, nei primi giorni dello Statuto, contrast con freddo consiglio le esuberanze e le impazienze, tanto da perderci il seggio in parlamento.
Ma quando la democrazia ebbe per virt del Gioberti il lampo chiaroveggente della lega italiana e dell'intervento in Toscana, Cavour fu con Gioberti.
In tutta la fase prima della rivoluzione italiana, nel periodo del 1848-49, dopo Novara, durante le angoscie, i tumulti, gli scoraggiamenti, le incertezze di un'ora nella quale patria e libert parvero sommerse, il Cavour giornalista, deputato resistette all'irrompere delle estreme parti, si ostin nella sua politica. Credette il volgo che egli volesse, immobile, ancorarsi sul presente, e gi nel segreto dell'anima ardente balenavano le folgori di rivincite non lontane.
Iddio che, se suscita gli uomini grandi, fornisce loro il campo e i mezzi di azione, fece sorgere accanto a Camillo di Cavour colui che lo comprese. Vittorio Emanuele secondo, dal trono, glorificato con l'atto di baldanzosa lealt al quale il generale Radesky si era dovuto inchinare, stese la mano a Cavour.
Cospirarono insieme, e lo grid un giorno Cavour dal suo banco il ministro: di quella cospirazione venti milioni di italiani annodavano le fila, in silenzio.
Vittorio Emanuele salv a Vignale la causa italiana. Il suo primo ministro di allora, Massimo d'Azeglio, preserv la costituzione dalla impotenza, lo Stato dall'anarchia.
In quei giorni Cavour ritorn alla tribuna parlamentare: sgabello o tripode, l  la fortuna dell'Italia nuova.
Diceva allora Cesare Balbo: "lo Statuto, null'altro che lo Statuto."
Replicava Cavour: "lo Statuto con tutte le sue conseguenze."
 la Rivoluzione fatta governo, che si modera per proporzionare i mezzi ai fini ed a ciascun giorno assegna il cmpito, risoluta, impavida, certa che nessun reggimento vale, se non  sincero fino all'estremo, checch si dica.
Ecco profilarsi il vero conte di Cavour: l'uomo nuovo, nato proprio per il suo tempo. Non ha rancori n pregiudizi.

Appartenente ad una casta spodestata dalla rivoluzione, non soltanto rinuncia allegramente al privilegio, ma si compiace che trionfi la dignit umana. Questo sentimento domina tutte le azioni sue: egli vi fonda le sue ambizioni di patriotta e di liberale.
L'avvenire della Societ europea gli appare chiaramente a traverso questo lucido cristallo, e gli sorride che la patria sua sia esempio di dignit coraggiosa.
Cos egli si circonda di nobile poesia, che l'istinto popolare decora co' suoi entusiasmi.
Egli  gi quel Cavour, che nelle imaginazioni e nei ricordi del popolo italiano vive in un chiarore, che splender finch duri la memoria del nostro secolo.
Il suo indipendente carattere lo emancipava fino dalla giovinezza. Non egli dovette disdirsi, rinnegarsi.
N abbandoni n apostasie. Allorch l'ora scocc, era sciolto da ogni impegno verso il passato. In quel punto, pot essere capo dei liberali in Piemonte e come quegli che, nella assoluta indipendenza dello spirito, aveva ripudiato le tenerezze della casta e i favori aristocratici, sentiva in cuore il diritto di irrigidirsi contro le invidie ed i sospetti della demagogia, di reclamare altamente la gloria di dare il nome suo all'opera di libert: arbitro e moderatore.

Un'immensa forza questa per lui e, ad accrescerla, il valore pratico della mente, la famigliarit degli affari, la penetrazione acuta del congegno di tutta la vita contemporanea.
Cedendo a lui il posto, Massimo d'Azeglio poteva scrivere: "Sano di mente e di corpo, una attivit indiavolata e poi.... tanta voglia di stare al governo! Ottimo d'Azeglio! Questa voglia era fatta di fede e di sincerit, di ardore appassionato e di convinzione profonda.
Bisogna penetrare un po' addentro a queste anime e sentire come palpitano, ferventi. Ambizione, ambizione!  denigrare noi stessi il supporlo, quando la patria aspetta, e le pi alte idealit umane sorridono.  predestinazione, non ambizione.
 il segnato in fronte che afferra il labaro e muove alla conquista.
Egli cammina innanzi alle turbe!
Immaginiamo quei giorni.
Fresche ancora le ferite di Novara, la gente cominciava appena a riaversi ed a guardare attorno.
Una fazione potente per schiatta illustre, per servizi alla monarchia, altera nella incorrotta fama, che fu il pregio grande dell'aristocrazia subalpina, avversava il nuovo ordine di cose.
Era gente che aveva difeso in battaglia lo Statuto e la causa nazionale, ma non credeva all'Italia, n alla costituzione. Ci vedeva il precipizio della dinastia: armeggiava in Corte. Non attorno al Re, inaccessibile e risoluto, bens presso la regina, la madre e la moglie del Re, timide, pie, austriache entrambi. Angeli di bont, ma nel cuore, arciduchesse. Una parte di codesti signori si adoprava in Senato. Una specie di vecchia fronda, senza duchesse di Longueville, ma con qualche virgulto di cardinale di Retz. Il profilo ne balza dalle pagine di un memorandum lasciato dal capo, il conte Solaro della Margherita: un piccolo Metternich, si diceva.
Ma era un Metternich buon diavolo.
Accanto a costoro, si schierava in altezzosa dignit, la falange dei conservatori che avevano consigliato e sottoscritto lo Statuto, illustri e sapienti, liberali per natura e generosit di animo, conservatori per tradizione, per scrupolo, per istintiva repugnanza alla democrazia in azione, per timore di esserne soverchiati.
Seguivano i liberali democratici, propensi per indole, per studi, per istintiva saviezza ai consigli prudenti, ma decisi al trionfo dei principii liberali, ad ogni costo; ardenti per la causa italiana, diffidenti di persone e di cose che rammentassero il governo passato, sospettosi della Corte, della nobilt, dell'alto clero.

Seguivano i democratici ad oltranza, i rivoluzionari per temperamento o per professione, reboanti di declamazioni contro i troni e le chieriche, esalanti verso il barbaro ed i tiranni le pi rumorose contumelie, frementi ancora del lievito quarantottesco: santo e benedetto lievito che aveva fatto le barricate, ma che nell'ora melanconica del raccoglimento, dopo la sconfitta, appariva meno opportuno.
Intorno al mondo politico: una nobilt resta, un clero avverso, una borghesia scontrosa e un popolo sbalordito da tante novit, che si risolvevano in maggior carico di tributi.
A poche marcie da Torino, l'Austria che vegliava e nulla avea dimenticato.
Per l'Europa correvano ancora i brividi del '48, quando la rivoluzione era penetrata anche a Vienna; era stato appunto codesto scoppio di uragano che avea ribadito in Cavour il convincimento di una politica liberale e progressiva. Ma in quanti pochi a seguirlo!
Poich la paura dominava gli uni, il furore acciecava gli altri e il vecchio spirito europeo stava coi primi. I principi italiani, nell'Emilia, a Napoli, ne erano incatenati; il papa scagliava l'anatema al Piemonte, e fin la Francia, terrorizzata dal colpo di stato di Napoleone terzo, appariva nel momento un'incomoda vicina, dalla quale i  costituzionali subalpini non speravano consigli ed incoraggiamenti. Doveano star paghi delle lontane e platoniche simpatie dei whigs inglesi.
D'altra parte, non erano spente le ire, ne sopite le audacie dei demagoghi, alleati con tutti i vinti del '48, coi reduci di tutte le insurrezioni, di tutte le barricate: dispersi per la Svizzera, per l'Inghilterra o rifugiati in Piemonte.
Le potenze centrali, Prussia e Confederazione germanica, si tenevano mute, avvinte all'Austria: Niccol di Russia ricordava all'Europa di essere il depositario del 1815, il personale avversario delle Costituzioni.
Correvano presentimenti sinistri.
L'Ungheria fremeva ricordando i suoi martiri; la Polonia rodevasi, debellata non vinta, e quel tricolore innalzato l, ai piedi delle Alpi, segnacolo di agitazione, speranza di rivoluzionari, intorno al quale si raccoglievano profughi e parlavano di nazionalit, di indipendenza; quel vessillo che copriva coll'allegria de' suoi colori festosi una costituzione ed un parlamento, sembrava una provocazione, una sfida.
Il Piemonte era il temuto ribelle!
Comporre negli animi la concordia, la fede negli ordini nuovi, rassicurare l'Europa serbando fede alla causa italiana, preparare Re, parlamento e popolo agli ardimenti, creare in Piemonte  una coscienza patriottica suscitandovi l'ardore dello spirito nazionale, infondere negli uni la confidenza e l'audacia, negli altri la prudenza, effondere sovra tutti il magico alito della libert, questo fu il grande, il magnifico pensiero di Cavour.
In questa coraggiosa preparazione  la principale opera sua, la vera opera sua. La sua azione in quel tempo fu tanta e cos potente, che avvinse la storia.
Essa dovette seguirlo ed obbedirlo.
Mostr, allora, subito quel che occorreva.
Il suo memorabile discorso del 7 marzo 1850, meglio un manifesto che un discorso,  programma di azione.
"Come starsene immobili?
"Pensiamo un po'. La rivoluzione da una parte, co' suoi urti, le sue improntitudini; L'Europa monarchica e conservatrice dall'altra, sospettosa, diffidente, cupida di soffocare ogni idea liberale.
"La immobilit sarebbe l'umiliazione e la ruina. Il Piemonte scenderebbe al livello degli altri staterelli, l'Italia perderebbe ogni speranza. Altri fini, diceva, altri fini deve conseguire la nostra nazione, deve conseguire l'Italia!
"Lo Statuto non pu rimanere una formula vana: esso  strumento capace e poderoso.
"Adopriamolo." Questo, in succinto,  il pensiero. Nella mente di Cavour, la costituzione era cosa viva: i partiti dovevano fecondarla; partiti organici, logicamente ordinati con idee e con programmi. E questi partiti occorreva crearli, perch le agitazioni estreme svanissero, infeconde. Occorrevano riforme, per evitar le violenze. Egli scriveva nel 1860: "prevenendo gli avvenimenti, secondando ci che vi  di giusto e di nobile negli istinti popolari, si rendono impossibili le rivoluzioni." Fu il primo serio tentativo della vita libera in Italia.
Il discorso del marzo ottenne l'effetto che Cavour desiderava: quello di schiarire la situazione innanzi all'opinione pubblica.
Un anno dopo Novara, per bocca di Cavour, la Camera Subalpina preannunciava il parlamento del 1861. Nessuna meraviglia quindi, se codeste parole rintronarono fra le moltitudini.
Cavour incarn, fin da quel giorno, le speranze italiane, e quando, pochi giorni dipoi, Vittorio Emanuele firmava il decreto che lo faceva ministro, dicendo al d'Azeglio: "Badate, costui vi scavalcher tutti," forse nel conscio animo del Re trepidava la profezia del pallido Gioberti, la parola ultima che dal letto di morte il doloroso profugo gettava all'Italia, perch dalla sventura non dileguasse il conforto di suprema speranza. Quella grande anima, perdonando, divinava il Re ed il Ministro.
Da quel giorno, anche agli occhi dei pi diffidenti,  questa monarchia che si trasformava cos sinceramente in regime di libert, che mostrava di accogliere cos spontaneamente tutte le idee moderne e le favoriva e si rinnovellava in esse, legittimandosi italiana nel sentimento e nell'entusiasmo, onde i profughi delle altre regioni sedevano nei consigli della Corona; e in parlamento e dalle cattedre spandevano sulla giovent la luce di insegnamenti, maturati nelle sventure, per cagione della patria e a torme altri profughi erano accolti e protetti in Torino, apparve un fatto cos straordinario, cos miracoloso, da colpire le immaginazioni, come una rivelazione della Provvidenza.
Gli animi di quel tempo spiravano amore, fede, poesia. Erano in Dio credenti, e credevano nella patria.
Tutta la genialit vibrante nell'arte italiana, il veemente desiderio sprigionatosi fin dai primi anni del secolo, librato sui monti, sulle marine, sui memori piani, quando la benedizione del pontefice accendeva nei cuori il fuoco mistico di religioso entusiasmo, nel quale l'amore di patria si purificava e raggiava sulla fronte una luce ineffabilmente spirituale! Meraviglioso stato d'animo per osare.
Non  strano se in quel fermento sorgesse il disegno di far partecipe il Piemonte alla guerra che allora si combatteva sul Mar Nero, per assicurare  il cosiddetto equilibrio del Mediterraneo, mossa in favore della Turchia, avverso la Russia, dalla Francia e dall'Inghilterra.
Se nel salotto politico della marchesa Alfieri o nella tesa dove Farini aspettava le quaglie, o nella sola mente di Cavour, oppure nella fantasia di Vittorio Emanuele sia sorto per la prima volta il pensiero dell'alleanza di Crimea,  vano ricercare. Correva per l'aria l'impeto delle audacie.
Nelle condizioni dell'Europa, mentre la Russia provocava, l'Austria si disponeva a stupire il mondo colla sua ingratitudine, e la questione d'Oriente risorgeva in modo nuovo e diverso, e non era temerario il supporre che sul Danubio divampasse la fiamma augurale della nazionalit, l'inoperosit del Piemonte pesava su quelli, che ne' suoi destini vedevano l'indipendenza d'Italia, al Re che conosceva come in cuore dell'esercito e del popolo durasse il tormento di Novara.
A Vittorio Emanuele la figura mistica dell'antica croce sabauda sventolante ancora una volta sugli azzurri del mare d'Oriente, appariva come presagio di rinnovate fortune.
Egli voleva capitanare l'esercito, e, a malincuore persuaso dalla ragione di Stato, cedette il comando al generale La Marmora.
Il partito della guerra fu vittorioso in Parlamento, esclusivamente per il prestigio di Cavour.

Pareva un'avventura. Lo scontroso patriottismo temeva dell'Austria, i meno diffidenti presagivano la ruina economica.
 storia da non potersi riassumere in poche parole. Meriterebbe, essa sola, una conferenza. Occorrono pi conferenze per illustrare la storia d'Italia dal '56 al '61 e questa storia d'Italia  storia di Cavour.
Di certo, nella guerra di Crimea la parte del Piemonte fu rischiosa tanto, che anche il gran ministro ne temette. Oh! l'annunzio della Cernaia! E la vittoria che bacia il tricolore! E le divisioni di La Marmora emule dei primi soldati d'Europa, acclamate in cospetto del mondo!
Fu l'anno sfolgorante e clamoroso. Dopo tanta tenebra profonda, tanto duro silenzio, l'anima del popolo si sollev fiduciosa. La bandiera, nel suo nuovo prestigio, oltre il Ticino irradi i bei colori che dicevano la speranza. Il popolo d'Italia scriveva sui muri: "Viva Verdi," cio: "Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia."
Sedizioso emblema! E il conte di Cavour si avviava a Parigi, per raccogliere, sul tavolo della diplomazia, l'alloro che l'esercito sardo aveva mietuto in Crimea.
La storia della civilt nostra dir del Congresso di Parigi che esso fu la manifestazione dei sentimenti e delle illusioni di un secolo, il quale sent l'ansia dei fini umani.

Il secolo che doveva chiudersi con la conferenza per la pace, vi preludi a mezzo il cammino col "non intervento, l'abolizione della corsa, il diritto dei popoli di manifestare liberamente i loro voti."
Napoleone terzo segn in quel punto l'apoteosi del suo regno, e l'Europa la moderazione di lui ammir.
Cavour rinvenne l'alleato.
- Che si pu fare per l'Italia? - Gli chiese un giorno l'Imperatore. E Cavour, cogliendo al balzo le intenzioni e la proposta, gli esponeva il suo piano; si arrischia, e con temerario slancio butta sul tappeto verde del Congresso la questione italiana.
Questo avvenne il giorno 8 aprile 1856.
Fu la prima volta che in un congresso europeo l'Italia "nazione" appar.
Ben lo intese il gentile spirito dei patriotti toscani, quando al ministro piemontese ritornato in patria offerivano nel bronzo: "Colui che la difese a viso aperto."
Intanto i lombardi regalavano all'esercito sardo di Crimea la statua dell'alfiere in atto di difendere lo stendardo.
Le rivendicazioni italiche erano una realt. Cavour le aveva elevate al posto d'onore, mentre coglieva il segreto di Napoleone terzo.
Il ritorno di Cavour da Parigi segna il principio di un'epica fase, e il linguaggio di lui ne risente.

Questo ministro tecnico, che appariva sdegnoso di uscire dal terreno pratico, diventa un poeta.
La sua eloquenza ha gli scatti e le pompe, l'ampiezza e la grandiosit: egli cita Byron e Manzoni, schiude innanzi al parlamento attonito un orizzonte sconfinato e corrusco di attivit provocatrici. Le sue parole hanno la sonorit del metallo: rimbombano come fanfara di guerra.
Orgoglioso, quando passa l'imponente rassegna degli scambi avvivati, delle industrie sollevate, delle leggi immaginate, delle Alpi tentate, delle strade aperte, della marina rinnovata, dei civili ordini assodati, coll'imponente e largo discorso dell'aprile 1857, da codesto orgoglio trae nobile argomento per additare le vie che si aprono, gli ardimenti che aspettano: le fortificazioni di Alessandria, il porto di Spezia, l'esercito, l'armata.
E quando, l'anno di poi, l'attentato di Orsini getta lo scompiglio e incoraggia la reazione, egli, inesorabile accusatore, denuncia la complicit del misfatto nel mal governo dei principi, nelle perfidie austriache.
Lo sgomento di tutti si infranse contro la sua virile fermezza. L'Europa stava spiando. Sar Alberoni o Richelieu? Ma il 10 gennaio del '59 Napoleone terzo getta la sfida all'Austria; alcuni giorni dopo, Vittorio Emanuele non  insensibile al grido di dolore dell'Italia.

Palestro, Montebello, Magenta, San Martino e Solferino! Giornate primaverili del nostro riscatto, corona di valore e di sangue a quegli accordi di Plombires che Cavour annodava, intanto che vanamente la diplomazia lo sorvegliava!
La guerra del 1859, colla liberazione della Lombardia determin la sollevazione della Toscana, dei Ducati e della Romagna; e, allorch Napoleone terzo, preoccupato dal contegno della Prussia risolse di posar l'armi, stipulando i preliminari di Villafranca, mezza Italia aveva proclamato la indipendenza.
L'insurrezione prodigiosa era stata sollecitata dall'iniziativa guerriera del Piemonte: Cavour l'aveva ispirata: egli sentiva la responsabilit formidabile.
Il grande rivoluzionario era lui, che aveva bandito la guerra, scatenato le popolazioni, armato Garibaldi, che sosteneva di denaro e di consigli Farini nell'Emilia, d'Azeglio in Romagna, corrispondeva con Ricasoli in Toscana. Villafranca lo colp come una defezione. Fu il dolore grande della sua vita, gli parve d'aver mentito ai popoli fidanti in lui. L'esaltazione tragica del suo animo sal all'irreverenza verso i sovrani; quel potente dubit di s: vide nell'opera sua una ruina.
Il popolo d'Italia fu, in quei giorni pi sereno e tenace di lui, ma lo intese. Disse:  un uomo di cuore costui, e veramente ci ama. Lo vendic. D'altronde, Napoleone terzo che aveva sacrificato al dovere verso la Francia la promessa: "dall'Alpi all'Adriatico" si tenne fedele allo spirito del trattato di Parigi.
Se Villafranca significava la pace coll'Austria, egli aveva dichiarato che non intendeva di frapporsi fra il popolo e le sue aspirazioni. Quando Gioacchino Pepoli fu spedito a Parigi per annunziare i propositi degli Italiani e gi i governi provvisorii delle provincie centrali, irremovibili nell'indipendenza, meditavano l'unit coi plebisciti, l'Imperatore movendogli concitato incontro:
- Sur quel air venez-vous? - chiese.
- Sur l'air de Villafranca, Sire, rispose Pepoli prontamente. E di rimando:
- Il n'y aura pas d'intervention, - dichiar recisamente Napoleone.(3)
Il non intervento condann l'Austria alla immobilit, favor la politica delle annessioni. L'opera di Cavour ne usciva intatta, e questi, che nell'impeto del patriottico sdegno, aveva abbandonato il governo, vi ritorn il 16 gennaio 1860.
Era forse giunto il tempo che dovessero avverarsi tutte le profezie? Che anche la parola di Carlo Alberto trionfasse? Suonava per l'Italia l'ora di fare da s?
Ahim! Diciotto mesi ancora, e poi il risorgente popolo  percosso dalla negra ala della morte.
"Una congestione cerebrale," scrive il venerando patriotta ungherese Luigi Kossuth "e la mente che oggi s'innalza co' suoi progetti fino al cielo, la mano che arditamente spinge la ruota della fortuna delle nazioni, domani  un corpo esanime che ridona alla terra ci che di terrestre conteneva."
Ma in quei diciotto mesi quale maestosa onda di fatti!
L'epopea dei volontari, l'ardita marcia a traverso l'Umbria e le Marche e Vittorio Emanuele che stringe la mano a Garibaldi sul Volturno, intanto che i plebisciti creano il regno d'Italia e il primo parlamento italiano acclama Cavour, che si mostra al braccio di Alessandro Manzoni!
Questo  miracolo voluto, combinato, eseguito con una perspicacia che sorveglia s stessa acutamente, con un'attivit pensata a un tempo e turbinosa, fucinata sul maglio di un'energia indomabile, in una terribile tensione dello spirito.
- Oh! - sclamerebbe la forte e dolce Nennele, la simpatica eroina, la nuova creazione di Giuseppe Giacosa - oh veramente colui si dava alle cose!

Per tal modo, il giovanile prorompere dell'ufficialetto di Bard, imprimendosi nella maest della storia, coronava la vulcanica esistenza, dominata da un pensiero!
Cavour era ministro del regno d'Italia! E nei clamori della prima festa nazionale, in onore di quello Statuto, che era stato per la sua volont un miracoloso talismano, nella letizia dei compiacimenti ufficiali che dall'Europa venivano al nuovo regno, si dileguava nell'eternit gloriosa l'infaticabile spirito nel quale il sospiro dei secoli aveva assunto robusta e vitale forma.
Temperamento fatto di logica e di libert. Spazi in un campo intellettuale supremo, dove non setta, non pregiudizio, non volgarit di onori, ma solamente la fatidica progressione della storia lo guidava. E questa lo condusse al premio ineffabile, e dona alla memoria di lui, rompendo l'ombra e rischiarandola, la serena popolarit che circond la sua persona.
Ma egli maturava nell'ampio e profondo cervello immensi e benefici disegni!
Avete udito, sul letto di morte, le ultime sue parole?
- Frate, frate, - e appuntava su padre Giacomo il fuoco supremo dei suoi occhi spalancati: - libera Chiesa, in libero Stato.
Egli poteva darci una salutare riforma religiosa!

Fino dalla giovent, la preoccupazione delle forze morali che sorreggono le comunioni umane aveva sollevato il suo animo alla vertigine delle altezze, il sublime lo tentava nel magnifico miraggio: la religione e la libert!
La sua formula, incompresa o trascurata, racchiude forse il segreto di una risurrezione di fede, quale non videro le mistiche et, di una spiritualizzazione del sentimento religioso, quale non sanno concepire coloro che abbassano la Chiesa al livello di una Societ politica.
- Santo Padre! - esclamava in cospetto dei nuovi eletti d'Italia, il conte di Cavour - Santo Padre, noi vi daremo la libert, che da tre secoli invano chiedete alle potenze cattoliche; date a noi Roma la madre alma, la stella polare nostra: noi proclameremo la libert della Chiesa! -
Era una promessa degna della mente politica pi vasta e comprensiva dell'et nostra, della mente che rispecchia l'immagine pi schietta e completa, pi morale del mondo moderno!
Pochi, pochi anni, troppo pochi anni dur quella fioritura vivida e generosa di colore, di luce; dur quel governo intellettuale contesto di persuasione e di fscino.
Ma la forza di una dominazione fondata sulla vivace parola, sul dibattito aperto, in parlamento, azione di avveduta pazienza e di indomabile fede.  non  mirabile, stupenda, misteriosamente seduttrice, efficace e illustre assai pi di quella che si suole richiedere agli eserciti ed alle burocrazie?
Il significato morale dell'opera di Cavour, equilibrata, sana, condotta secondo ragione, non  qualche cosa di molto elevato, di veramente edificante e buono, che ravviva la confidenza nelle qualit umane, nella possibilit di un destino che corrisponda agli intimi soavi accordi dell'intelletto e del cuore?
Oh, di certo, una nazione redenta, un popolo restituito a dignit, il sangue dei caduti vendicato coll'onore della patria raggiante nella coscienza di cittadini risorti alla seriet del dovere e alla letizia della libert, codeste sono opere immortali.
Ma lo spiritual significato di un'esistenza utile, laboriosa, onesta e grande come quella di Cavour non  forse anche pi ragguardevole cosa e degna di rimanere in perpetuo esempio?
Di codesta purissima luce, effusa sulla nuova storia della nostra patria, dobbiamo rendere grazie a quell'uomo, e, sia benedetta la Provvidenza, che la rivoluzione d'Italia si impersona in una delle figure pi elette del secolo.
N consentiamo alla puerile bestemmia che egli sia morto a tempo per la gloria sua.
Per la sua felicit, forse.
Ma, per la gloria? Che possiamo dirne noi? Che ne sappiamo?

Che cosa possiamo noi prevedere di una intelligenza, di un'anima entro la quale ardeva e folgorava cos potentemente il raggio di Dio?
Un giorno, standosi il conte di Cavour sulle rive del lago di Ginevra, lo accost un alto e biondo bernese, soldato della libera Elvezia repubblicana.
Lo fiss, e poi gli chiese:
- Sie sind Cavour? -
E, avutane risposta affermativa, gli occhi del popolano si velarono di lacrime. Afferr le mani del grande liberale, le baci precipitosamente, commosso. Poi si allontan.
Si era al 1860: l'Italia sorgeva.
Oh come felici, se nella sconsolata via, venisse innanzi a noi il trionfante fantasma ideale!
Con quale trepidante desiderio, anche noi, interrogheremmo:
- Sie sind Cavour? -



L'EPOPEA GARIBALDINA.
 
CONFERENZA DI GIUSEPPE CESARE ABBA.

Tentare in una breve ora l'epopea garibaldina, che vuol dir tutto Garibaldi, sarebbe come voler cogliere in un'occhiata tutta la giogaia delle Alpi. Chi lo potrebbe e da quale altezza? Fra Rio Grande e Digione, i suoi furono trentacinque anni di guerre con intermezzi di solitudini da Nume, o sull'Oceano o sullo scoglio dov'Ei sapeva incatenarsi da s; e solo la lirica, col suo gesto da folgore, varrebbe forse a pigliarli nella sua luce. Ma se  vero che dell'Epopea il poeta pu, se vuole, coglier soltanto il nodo; allora questo nella garibaldina  la Sicilia, la Dittatura, Lui, che privato, povero, disconosciuto, dispetto o adorato, ma in s gigante cui sono sproporzionati uomini e cose, leva via un re inutile, e fa possibile e sicura l'unit dell'Italia.
Se lo stato dell'anima quale ce l'han fatto i secoli, per quel tanto di scienza che s'acquista via via da tutti, ci lasciasse ancora concepir l'Eroe nel senso antico, certi pochi uomini, da duemila anni in qua, meriterebbero d'esser chiamati eroi quanto Garibaldi: ma forse piace di pi riconoscere in lui l'Uomo quale un giorno sar, perch ebbe al sommo la piet, l'amore, l'oblio di s, e un sentimento vivissimo del misterioso legame che ci giunge con l'Essere da cui emana tutta la legge e tutta la vita, la quale deve divenir alla fine sola bont.
Non lo vediamo a sette anni, mentre si trastulla con tra le mani un grillo, piangere per avere strappato le ali alla povera bestia innocente? Non offesa dunque a ci che vive, non far patire.  gi quello stesso che negli anni gravi e glorioso si lever nel cuore della notte, per andare in cerca di una capretta che udir belare smarrita, su pei greppi della sua Caprera. Di mezzo a questi due fatti che paiono fanciulleschi, sta l'episodio di quel barbaro americano Millan, che aveva fatto torturar lui prigioniero, e che caduto poi nelle mani sue egli rimand libero, senza volerlo vedere. A otto anni salva una lavandaia pericolante in un fosso; e a tredici si getta in mare per soccorrere una barca di compagni gi l per naufragare. E li salva. Quando a settantacinque anni sar morente, dir le ultime sue parole, raccomandando ai suoi le due capinere venute a posarsi sulla sua finestra!
Cominci presto per lui la grande scuola di farsi da se; e presto lo vide la Costanza, il brigantino che lo port marinaio in Levante, sogno degli italiani, passato dai libri di Marco Polo nella poesia cavalleresca. Anch'egli mirer di Angelica ridente il velo

Solcar come una candida nube l'estremo cielo;

ma poi la sua Angelica la trover in Italia, a diciassett'anni. Navigher col padre, marina marina, sino a Fiumicino e da Fiumicino far una corsa a Roma. Col quel po' di storia romana che ha nell'anima, passer tra i monumenti della vecchia Roma e quei della nuova, si dester in lui lo spirito di Cola di Rienzo, concepir che sulle due Rome, pu e deve sorgere una nuova Roma italiana. E in quell'et della vita che ogni uomo si pianta nel cuore una fede propria, in lui si pianta quella della gran madre, per cui penser, lavorer, combatter fino al "Roma o morte" d'Aspromonte; fino alla tetra sera di Mentana. Il d che Roma diverr italiana, egli non ci sar, ma i secoli diranno che stava a combattere per l'onore di quella Francia, che a Mentana aveva provate le armi sue nuove contro di lui. Mai uomo fu defraudato del suo diritto come lui, in quel giorno che l'onore di entrare in Roma toccava ad altri!
Gli anni giovanili di Garibaldi paiono andati via rapidi, per chi li legge nelle sue biografie; ma come furono densi di azione! E il nostro pensiero  lo segue ancora su' mari di Oriente dove navigando coi Sansimoniani proscritti, si nutre del Cristianesimo nuovo ch'essi portano per il mondo. Un anno appresso, a Taganrok (1833), un asceta del patriottismo gli riveler la Giovane Italia e la formola Dio e Popolo lo conquider. Da allora, Garibaldi sar il Paolo di quella fede.
Passiamo via rapidi su quel momento della sua vita in cui egli entr nella marineria del Re di Sardegna con propositi di ribelle. Ma chi gli diede in quel momento il nome di guerra di Cleombroto, lo dava a caso, o ravvisava in lui qualcosa del giovane che letto il Fedone di Platone si uccise per accertarsi dell'immortalit dell'anima, o qualcosa del re Spartano di quel nome, morto alla battaglia di Cintra? O forse quel nome gli fu dato per quel senso di procella che par esprimere?
Il pensiero di Garibaldi non era stato bello, ma sublime fu la pena che si inflisse da s. Nell'ora di agire, di gridar la rivolta sulla nave del Re, la sua natura nobilissima gli diede il raggio che salva: egli scese a terra, and a cercar altrove per Genova il luogo da spendervi la vita o conquistare la libert; and e cerc invano...., la rivoluzione promessa era ancora un sogno. Ebbene, se tutto  finito in nulla, egli si riconferma nella sua fede, se la porta via nel cuore, ander a fecondar l'idea pel mondo. E allora comincia l'Eroe. Curioso fatto!  Egli, come gli Eroi dei poemi cavallereschi, inizia la storia delle sue imprese scorrucciato col suo Re, anzi in nome del suo Re condannato contumace a morte, come bandito di primo catalogo: e queste son parole della sentenza.
Infermiere dei colerosi negli Ospedali di Marsiglia, quando non ci  da far quel bene, s'imbarca per l'America, e l sar l'eroe byronesco, Lara, Corrado, Leandro o quasi Mazeppa, quello che si vorr. Oh! quando combatte per Rio grande, e quando vinto attraversa per nove giorni la foresta dell'Antas, fra temporali che la schiantano a colpi di fulmine! Cavalcava al fianco della sua donna, portando in un panno al collo il loro primo figlioletto di tre mesi; e questa ci pare una scena di cui si potrebbe leggere nella Bibbia. E di tratti biblici ne ha parecchi. A San Gabriele, al passo di un torrente, vede un uomo che sta facendo asciugare al sole i propri panni. "Tu sei Anzani!" grida egli a quell'uomo, "E tu Garibaldi!" risponde l'altro. S'erano per fama invaghiti l'uno dell'altro; ora saranno uniti per la vita e per la morte. Eccoli sulla via della grandezza. Montevideo ha bisogno di braccia. Vanno. Garibaldi  guerriero da terra e guerriero da mare. Dove lo mandano? Dovr risalire il Paran, con quei gusci che la Repubblica gli pu dare; ed egli va, s'incontra con la squadra nemica, passa, naviga su pel fiume due mesi, e sotto il cannone ogni giorno; all'ultimo a Nueva Cava, dopo aver combattuto tre notti e tre giorni far saltar le sue navi, ma il nemico non potr dire di averlo vinto. Oh! perch ventiquattr'anni di poi, ammiraglio a Lissa non fu lui?
Poi divenne guerriero di terra e cre la Legione. Romano d'anima non poteva chiamarla che cos. Intanto gli anni incalzavano, veniva il 1846, e nel crepuscolo mattutino di quell'anno nel cui meriggio Pio nono doveva benedire l'Italia, l nell'America un pugno d'Italiani scriveva con le spade la giornata di Sant'Antonio, uno dei pi nobili fatti d'arme che la storia del valore possa mai raccontare.
Ai primi annunzi dell'amnistia di Pio nono, egli era l, in quel mondo delle ricchezze, povero come Giobbe. Fabrizio rifiut i doni di Pirro, ma insomma li rifiut per non tradire la patria. Garibaldi non aveva voluto nessun compenso d'aver salvata la patria altrui. Egli si sentiva pago abbastanza del campo franco avuto, a provare in guerra il cuore italiano: e ora sentiva con sicurezza che se i giorni della patria erano venuti davvero, egli avrebbe saputo servirla. E "sovente s'arrestava soprapensieri, e gli sfuggiva un leggero sorriso, come a chi attende una lieta fortuna." Lo scrive Giambattista Cuneo, suo compagno in quei giorni. Cosa vedeva, egli oltre il mare in qua, nell'Italia lontana? Allora egli e l'Anzani offrirono le loro spade a quel Pontefice, cui poco appresso il Mazzini offriva la mente. Avesse il Pontefice accettato; e se non la indipendenza che non era da lui, avrebbe forse guarita l'Italia di quella gran miseria per cui paiono inconciliabili l'amor della patria e la religione, che sono ancor la forza degli altri popoli, pur di noi pi civili.
Quando non pot pi reggere od aspettare, Garibaldi imbarc quanti della legione vollero seguirlo, e sul brigantino Speranza, veleggi a tornare. Canter mai la poesia l'ora grande che, di qua da Gibilterra, egli vide una nave che batteva bandiera tricolore, la gran bandiera! e seppe Milano insorta, gli Austriaci in fuga, tutta l'Italia in rivoluzione?
E poi Nizza e la vecchia madre non riveduta da quattordici anni: e dopo brevi giorni di gioie domestiche, l'entrata nel mondo del Quarantotto, tutto canti e grida e deliri, ma con poche armi, assai poche! Ei corse presto a Milano. E perch? - domanda oggid la storia d'allora, - perch dovette andare sino al campo di Carlo Alberto per chiedere un posto quale si fosse, e combattere? Non trov per via gente armata che gli si offrisse? Ahi! Orlando era tornato, ma gi si trovava ai primi disinganni. Dal campo fu mandato  a Torino dove gli si disse d'andar a chiudersi in Venezia.... Nessuno indovinava in lui quel ch'egli era, neppure il governo provvisorio di Milano, dove tornava il 15 luglio, e dove alla fine gli erano dati i tremila volontari sparsi qua e l sino a Bergamo, con questo per che egli se li raccogliesse. Ma allora tutto gi volgeva a male in Lombardia; Carlo Alberto si ritirava dal Mincio, gli Austriaci tornavano grossi, Milano ricadeva nelle loro mani; e a Garibaldi non rimaneva che la gloria di cader l'ultimo a Morazzone. E si narr poi che il D'Aspre, il quale appunto a Morazzone lo aveva assaggiato, dicesse che l'uomo che avrebbe potuto essere utile all'Italia, nella guerra d'indipendenza del 1848, era stato disconosciuto.
Dunque tutto era una grande illusione? No! Roma chiamava, ed ei vi corse co' suoi di Montevideo. E anche l, quando la Giunta Suprema di Governo seppe che Egli giungeva, trem. Pure dovette accoglierlo e se non altro illuderlo, mandandolo, a capo di bande armate a Macerata, a Rieti. Egli and. Di l eletto deputato di Macerata alla Costituente, scese in Roma, il 5 febbraio, nell'assemblea ascolt il discorso d'apertura del ministro Armellini, e di scatto s'alz, proponendo che si proclamasse la Repubblica. Ecco il dittatore! E tutti lo temono, e pochi si fidano di quell'uomo cos nuovo, cos sicuro, cos fatto per comandare.

Il 21 aprile quando si viene a sapere che partivano i francesi da Marsiglia per Civitavecchia, Egli era gi molto sdegnato contro la patria, e se ne era confidato ad Anita, scrivendole da Anagni. Ma non dubitava dei suoi destini. E coi suoi milledugento armati, gli pareva d'essere invincibile. "Roma prende un aspetto imponente, Dio ci aiuter." E in Dio veramente credeva.
Sbarcano i diecimila francesi, con sedici cannoni da campo, sei da assedio. Sono amici, sono nemici? Venivano per restaurare il Papa. E allora cominciarono i forti giorni. E fu quel 30 aprile che rimase gloriosissimo nella storia dell'armi italiane. Ma cominciava anche la gran caccia di mezza Europa, contro Roma. Gli Austriaci passavano il Po, la Spagna imbarcava gente per l'Italia, il Borbone invadeva la Repubblica. Vero  che vi furono Palestrina e Velletri, bei nomi a ricordarsi, pi che per le vittorie in s, come primo colpo anticipato da lui al trono borbonico. E la poesia vi si fermerebbe a raccogliere il fior del sentimento, cantando che a certa ora del fatto d'arme, una compagnia di adolescenti salv Garibaldi caduto, travolto dall'onda della cavalleria nemica.
E poi la ripresa degli assalti francesi il 3 giugno a tradimento; e villa Panfili, e San Pancrazio, e villa Corsini, e il Vascello, e le inaudite gesta d'uomini come Masina, Manara, Mellara, Dandolo,  Bixio, Morosini, Mameli, Sacchi, Bassini e mille altri; e i 19 ufficiali morti i 32 feriti, e cinquanta gregari tra morti e feriti, e Lui che ai fuggenti sulla via della disperazione grida: "Voi sbagliate strada! il nemico non  qui!" Avevano letto l'Adelchi del Manzoni, o il Manzoni aveva indovinato che gli eroi parlano cos.
Il gran dramma dell'assedio dur ventisei giorni di combattimenti, fino al 29 giugno. E quel giorno, quando l'assemblea chiam Garibaldi nel proprio seno, egli, lasciate a malincuore le mura, corse e grid ai rappresentanti del popolo che bisognava eleggere un Dittatore. Quanto a s, dichiar che altrimenti sarebbe uscito da Roma a tener alta dove che fosse la bandiera della patria fino all'estremo. Ma l'assemblea, pur dichiarando di volere stare al suo posto, deliber di cessare la resistenza divenuta impossibile. Dunque anche in Roma, tutto era finito!
Ma non per lui. Prima che i Francesi entrino in Roma egli n'uscir. Non vuol morire di quel dolore. E sul mezzod del 2 luglio, raccolta sulla piazza del Vaticano la sua divisione, grider quelle sue grandi parole: "Io esco da Roma; chi vuol continuare la guerra mi segua. Non offro n gradi, n stipendi, n onori, ma fame, sete, marce forzate, battaglie, ferite e morte; per tenda il cielo, per letto la terra, e per testimonio Iddio."

In tutte le sue biografie sono taciute le ultime parole di quel discorso: eppure le disse. Le ripetevano ancora, tra i Mille, alcuni veterani che le avevano intese.
La sera di quel giorno uscirono con lui tremila, da porta San Giovanni per la tiburtina, ben sapendo tra quali strette d'eserciti nemici andavano a porsi. Marciarono ventisette giorni, marciarono ventisette notti, sempre l per dar negli agguati, sempre riuscendo a scansarli. Meravigliosa marcia che rivel il Capitano, e pi che il Capitano l'Uomo fatale: perch grandissima cosa tra le grandi compiute in quella fuga da leone, egli non disper un istante d'un mondo non ancora degno di lui, nemmeno in quel fiore di valorosi che avevano voluto seguirlo.
Il 31 luglio riparava in San Marino. Parevano rifiniti tutti quelli che non rimasti per via, s'erano rifugiati lass. Egli no. Dice ancora ai Reggenti: "Che se i Tedeschi non lo attaccheranno, egli non li attaccher." Non  il sommo dell'ardimento?
Ma insofferente d'indugi, sdegnoso di scendere a patti con lo straniero; mentre gli Austriaci gli stringono il cerchio intorno fin sul territorio della piccola Repubblica, egli piglia la sua risoluzione. Anita  quasi morente ma non si lagna, con Lui le  vita ogni stento. E via di notte pei balzi dirotti  del Titano, scende, passa tra le schiere nemiche, traversa la terra fedele di Romagna fino al mare, vi imbarca i dugento che pot condur seco; mta Venezia.... L si combatte ancora.
Ma, cade in quel giorno del 4 agosto l'episodio pietoso che tutti sanno. Dal mare gli tocca a ripigliar terra, inselvarsi con Anita, morente tra le braccia; solo, tra il mondo e Dio, la porta, la affida, non sa quasi bene se viva ancora o gi morta, a chi potr seppellirla. Egli deve s all'Italia, e non pu lasciarsi uccidere dai croati su quella povera morta. Fu forse il momento pi amaro della sua vita. "Ma quando la disperazione star per entrar nel tuo cuore, chiamami ed io sar con te:" e al mondo, per far come egli fece in quell'ora, bisogna avere il cuore pieno di quelle voci che Dio mise nei grandi.
Salvato per una sequela di miracoli, sin che pot por piede in Piemonte, s'accorse che neppur l poteva star pi, sebbene in terra di libert. Egli era venuto a riportare in Europa il tipo del cittadino guerriero, e pareva che non ci fosse pi terra per lui. Peggio che Mario! Non fu incatenato come Prometeo, ma fu gettato alla solitudine tremenda dell'anima. E non sapevano che egli aveva in s un mondo, in cui egli si moveva e sapeva vivere come in un imperio infinito.
Riprese la via dell'esilio, seppe cosa vuol dire non aver da sfamarsi, lavor colle mani da semplice candelaio, alla fine pot riavere una nave e gli oceani. E nella solitudine del Pacifico, un giorno del 1854, gli avviene uno di quei fatti interiori, che paiono accidentali, ma che forse provano come a certi gradi di perfezione l'anima umana sia servita forse da sensi misteriosi che non sappiamo d'avere. Egli  in pieno Oceano Pacifico e sente in s che a Nizza muore sua madre. Quella morte sentita cos, gli mise la nostalgia della patria!
Rivedr l'Italia in quello stesso anno 1854; non si sentir pi di staccarsene, ma per altro nessuno gli dir pi d'andar via. Il Cavour  alla testa del Piemonte, sa dove vuole andare il suo Re, e sa pure che per avere con s la Nazione, il Re deve tener conto sopratutto di quel proscritto. Ebbene, se nessuno vieta pi omai a Garibaldi il suolo del Piemonte, divenuto asilo di tutti i profughi, Garibaldi non vi si fermer. Egli non  fatto per vivere tra gli uomini la vita d'ogni giorno. C' l nel mar di Sardegna un'isoletta, ch'egli ha veduta sin dal '49; e l con un po' di terra da coltivare, una casetta da starvi ch'egli fabbricher da s, umile come quella di Montevideo, e la quiete e la speranza potr aspettare. Aveva allora quarantasette anni, un'altra primavera d'Italia pareva vicina, ma che venisse presto finch c'era ancora un resto di giovent! Passarono gli anni: fu la guerra di Crimea e la spedizione piemontese, della quale forse neanch'egli cap gli intenti, perch non uso a pigliar vie cos traverse; ma l'atteggiamento del Piemonte, quel piantarsi di Vittorio Emanuele da Re italiano in faccia all'Austria, dovette por nel gran cuore del solitario generale la certezza d'una ripresa d'armi, come egli la vagheggiava.
E quando fu chiamato a dare il suo gran nome a quella Societ Nazionale, che doveva raccoglier tutte le forze in un fascio, lo diede. Allora gli fu gridato che veniva meno alla parte repubblicana, cui tanto pi doveva tenersi in quanto che egli era quel che era, perch generale della Repubblica romana. Ma Garibaldi non si lasci scuotere e stette. Fu quello uno dei fatti pi eroici della sua vita. Sentimento e intelligenza delle cose patrie operarono allora in lui con piena armonia. Altri grande quanto lui ma sempre illuso lo biasim, lo rampogn; ma egli stette, e il fatto fu uno dei pi importanti di quel decennio, che la storia dovrebbe chiamare della saggezza.
E infatti il '59 parve una gran cosa riuscita, anche a coloro che neppure allora vollero riconoscere che il Generale aveva fatto bene. Certo, a vedere come anche a quella guerra il popolo italiano aveva dato poco di s nell'azione, se non lo dissero, dovettero pensare che quei centotrentamila francesi non gli avrebbero potuti far venir essi a  combattere a lato degli italiani del Piemonte. E come senza essi si sarebbe vinto l'Austria con duecentocinquantamila uomini e novecento cannoni, e le fortezze in Lombardia? Garibaldi stesso disse poi a Don Verit, l'antico suo salvatore del quarantanove, che senza Napoleone neppur quell'anno si sarebbe riusciti a nulla. Che importava se quel romantico imperatore s'era fermato a mezzo? Intanto egli aveva messa l'Austria a doversene star sulla sinistra del Po, a vedere quel che sarebbe avvenuto nella penisola, senza potersi muovere; aveva consacrata la dottrina del non intervento lanciata invano trent'anni innanzi dalla monarchia di luglio; e legate cos le mani all'Austria: al resto, Garibaldi si sentiva di pensar lui. Certo non si lusingava che Napoleone non avesse un qualche giorno a violare egli stesso il non intervento: ma per allora quel principio valeva mi esercito vero per l'Italia contro l'Austria costretta a starsi sulla sinistra del Po a guardare.
Sfumato il disegno neo-guelfo d'una federazione italiana, risognato un istante da Napoleone terzo dopo Villafranca; concorde con lui l'Inghilterra nel non intervento, Prussia e Russia non inclinate ad aiutare l'Austria, se mai avesse voluto impedire le annessioni della Toscana, dell'Emilia e della Romagna, l'ora era buona per pensare al resto d'Italia.
Ma allora Napoleone mise il prezzo di Nizza a  quelle annessioni, e il Cavour dovette cedere. Cedette forse troppo facilmente. Perci il 12 aprile 1860 nella Camera dei deputati Garibaldi sorse a rampogne formidabili contro di lui. Pareva l'inizio di una guerra civile. Ma per buona sorte, la campana dei Francescani della Gancia in Palermo aveva sonato, otto giorni prima, a chiamar la Sicilia all'armi e l'Italia all'aiuto. Neppure per essere stato fatto quasi straniero all'Italia, Garibaldi, al grido della Sicilia, poteva star sordo. Neghi Achille il suo braccio per una prigioniera che gli  stata tolta, e rimanga pur grande quant' in Omero; l'uomo moderno, se non sa sagrificar tutto s stesso, eroe non .
Di quei giorni, come gli amici di Orlando, che andavano in cerca di lui errante pel mondo, ecco in Torino il Bixio e il Crispi da Garibaldi. Gli parlano della Sicilia; l'unit d'Italia dipende da lui. Ed egli ascolta, s'accende, consente, e candido com'era ed aperto, va subito dal Re a chiedergli addirittura una brigata da menare in Sicilia. Voleva appunto quella comandata dal Sacchi, antico e caro suo portabandiera nella legione di Montevideo. Come deve esser rimasto Vittorio! Ora s'avverava ci che egli aveva scritto poco prima a Francesco secondo: desse la libert ai suoi popoli, si mettesse a far gareggiare il suo regno con quello di lui, ch se no, presto sarebbe tardi, e forse verrebbe adoperato il nome dei Savoia contro i Borboni, senza che egli potesse opporsi.
Re Vittorio non ader alla richiesta di Garibaldi; ma il Cavour gli diede libert di fare. Bastava. Garibaldi vola a Genova, il 20 aprile  nella villa Spinola divenuta quartier generale di quel mondo d'uomini politici e militari, che si era formato come uno Stato nello Stato; ivi riceve notizie, d ordini, si prepara al gran lancio. Ma le notizie di Sicilia vengono, mutano ogni giorno, sempre pi scoraggianti; il 27 aprile par tutto finito laggi; si sapeva gi l'eccidio di Carini, ora si dice che gli insorti battuti e dispersi tengono appena le montagne, anzi che si vanno sciogliendo. Cade l'animo a tutti. Ma al Bertani, al Bixio, al Crispi, no. Questi si stringono al generale, Bixio chiede, supplica, implora d'essere lasciato andare almeno lui.... Almeno lui! Pu Garibaldi lasciar ad altri si grande impresa? Titubanze terribili. Pure il primo maggio, in uno di quei tempestosi colloqui, di scatto, come per rispondere a una voce misteriosa che doveva! avere in s, Garibaldi balza a dire: "Partiamo, ma subito!" Era fatto cos! E allora tutti a serrare le file. "Si va! si va!" Furono quelli i pi bei giorni d'Italia!
Bisogneranno navi! Ci pensa Bixio; lasciate tare a lui, egli non conosce l'impossibilit. Quanto agli uomini, solo a chiamarli saranno pronti, fin troppi.

E la sera del 5 maggio, che era di quelle che allagano i cuori di dolcezza, le belle vie di Genova videro una gentilezza nuova di portamenti sin nei pi rudi uomini del volgo. I facchini stessi del porto, sempre cos aspri, parvero allora cavallereschi. Si sapeva da tutti chi erano e dove si avviavano quei giovani forestieri, che s'aggiravano per la citt, e ognuno che v'era, certo sa ancora dire di qualche tratto cortese, ricevuto in quella sera che con Garibaldi partiva.
Appena fu notte, una eletta di quei giovani scende al porto. Entrano in certe barcacce, vogano a due vapori che stanno ancorati, montano, mettono le mani sui marinai, li costringono a stare zitti, ad accendere le macchine, a ubbidire in tutto. Pirati veri non avrebbero saputo far meglio. Sapevano che il Governo chiudeva gli occhi, ma da un istante all'altro poteva essere costretto ad aprirli; e allora? Momenti di ansia mortale. Bisognava far presto. Ma tutto veniva bene, Bixio metteva l'anima sua fin nelle cose, soffiandola con parole terribili, imprimendola con gesti che facevano tremare i cuori. I due vapori furono presi.
E intanto, da Porta Pila, erano usciti i Mille. S'accalcavano alla Foce, sfilavano oltre il Bisagno per la Via di Quarto; qualcuno ricordava che tre anni prima il Pisacane s'era partito di l, per un'impresa come quella che si iniziava; qualcuno  salut la Villa dove il Byron si era preparato al suo viaggio di Missolungi.
Alla Villa Spinola pareva una notte di festa. Gente di tutti i ceti vi si pigiava, confusa; v'erano delle donne, che piangevano d'esser donne; v'erano dei padri che v'avevano accompagnati i figli benedicendoli. Vi furono delle madri corse da lontano per trre via i loro cari da quel cimento; una, venuta fin dal Friuli, si ud pregar dal figlio di non obbligarlo a disubbidirle in un'ora cos solenne. Ma tutta quella folla voleva veder Lui, Lui, in quel momento supremo. Ad ogni istante s'udiva una voce: "Eccolo!" No, era qualcuno che usciva dalla Villa a portar ordini chi sa dove. Eppure in quel fremito c'era una calma solenne. Verso le undici, come se davvero una corrente magnetica si fosse diffusa, fu sentito Lui.... Veniva fuori dal cancello della villa, in camicia rossa, con la sciabola sulla spalla a guisa di un arnese da agricoltore; travers la via, pass per un rotto del muricciolo che vi fa riparo, e scese gi per gli scogli, nel piccolo seno gi stipato di barche. La folla che aveva tenuto il respiro non os mandare un grido, come avvertita da senso religioso di non turbare un mistero: e allora quasi nel silenzio, si ebbero il grande addio quelli che dovevano partire, sfilarono dietro Lui per quel rotto di muricciolo, entrarono muti nelle barche, presero il largo; gi un  po' al largo udirono una voce alta limpida, lieta, chiamar: "La Masa" e un'altra voce rispondere "Generale". Poi pi nulla.

E tu ridevi, stella di Venere,
Stella d'Italia, stella di Cesare
Non mai primavera pi sacra
D'animi italici illuminasti.

Quando stava per farsi l'alba, apparvero i lumi dei due vapori venuti via dal porto. Furono l in un lampo come fantasmi; le barche s'accostarono, e scale e corde e travi, tutto fu buono per quella gente a salire, come se fosse stata a un assalto. Ma Garibaldi dov'?  sul Piemonte. - E come si chiama quest'altro vapore? e chi lo comanda? - Si chiama il Lombardo e lo comanda Bixio. - Ah, Bixio? Bene! - Pure un po' di malinconia si diffuse fra quei del Lombardo. Andavano alla ventura del mare, poteva accadere d'essere incontrati dalle navi napolitane: e allora? Se si doveva perire, i pi fortunati sarebbero stati quelli, che nell'ultima ora avrebbero visto Lui. Intanto i due vapori, con quei nomi augurali, mossero via.


Da quella mossa cominciano i canti centrali del gran poema garibaldino. Proprio come in un'opera d'arte, il punto, il gran nodo dell'Epopea, sta tra Quarto e Teano, tra il 5 maggio e il 26 ottobre, tra la partenza clandestina da Corsaro, alla gloria di  gridare da Dittatore il Regno e il Re d'Italia l, dove si distruggeva un Reame che durava da settecentotrent'anni. Non lo confermarono il popolo e l'arte figurativa? I monumenti eretti per tutta Italia a Garibaldi lo rappresentano quale in quel tempo egli fu: rappresentano il Dittatore.
E ora, parlando della grand'epopea garibaldina, in questa Firenze, mi par giusto ricordare che qui, nel meditato dolore patriottico, Pietro Colletta scrisse la storia di quel Reame. Il soldato della Partenopea e poi del Murat, aveva visto finir in nulla l'impresa unitaria di Gioachino nel Quindici, e nel Venti la rivoluzione di Napoli non mirar pi all'Italia, ma chiudersi nell'angusto concetto delle due Sicilie. Come doveva aver sanguinato quel cuore!
Ricaduta Napoli in bala degli Austriaci restauratori della tirannide spergiura; cacciato egli a confine in Brnn di Moravia, a pi di quello Spielberg, dove pativano le durezze del carcere il Confalonieri, il Pellico, il Maroncelli e gli altri Carbonari, chi sa che, guardando lass, non abbia pensato che se Marche, Umbria, Romagna, Toscana, Emilia, erano state indifferenti all'impresa di Gioachino, o l'avevano quasi derisa; se allora i Lombardi stavano lass condannati; se i Piemontesi ramingavano pel mondo, e s'egli stesso napoletano, era l; tutto era avvenuto perch erano mancati tra Italiani e Italiani la stima e l'amore? E forse gli nacque allora appunto il pensiero di rivelare all'Italia del settentrione la grandezza e i martirii dell'Italia meridionale, e nella sconsolata anima dubitando anche di essere inteso, gli son la pagina finale della sua storia, che pare un coro fatidico di cupa tragedia antica. E scriveva:
"In sei lustri centomila Napoletani perirono di varia morte, tutti per causa di pubblica libert e di amore d'Italia; e le altre italiche genti, oziose ed intere, serve a straniero impero, tacite, o plaudenti, oltraggiano la miseria dei vinti; nel quale dispregio, ingiusto e codardo, sta scolpita la durevole loro servit, infino a tanto che braccio altrui, quasi a malgrado, le sollevi da quella bassezza. Infausto presagio che vorremmo fallace; ma discende dalle narrate istorie, e si far manifesto agli avvenire, i quali ho fede che, imparando dai vizi nostri le contrarie virt, concederanno al popolo napoletano (misero ed operoso, irrequieto, ma di meglio) qualche sospiro di piet, e qualche lode; sterile mercede che i presenti gli negano."
Ora l'anima del Colletta, dalle sedi degli eroi poteva esultare; l'Italia settentrionale mandava all'umile Italia serva di laggi, quel manipolo e quel Liberatore.
All'alba, i due vapori stavano gi per girare il promontorio di Portofino, quando si fermarono quasi di colpo. Perch? Si seppe poi. In quelle  acque dovevano trovarsi ad aspettarli, certe barche cariche di munizioni: ma guarda di qua, guarda di l non si vede nulla. Che fare? Garibaldi alz gli occhi al cielo come soleva, e ordin di andare avanti.... "Le munizioni si piglierebbero dove si potrebbe, magari al nemico."
Cos tutto quel giorno 6 e sino alla mattina dell'altro appresso, i due vapori navigarono di conserva. In quel secondo mattino della traversata, fu letto sulle due navi l'ordine del giorno di Garibaldi.
Ribattezzava Cacciatori delle Alpi i militi della spedizione; parlava di devozione, di soddisfazione della incontaminata coscienza, come solo premio. L'organizzazione sarebbe come quella dell'esercito ch'ei chiamava non pi piemontese ma italiano; il grido di guerra: Italia e Vittorio Emanuele.
Bisogna dirlo, quel grido non piacque a tutti. Prevaleva nella spedizione l'elemento repubblicano: la rivoluzione di Sicilia e la impresa d'aiutarla era opera di Mazzini, ma in quegli anni il vento spirava dalla parte della concordia. E poi! se quel grido lo dava Garibaldi, doveva essere tenuto pel buono, perch egli in quel fatto era tutto.
Intanto si vedeva l in faccia la riva, un villaggio, una torre su cui sventolava la bandiera tricolore.
Era Talamone.
Come se il fato valesse ancora nella vita dei  popoli e dei Re, proprio l in quel riposto seno della terra Toscana gi Stato dei Presidii, piantato dagli Spagnuoli nel fianco del Granducato, Garibaldi fatti scendere a terra i Mille, sceso egli stesso vestito da generale dell'esercito piemontese, doveva pigliarsi tre cannoni da sei e una vecchia colubrina forse del Seicento, con centomila cartucce, per andare a spegnere nelle Due Sicilie il regno spagnolo!
E l, in Talamone, Garibaldi fece dar forme alla spedizione; quartier generale, stato maggiore, intendenza, corpo sanitario, genio, compagnie, carabinieri genovesi, guide, tutto fu fatto alla brava e rapidamente.

***

Il colonnello ungherese Stefano Trr fu primo aiutante di campo del Generale. Aveva allora trentacinque anni. E sapeva cos'era stato il dolore della sua Ungheria e quello dell'Italia nel Quarantanove. Sapeva cosa volevano dire le ansie del condannato a morte, liberato quasi all'ora del supplizio; e sapeva le gioie del cospiratore nell'impaziente attesa della riscossa. Aveva combattuto l'anno avanti sotto Garibaldi in Lombardia, e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue tra i cacciatori delle Alpi.
Ora egli era l, a lato di quel Grande. Forse  quel contatto gli di l'ultima tempra; e il Trr dopo la guerra di Sicilia doveva smettere le armi per darsi tutto alla vita civile. Fu diplomatico, consigliere d'alleanze, tagliatore d'Istmi, costruttore di canali; va ancor pel mondo, quasi ottuagenario, a far sentire la sua voce, dovunque bisogni gridare la pace e la libert. Mille quattrocento anni fa, dal suo paese veniva Attila!
Ungherese come il Trr, un po' pi giovane di lui, aiutante anch'esso del Generale, v'era il Tukry, che veniva a offrir l'ingegno e la vita a quest'Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa guisa aveva disdetto la fratellanza di sventure e di speranze, che l'avevano legata fino allora alla patria sua. Diceva egli cos senza raffaccio, ma con dolore; forse presago di dover morir presto, come mor di ferita toccata nell'assalto di Palermo. Ma Palermo liberata gli fece funerali che furono un'apoteosi, e chi li vide intende meglio quelli di Ettore in Omero.
Poi c'era il Cenni, di Comacchio, uomo di quarantatr anni, avanzo di Roma e della ritirata di San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo vicino pareva di camminare col fuoco in mano presso una polveriera.
V'era l'ingegnere Montanari di Mirandola, anch'egli avanzo di Roma, che aveva trentott'anni e ne mostrava cinquanta, per la tetraggine che gli avevano impresso le meditate sventure del paese. Ma, contrasto quasi d'arte, egli stava a lato un senese, che da giovane aveva fatto versi sembrati al Niccolini cose degne del Foscolo. Ne' suoi ventisei anni, bellissimo, forte, era sempre gaio come se gli cantasse una allodola in core. Era quel povero Bandi, che cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi, e doveva campare ancora trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado, da uno a lui sconosciuto.
E c'era Giovanni Basso, nizzardo, ombra pi che segretario del Generale, ch'egli aveva visto sublime a Roma, umile ma ancor pi sublime da povero candelaio alla Nuova York. E c'erano il Crispi allora poco conosciuto, e l'Elia anconitano, che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprire Garibaldi. C'erano il Griziotti pavese di trentott'anni, uomo di bella mente ma di cuore pi bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, antico parroco del Mantovano, che come l'Eroe dell'Enriade, andava tra quei che uccidono, senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenir simile a lui nell'anima, come gli somigliava gi un po' nel volto; biondo come lui, assai pi aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d'eroe. Vai, vai o giovane sognatore, nato a campar forse novant'anni, vai! tra otto giorni cadrai sul colle di Calatafimi con la bandiera in pugno, nell'ora quasi disperata della battaglia. Ma avrai questo onore, che a chi gli dir la tua morte, Garibaldi grider se gli sembri quello il momento di annunziargli una pubblica sciagura! A quale et, dopo quali alte fortune, avresti potuto meritare un elogio funebre come quello? Era detto da lui, mentre si combatteva su quel colle per far l'unit d'Italia, o perderla forse per sempre.

Allo Stato maggiore generale presiedeva il Sirtori. Antico sacerdote, aveva chiuso per sempre il suo breviario, portandone scolpito il contenuto nel cuore casto, e serbando nella vita la severit e la povert dell'asceta claustrale. Spirito rigido, cuore intrepido, ingegno poderoso, nel Quarantanove, con l'Ulloa napoletano, era stato ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia. Poi, esule in Parigi, aveva visto indignato, trionfare Napoleone terzo. E la vita gli si era fatta un gran lutto. Non aveva perdonato all'Imperatore il 2 dicembre, neppure vedendolo poi scender nel Cinquantanove con centotrentamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico soldato della patria, s'era astenuto dal venire a quella guerra imperiale. Ma la guerra stessa, com'era seguta, gli aveva insegnato a non illudersi pi. Ed era a quarantasette anni, era l con quella sua faccia patita, incorniciata da una strana barba bionda, esile alquanto della persona, silenzioso, guardato come se portasse in s qualcosa di sacro, forse le promesse dell'oltretomba; pareva il Turpino di quelle gesta.
Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi romano di trentasette anni; il matematico Calvino esule trapanese di quarant'anni, Achille Maiocchi milanese di trentanove e Giorgio Manin, figlio del gran Presidente della repubblica veneziana, che non ne aveva ancor trenta.
Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, un gran bel sessagenario che a guardarlo nel viso pareva di leggere le poesie del Meli: seguiva il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni, gran repubblicano; ultimo v'era un giovane tenente dell'esercito piemontese, disertato a portar tra i Mille il suo cuore. Questi doveva morire a Calatafimi sotto il nome di De Amicis, ma veramente si chiamava Costantino Pagani.
E poi veniva il grosso del piccolo esercito; e qui siamo al secondo libro dell'Iliade:

Della turba...... io n parole
Far n nome, che bastanti a questo
Non dieci lingue mi sarian n dieci
Bocche, n voce pur di ferreo petto.

Di tutta l'oste
Divisar la memoria altri non puote
Che l'alme figlie dell'Egioco Giove:
Sol dunque i Duci....... accenno.

***

Alla testa della prima compagnia, chi se non Bixio? Pareva uno, chiamato al mondo in un momento di grande ira da un padre, che offeso per chi sa quale perfidia della vita, si fosse rifugiato nel seno della famiglia amata per non morir di collera o di dolore. Era nato nel 1821 in Genova, allora davvero piena d'ira per essere stata messa sotto il Piemonte. Stolta Santa alleanza! Per uccidere una repubblica, aveva sottomesso al Re di Sardegna la citt che per bocca di Giuseppe Mazzini, doveva poi dare quel grido che si sarebbe risolto nella fine del regno Sardo e nella creazione di quello d'Italia!
Era quel Bixio che gi nel Quarantasette, in una via di Genova, fattosi alle briglie del cavallo di Carlo Alberto, gli aveva gridato: "Dichiarate, o Sire, la guerra all'Austria e saremo tutti con voi!" Nel Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli; con Mameli era stato a Roma dove era parso l'Aiace della difesa, e il 30 aprile vi aveva fatto prigioniero tutto un battaglione di francesi. Poi aveva navigato; nel Cinquantanove aveva riprese l'armi, non qui riluttante a fare la guerra regia, e facendola bene: adesso era capitano del Lombardo, ma in terra avrebbe comandata la prima compagnia.
Il Dezza ingegnere e il Piva che dovevano divenire generali dell'esercito italiano, erano suoi luogotenenti; e sergenti e soldati, bench fior d'uomini tutti, badassero bene con chi avevano da fare, ch con lui, non dico paurosi, ma solo inesperti o disattenti o svogliati c'era da essere inceneriti.
Egli doveva essere alla fine uno dei grandi che conducono eserciti, ma dapprima guardato con qualche sospetto, poi apprezzato, poi riconosciuto: e sei anni dopo, la sera della battaglia di Custoza, il generale Della Rocca, personificazione del militarismo di scuola, os dire di lui a Vittorio Emanuele che lo mettesse alla testa dell'esercito per la pronta rivincita. Anche il Bixio era uomo eroico nel senso largo e moderno: compita l'Italia, entrato nel Settanta in quella Roma da cui era uscito vinto nel Quarantanove, ripigliava le vie dei mari, e andava cercando in Oriente come far ricca l'Italia.
La seconda compagnia detta dei Livornesi, perch livornesi erano quasi tutti i suoi ufficiali e sott'ufficiali, fu affidata a un Orsini palermitano, uomo gi di quarantacinque anni, ufficiale d'artiglieria borbonico da giovane, e poi della isola sua nella rivoluzione del 1848. Da quell'anno era vissuto esule in Levante ai servizi della Turchia, colonnello dell'arma nei cui studi era stato allevato.

Per la stessa ragione che la seconda fu chiamata dei Livornesi, la terza compagnia poteva dirsi dei Calabresi, perch calabresi erano lo Sprovieri che la comandava e Lamenza e Piccoli e Santelmo suoi ufficiali. V'erano inquadrati degli uomini come il Braico, il Carbonelli, il Damis, il Mauro, il Mignogna, il Plutino, lo Stocco, il Miceli, e medici, e avvocati, e ingegneri e futuri ministri, e generali, tutti fra i trentasei e i cinquant'anni, tutti di Calabria e di Puglia, e molti vissuti dieci anni compagni del Poerio, del Settembrini, del Duca di Castromediano, nelle galere di Montefusco o di Montesarchio, dove, invece di custodi pietosi come lo Schiller e il Kubinsky dello Spielberg, avevano trovato dei birri appena degni di stare nella Caina di Dante.
La quarta compagnia tocc al La Masa, siciliano di Trabia, esule quarantenne. Era un singolare uomo costui! Con un'aria tra d'arcade romantico e di evangelista, grandi cose doveva aver sentite di s e grandissime essersene augurate. E sin a un certo punto le aveva consegute. Si diceva di lui che nel gennaio del 48 aveva decretata da s la rivoluzione per il dodici preciso, genetliaco del Borbone, firmando audacemente col proprio nome, per un Comitato che non esisteva, il bando di guerra.
Alcuni conoscevano di lui tre volumi di Storia della rivoluzione siciliana di quell'anno grande: pochi sapevano che in Brescia dov'era andato crociato alla guerra lombarda, aveva sposata la duchessa Bevilacqua, sorella di quell'Alessandro finito a Sommacampagna sotto le sciabole dei croati. Biondo, esile, quasi bello, il La Masa parea pi uno scandinavo che un siciliano. Forse aveva nelle sue vene un rigagnoletto di sangue normanno. E ambizioso dicono che fosse assai, e forse fin sognatore d'un restaurato Regno con lui Re dell'isola, dove tornava dopo averne quasi conquistato un altro nell'Italia settentrionale, tante erano le ricchezze della casa dei Bevilacqua.
Alla testa della quinta compagnia sonava il nome degli Anfossi nizzardi, glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano. Ma ahim! il vivo non era del valor del morto. Per la inquadravano degli ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l'anima della compagnia come un'arma corta nel pugno. V'era tra essi il Tanara, una specie di Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto e che non seppe mai il cuore ch'egli ebbe. In quella compagnia, nulla di regionale. C'erano un centinaio di uomini di tutte le terre italiane, vi si sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano delle teste di tutte le tinte, e di grigie e di gi bianche parecchie.

Ma ecco alla sesta il pi bello degli otto capitani. Era un biondo di trentatr anni, alto, snello, elegante. Si sarebbe detto che se avesse voluto volare, subito gli si sarebbero aperte dal dosso ali di cherubino. Parlava un bell'italiano, con leggero accento meridionale, gestiva sobrio e grazioso come un parigino; nel portamento pareva un soldato di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto tra le delizie dell'arte, in qualche gran palazzo da Mecenate. Si chiamava Giacinto Carini, nome di borghesi e nome anche di Principi siciliani, che a lui gi nobilissimo della persona, dava un'aria alta e singolarmente aristocratica. In lui v'era il generale che sei anni dopo avrebbe comandata una divisione italiana all'attacco di Borgoforte; e da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio nono fosse venuto, come venne, al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia ch'ei ben conosceva, l'Italia avrebbe avuto il Papa iniziatore di quella vita che ancor si aspetta.
Sfila la settima compagnia, studenti dell'universit pavese, lombardi, milanesi eleganti ricchi e prodi, e veneti che la graziosa mollezza natia, temperavano alla baldanzosa audacia dei compagni nati tra l'Adda e il Ticino.
La comandava il Cairoli di trentacinque anni, e pareva cos contento, aveva un'aria cos paterna, che uno avrebbe detto: "Certo a costui  stato dato ogni suo soldato da ogni madre in persona, perch se non  necessario sacrificarlo glielo riconduca puro e migliore." Ah il contatto con quell'anima! Molti vanno ancora pel mondo, che vissero giovanetti sotto quell'occhio, in quei giorni di altissima scuola, e ne portano la luce e l'esempio tra la gente, che pur divenuta scettica, crede, non ostante tutto, che un mondo migliore sia stato.... e assetata di bene spera che torni.
E l'ultima era l'ottava. L'aveva raccolta quasi tutta nella sua Bergamo, Francesco Nullo, che la dava bell'e fatta ad Angelo Bassini pavese, certo di darla a chi l'avrebbe condotta da bravo. Era il Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria, questo avrebbe mandata luce come il sole, e se lo avesse gettato nell'inferno, avrebbe fatto divenir buono Satana stesso. Lo dicevano coloro che avevano lette gi le poesie di Petfi. A Roma il 3 giugno del 49, nell'ora dello sterminio, s'era avventato quasi solo contro i francesi di Villa Corsini, percotendo, insultando, gridando a chi volesse ammazzarlo; e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa che sembrava una mazza d'armi, ma l'espressione della sua faccia, ricordava quella di certi santi anacoreti. Sapeva poco, discorreva poco, ostinato nell'idea che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva di prove gridava: "Appiccati!" ma lo abbracciava, e gli dava subito retta intenerito e devoto. Per tutte queste sue doti, e perch, aveva gi quarantacinque anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto,  Vittore Tasca, Luigi Dall'Oro, Daniele Piccinini, coi loro bergamaschi, quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia, quadrata e intrepida sempre, sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad altri ideali volga il pensiero: quella che parve ai siciliani formidabile per gli ardimenti, e per la serena fidanza nei vini dell'isola, bevuti ai banchetti liberamente, senza perdere dignit n d'atti n di parole. Non erano certo gli Ippomolgi di Omero, piissimi mortali.

Che di latte nudriti a lunga etade
Producono i lor d.

***

Ora ecco i Carabinieri genovesi, quarantatr, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, armati di carabine loro proprie, esercitati al tiro a segno da otto o nove anni i pi, gente che s'era gi fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante.
Li comandava Antonio Mosto, uomo non molto sopra i trent'anni, ma che ne mostrava di pi: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano traverso agli occhiali a suste d'oro, come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in s. Quanto al coraggio era per lui cosa tanto sua, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse.

Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano tutto nudrito di studi classici, e gi ben sopra la quarantina; uomo austero e cruccioso, che guardava sempre con certo piglio di rimprovero Garibaldi, perch s'era lasciato tirar dalla parte del Re. Ma lo seguiva, e lo segu poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli parve falsato, e poco appresso tediato della vita si uccise.
Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno; e tra tutti, quei quarantatr dovevan pagare un gran tributo nel primo scontro a Calatafimi. Cinque morirono, dieci vi furono feriti, ma la vittoria si dovette in parte alle loro infallibili carabine.

***

Non s'avevan cavalli, n c'era tempo di far una corsa nella vicina maremma per pigliarne al laccio un branco; ma le Guide furono ordinate lo stesso. Erano ventitr. Le comandava il Missori, l'elegantissimo milanese, passato dal culto delle Grazie a quello della sciabola, ma da prode. Suo sergente era Francesco Nullo, il pi bell'uomo della spedizione. E avevano compagni dei giovanetti come il conte Manci di Trento, che pareva una fanciulla travestita da uomo, e dei vecchi di sessant'anni come Alessandro Fasola, carbonaro del 1821 col Santa Rosa, allora corso a quell'impresa con la baldanza d'un ragazzo, che fa la sua prima volata fuori della casa materna.
E come in Talamone s'ebbero i tre cannoni d'Orbetello, e la colubrina levata da quel castelluccio, fu formata l'artiglieria alla cui testa fu messo l'Orsini. Povera artiglieria! Pareva davvero una cosa da celia, ma laggi nell'isola fu poi vista a una prova da cui forse dipese la sorte della spedizione.
Capo dell'Intendenza fu l'Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, e aveva seco uomini come Ippolito Nievo, e il Bovi, il Maestri, il Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio, che parevano venuti per dire ai giovani: "Vedete? Eppure ci non fa male!"
In quanto al corpo sanitario fu affidato al dottor Ripari cremonese, vecchio avanzo delle catene politiche dell'Austria e di Roma; e gli erano compagni il Boldrini mantovano e il Ziliani da Brescia, valenti medici e grandi soldati. E poi di medici ve n'erano in tutte le compagnie, combattenti dei migliori, e da combattenti infermieri.

La storia dovrebbe aver gi detto e dir che quella spedizione fu pi che per met composta d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava pi d'un centinaio e mezzo che erano gi o divennero poi avvocati, e cos contava quasi un centinaio di medici, un mezzo centinaio d'ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi, dieci pittori o scultori, parecchi scrittori e professori di lettere e di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi, una donna: poi centinaia di commercianti, e centinaia d'artefici, operai il resto, contadini nessuno. E non sar inutile dire che una quarta parte di quegli uomini era d'et fra i trenta e i quarant'anni; che un altro bel numero erano tra i quaranta e i cinquanta: forse un dugento, n'avevano da venticinque a trenta; i pi erano tra i diciotto e i venticinque. Il vecchissimo era un genovese nato nel 1791, che da giovinetto aveva militato sotto Napoleone; il giovanissimo era un fanciullo d'undici anni, menato seco dal proprio padre medico vicentino.
Non sar inutile di aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini, istriani e delle altre provincie dell'Italia superiore, con forse un centinaio di siciliani e napoletani tornanti dall'esilio. Stranieri accorsi per amor d'Italia ve n'erano diciotto, uno dei quali africano, l'altro d'America ed era il figlio del Generale.

***

La sera dell'8 maggio Garibaldi rimbarc la spedizione, e non per salpare ma per passar quella notte all'ncora nella rada. Temeva che il Ricasoli mandasse a fermarlo! La mattina del 9 i due vapori salpano, toccano Santo Stefano, vi stanno poco, poi via verso scirocco, navigano tutto quel giorno e la notte e quello appresso. A una certa ora del 10 il Piemonte lascia addietro il Lombardo, e va, va, va, finch sparisce.
Ah! che nuova stretta per quei che navigavano sul Lombardo! Il Bixio in un momento che uno aveva osato mormorare contro di lui, mand tutti a poppa, e grid che il Generale gli aveva ordinato di sbarcarli in Sicilia, e che in Sicilia li avrebbe sbarcati, che l lo avrebbero appiccato, se cos avessero osato, al primo albero che si sarebbe incontrato, ma in Sicilia giurava di sbarcarli. Parole che lasciavano il segno nell'aria come saette, e mettevano il fuoco nei petti e nelle teste. E quel Piemonte che se n'andava avanti da solo, s'era portato via i cuori. La sera non si vedeva pi, e la malinconia era grande come l'ora del mare.
Ma verso la mezzanotte il Bixio che stava sul ponte del comando, vide e fremette. Una nave, a lumi spenti, sorgeva innanzi a lui come un'ombra; e pareva venisse.... Era la morte? Ah! non a lui si  poteva correre addosso per colarlo a fondo! Egli era uomo da arrembaggio. Su! d la sveglia, tutti si destano, le baionette s'innastano, ognuno sta pronto; e il timoniere badi, viri e via; ora a quella nave, va addosso il Bixio. Mancava poco a dar l'urto, e sarebbe stato tremendo. Senonch, una voce grid: "Capitan Bixio! Volete mandarmi a fondo?" "Oh! indietro, indietro alle macchine - grida Bixio - Generale, non vedevo i fanali!"
"Siamo nella crociera nemica", soggiunse tranquillo Garibaldi. I cuori s'apersero, Garibaldi, il Signor del mare, in quell'incontro salvava tutti.
E insieme con Bixio, concertato d'allargarsi, navigarono di conserva il resto della notte. La mattina dell'11, videro il gruppo delle Egadi, che parevano venute su allora dal mare, verdi di tutti i toni, con rocce splendenti in alto, con una zona d'argento ai piedi; e pi in l appariva la costa dell'isola. "La Sicilia, la Sicilia!" I Siciliani della spedizione se la bevevano cogli occhi, gridavano, benedicevano, abbracciavano gli altri; cose che nessuna lingua potrebbe narrare. Che citt  quella? Marsala!
Ma poi fu un volgersi di tutti a poppa, per guardare due navi, che correvano a vista d'occhio dietro di loro: "Avanti! Avanti!" Bixio gridava ai marinai che chi gli sbagliasse una manovra, sarebbe impiccato all'albero di maestra.

Marsala era ancora lontana, ma sembrava che la terra stessa venisse incontro ai due vapori, da tanto che questi correvano. E gli altri inseguivano, come leonesse in furia dietro a' cacciatori che avessero loro rapito i lioncelli. Alla fine ecco il porto! Il Piemonte lo imbocca e maestoso vi si pianta; Bixio investe col Lombardo contro la spiaggia. Era l'una pomeridiana.
Cosa voleva dire quell'imbandierarsi d'una piccola nave da guerra, ancorata a sinistra del Lombardo, e quell'imbandierarsi di due grosse navi, ancorate a destra del Piemonte? Un marinaio del Lombardo spiegava che quella piccola era una nave borbonica, che invitava le navi grandi, che erano inglesi, a ritirarsi, perch voleva far fuoco sui due vapori giunti. Rispondevano gli inglesi che avevano i loro ufficiali a terra, che le loro macchine non erano sotto pressione, e che per aspettassero un poco. Cos almeno spiegava il marinaio del Lombardo tutto quello sciorinar di bandiere. E fu questo tutto l'aiuto inglese, di cui tanto si disse e si scrive ancora. Non per fu cosa da poco, perch intanto la gente del Piemonte e del Lombardo si gettava gi nelle barche, e via vogava a terra. Ma presto le due navi che inseguivano, venute a tiro, si misero a farle addosso le cannonate. Povero Stromboli, povera Partenope! In poco pi forse d'un'ora, tutta la spedizione fu a terra; un po' di sosta a ordinarsi, e poi  una corsa a compagnie; carponi, ritti, come ognuno sapeva, tutti entrarono in Marsala.
I cittadini trasognati, sbigottiti, non sapevano ancora cosa fosse quel cannoneggiamento, n chi fossero quegli uomini nuovi che invadevano la citt con l'armi in pugno, quasi tutti vestiti in borghese. Ma come seppero che era con essi Garibaldi, tutta la citt balen di una gran gioia, non s'ud pi che il gran nome, parve che la rivoluzione vera della Sicilia cominciasse in quel momento.
Quanto a Lui, disceso dal Piemonte, aveva messo il piede sul suolo dell'isola come su terra gi sua; era salito nella citt col passo lento d'Aiace, come se le cannonate non potessero toccarlo; forse in quel momento sent che per la prima volta in sua vita, si trovava a entrar nell'azione, senz'altra autorit sopra di s, libero e primo come la natura lo aveva fatto, e vide come in una prospettiva infinita chi sa quali grandi cose da farsi!
E nella reggia di Napoli, cosa sar stato in quell'ora? Quali sgomenti, quali pianti, quali furie? Erano stati dati ordini alla flotta, di colar a fondo i due vapori salvando le apparenze, e questo si seppe poi. Invece, il gran nemico di dieci anni prima, quello stesso di Velletri e di Palestrina, era sbarcato in terra del Regno, nel punto pi lontano da Napoli s, ma insomma era sbarcato; e forse fin da quel momento la reggia si sent vinta. A quarant'anni  di distanza, vien su dal cuore un senso strano di compassione.
Lo Stromboli e la Partenope si sfogarono il resto della giornata a tirar cannonate, ma non proprio per bombardar Marsala, che s'era coperta di bandiere inglesi. Venne la notte, pass, spunt l'alba; e i Mille erano gi fuori della citt pronti a marciare.
Forse al Salto, o il 30 aprile a Roma, o a San Fermo vincitore, Garibaldi non fu cos bello e raggiante come in quell'alba del 12 maggio, l fuor di Marsala tra quei suoi Mille, che egli metteva in cammino verso l'ignoto. Di l vedeva il Piemonte menato via a rimorchio dalle fregate borboniche, il Lombardo piegato su di un fianco e mezzo sommerso. E ci voleva dire che in quei Mille doveva essersi piantato il sentimento, di non aver pi a fare nulla col mondo di fuori dell'isola, e che da quel campo chiuso non sarebbero pi potuti uscire se non vincitori.
Dunque o vincitori, o morti, o galeotti nelle galere borboniche! Di l si vedevano bene le Egadi, smeraldi al sole, e si sapeva che nelle loro viscere, nell'orrida prigione, profonda sotto il livello del mare, giacevano quei di Sapri, i loro precursori!
Trombe in testa, partirono. E va, va, va come nelle novelle; fatti due o tre chilometri tra vigneti, la colonna marci poi tutta la prima giornata sotto  quel sole che pareva colasse piombo, per un deserto senz'acqua, senz'alberi, senza coltura. Non videro un villaggio, non un ciuffo di case, nulla, tranne qualche branco di cavalli e qualche capanna che mettevano lo sgomento della vita in quelle solitudini sterminate. Ma verso il tramonto, apparve un gran casone su d'un poggio. Pagina da Cervantes. Forse la fata morgana? Era il feudo di Rampagallo. Allora la parola feudo rivel tutta una storia. Chi la aveva mai intesa dire con sotto agli occhi la cosa vera? L dunque era il medioevo ancora in azione? Fu un senso di sgomento. Accamparono intorno. E nel crepuscolo alcuni ufficiali, che stavano aggruppati a discorrere sulla gran porta dell'immenso cortile di quel casone, udirono uno mettere nei loro discorsi la nota veridica. "Avete badato a quel deserto tutt'oggi? Si direbbe che siam venuti per aiutare i Siciliani a liberar la terra dall'ozio!" Era un uomo gigantesco, forse di trentacinque anni, si chiamava Rainero Taddei, era ingegnere. La sorte gli serbava la gloria di morire sei anni dopo, tenente colonnello a Custoza; ma per lui il posto da invecchiarvi lavorando, sarebbe stato l in quel feudo di Rampagallo, per morirvi dopo aver fatto fiorire tutto quell'immenso deserto, sul quale quella sera disse la verit dolorosa.
La notte furono visti i primi insorti Picciotti: una cinquantina. Venivano a raggiungere il Generale,  condotti dai baroni Sant'Anna e Mocarta. Vestivano di pelli di capra come fauni, erano armati di fucili da caccia che chiamavano scoppette, qualcuno aveva le pistole alla cintola e il pugnale. Le loro facce erano fiere, ma a trovarsi tra quelle compagnie giunte d'oltremare, come i conquistatori delle loro leggende, parevano trasognati. Garibaldi li accolse, li incant subito, li tenne seco. Erano pur pochi, ma insomma riconoscevano in lui il Duce e la rivoluzione unitaria.
Il giorno appresso a Salemi, dove i Mille giunsero sul mezzod, fu ben altro. Tutte le campane sonavano a gloria, tutta la popolazione veniva loro incontro fuori di s. E quando apparve il Generale fu addirittura un delirio; v'erano gi le squadre di Monte San Giuliano, forse un migliaio di altri picciotti, e si dicevano cose meravigliose di altre squadre in cammino dalle terre intorno che venivano a Lui. Ma ahi quanti poveri, quante mani tese a mendicare, quanto squallore! A Salemi, su quel cocuzzolo di monte, egli si proclam Dittatore per la libert.
Spese lass due giorni a far dare l'ultimo assetto alle compagnie. E all'alba del 15 queste scendevano da Salemi, gi avvisate che a nove o dieci miglia di l, si sarebbero trovate in faccia al nemico. E marciavano gioconde per la via consolare fino al villaggio di Vita, da dove la gente fuggiva gridando loro: "Meschini! meschini!"

Era ancora sgomenta dagli eccidi del Quarantanove! E si cap cosa volesse dire quel compianto, perch apparvero subito le guide garibaldine, che tornavano in dietro di mezzo trotto, recando che di l dal colle il nemico era in posizione, e ben grosso.
Sereno, lieto, quasi giovane, giunse allora Garibaldi. Poche parole, uno squillo, le compagnie furono mosse su per una collina brulla, s'arrampicarono, giunsero in cima, e di lass videro l'altra collina in faccia balenar d'armi.
Ora dunque era il momento di trar le sorti. E forse Garibaldi sper che, a quel primo incontro, i Napoletani pigliassero chi sa quale risoluzione che facesse risparmiare il sangue, perch stette a guardarli a lungo, circondato dal Trr, dal Sirtori, dal Tukry? O lo sper quando disse di portar nel punto pi alto la bandiera tricolore e di farla sventolare? Insomma volle essere l'assalito, egli che pur era disceso nell'isola da assalitore! Quella, a sentir bene, era guerra civile.
Ma verso il tocco e mezzo, il comandante napoletano mosse i suoi cacciatori gi per il pendio delle sue posizioni. Discesero questi a catene, snelli nelle loro divise turchine, furono presto nel piano che stava fra i due colli, e dal basso in su cominciarono i loro fuochi. "Non rispondete! non rispondete!" gridavano i capitani ai Garibaldini; e  in verit facevano bene, perch le venti cartucce ch'erano state date a ogni milite se ne sarebbero presto andate; cos per parecchio, quei militi stettero freddi e immobili al fuoco; cosa da veterani.
Ma poi s'udirono alcuni colpi dei carabinieri genovesi, fu sonata la diana, e il passo di corsa; sonava il trombettiere del Generale.
Le compagnie si levarono, si serrarono, poi si apersero e precipitarono gi larghe in un lampo. Pioveva su di esse il piombo come gragnuola, e romb anche la mitraglia; esse traversarono agilissime quel tratto piano sin a pi delle posizioni dei Napoletani. E pareva che sarebbero volate su come stormi di falchi; per quando furono a salire e guardarono in su, capirono che la giornata voleva essere sanguinosa. Il terreno era erto, l'erta fatta a terrazzi, i terrazzi parecchi: e a ogni terrazzo una schiera nemica che faceva fuochi di battaglione.
I tecnici della guerra, pensano che Garibaldi abbia osato troppo andando a mettersi nel caso di dover accettare il combattimento, in condizioni sfavorevolissime pel numero e per le forti posizioni del nemico. Certo os molto! Ma l'indugio a cercar la battaglia, e l la pi sapiente manovra per la pi bella delle ritirate sarebbero stati senz'altro la sconfitta. Egli era come un gladiatore nel Circo; sentiva che egli e i suoi, poich erano venuti d'oltremare  per questo, l sotto gli occhi delle squadre siciliane, e della gente che si vedeva gremita sulle alture intorno, come sui gradini di un anfiteatro, dovevano affermarsi coll'azione pronta quali che fossero i rischi; altro non era concesso che il cimentarsi, fossero anche stati i nemici dieci volte pi forti: scansando egli il combattimento, l'anima siciliana non avrebbe pi compresi n quegli uomini per essa meravigliosi, n Lui.
E questo, come se il Generale avesse una virt comunicativa sovrumana, questo fu sentito da tutti i suoi, anche dai meno esperti. Laonde pi che condotti, conducendosi ognuno da s, presto le compagnie si ruppero, i militi si mescolarono, non vi furono pi unit tattiche, ma gruppi, manipoli, branchi di assalitori, che investivano alla baionetta le schiere nemiche, le fugavano, si piantavano al loro posto per tornar ad investirle sul secondo di quei terrazzi, e poi sul terzo, e poi sul quarto, sin che quelle si ridussero tutte insieme sulla cima del colle, e vi si serrarono pi dense e pi forti. Allora parve impossibile di poterle ancora affrontare. E a guardare in gi i gi morti e i feriti, che strage!
Mirabile a dirsi, il Sirtori era giunto sul suo gramo cavalluccio fin lass, e sulla sua faccia pallida pareva espresso il desiderio di morire per tutti, giacch l'ora era omai disperata.
Ma Garibaldi, a piedi, seguto dal Bixio a cavallo,  che non lo lasci quasi mai (come se venendo la rotta pensasse di pigliarselo su e fare il miracolo di salvarlo all'Italia), Garibaldi s'aggirava tra le file raccolte intorno al ciglio della vetta su cui i Regi urlavano "Viva" al loro lontano Re. E incorava con la sua parola tranquilla. "Riposate, figliuoli, riposate un altro poco, poi ancora uno sforzo e sar finita." Per vi fu chi gli vide negli occhi le lagrime.
Infatti c'era da temere che alla fine con un contrassalto improvviso, i Regi si precipitassero su quella siepe di vivi, che si era fatta intorno a quell'ultimo ciglio. Davvero bisognava finirla! E a un tratto s'ud gridare: "La bandiera  in pericolo!" E una bandiera fu vista portata avanti ondeggiare un poco, in una mischia che le si fece intorno stretta e terribile, poi sparire. In quel momento, fu ripreso su tutta la fronte l'assalto, l'ultimo, concorde, violento, furioso; s'ud l'ultimo colpo di un cannone che fu scaricato dai napoletani mentre alcuni garibaldini vi erano gi alla bocca; poi i Regi in rotta rovinarono via per l'altro declivio del colle, e se n'andarono protetti dai fuochi in ritirata dei loro mirabili cacciatori.
Su quel colle, in quell'ora vespertina, in quella solitudine dell'isola, che dava a quei soldati il senso di esser fuori del mondo, l'unit d'Italia era moralmente fondata. Ora la Sicilia poteva osar tutto, il primo atto del dramma era gi la catastrofe dei Borboni.
Ma se i Regi avessero vinto? S'accapriccia il cuore, a immaginare Garibaldi rotto, i suoi a squadre a gruppi, a branchi, inseguiti, messi in caccia, uccisi per tutta quella terra; gli ultimi, ad uno ad uno, chi qua, chi l, scannati come fiere, fin sulle rive del mare, e la testa del Generale portata a Napoli chi sa da chi, che se la potesse guardare e finisse di tremare quel Re. Oh, questo poteva avvenire! In quel primo fatto d'armi, i Regi non avrebbero dato quartiere. E aveva veduto ben giusto Garibaldi, quando nel momento che la lotta pareva pi disperata, avendo Bixio osato dirgli: "Generale, temo che bisogner ritirarsi" egli aveva risposto con calma solenne: "Ma che dite mai, Nino? Qua si fa l'Italia, o si muore!"
Invece il giorno appresso, tutto era gioia, e suon il grand'ordine del giorno: "Soldati della libert italiana, con compagni come voi posso tentare ogni cosa!" Parlava la verit; perch di quei compagni trentuno erano rimasti morti sul campo, centottantadue giacevano feriti; e perch egli nel fatto d'arme, avviato che fu il combattimento, aveva lasciato libero all'azione quel sentimento dell'assoluta necessit di vincere creato da lui, dalle circostanze, dalla coscienza di ciascuno dei suoi soldati, e perch aveva diretto tutto col cuore.

Tre giorni appresso, i Mille salutavano gi, dal passo di Renda, Palermo, immensa, laggi sul mare coperto da navi da guerra di tutta Europa. Pareva loro di uscir da un mondo antichissimo, eppure non erano passati che quattordici giorni dalla partenza da Quarto!
Nel campo di Renda, Garibaldi mise tutta l'arte sua: sfoggio di lavori da zappatori, avanzate, ritirate, scaramucce. E quando fu ben certo d'aver piantato nei difensori di Palermo l'idea che ei volesse tentarne l'assalto dalla parte di Monreale; improvvisamente, la sera del 21 maggio, che diede una notte tempestosa, lev il campo; e per monti senza vie, incammin i suoi a una marcia notturna, che gli rimase nella memoria come uno dei suoi prodigi.
All'alba del 22  al Parco e vi si accova, vi sta un giorno senza che il nemico sappia dov'; la Sicilia non dava spie. Il 23  scoperto: la mattina del 24, una colonna lunghissima uscita da Palermo viene a trovarlo. Ora il suo disegno comincia a colorirsi. Finge la ritirata, quasi la fuga, verso l'interno dell'isola, vola a Piana dei Greci, tirandosi dietro quella colonna: sul tramonto del giorno fugge di nuovo da Piana, mentre l'avanguardia nemica crede di averlo gi per i capelli; fugge ancora con l'artiglieria in testa, per la strada di Corleone. Ma fattasi la notte, lascia andar l'artiglieria sola senza altro ordine che di fuggir sempre, e si pianta in una boscaglia poco fuori dello stradale. Ivi ha la gioia di sentir quella colonna borbonica passar nella notte, allontanarsi illusa d'andar dietro di lui. Andasse pure! tanta forza nemica di meno egli avrebbe trovata a Palermo.
Il mattino appresso alla punta dell'alba, Garibaldi  gi via da quella boscaglia. Con una marcia rapida a sinistra, sale a Marineo, la sera  a Misilmeri, il giorno appresso a Gibilrossa, nel campo dei picciotti del La Masa, e di l rivede la capitale.
Quel giorno, lass a Gibilrossa, furono a visitarlo alcuni ufficiali della marineria inglese. Cosa gli portavano? "Eh gi! si diceva tra le compagnie, gl'Inglesi ci aiuteranno a staccar la Sicilia da Napoli, cos che al Borbone sembri grazia conservarsi il continente. Poi se la piglieranno, e Napoleone si piglier la Sardegna, e l'Austria si terr la Venezia, e l'unit d'Italia con Roma rimarr un sogno. Passeranno gli anni, moriranno Mazzini e Garibaldi e gli altri, e dell'unit italiana e di Roma non si parler pi." E chi vorrebbe giurare adesso che allora le cose non si potessero risolvere in questo misero modo? Tuttavia quegli Inglesi, ospiti graditi, girarono fra le compagnie, sparsero la notizia che ai Mille era stato dato da Napoli il nome di Filibustieri; che il Governo borbonico aveva spacciato pel mondo d'averli vinti a Calatafimi, vinti al Parco, vinti sempre, e che in Palermo il Vicer aveva pubblicato la rotta e la fuga di Garibaldi.
Quella stessa sera si ud pel campo che Garibaldi aveva detto: "Stanotte a Palermo."
E come fu notte, il campo si mosse a scender dalla montagna, gi per un sentiero quasi appena tracciato di balza in balza.
Stavano alla testa una parte dei Mille, prima le Guide e poi i Carabinieri genovesi, poi parte delle squadre del La Masa, appresso il gruppo dei Mille, e in coda tutta la moltitudine armata di picche o di che che si fosse.
L'ordine era di marciar in silenzio, serrati, per giungere di sorpresa sul nemico che bivaccava fuori le porte, e di non rispondere al fuoco, ma investire alla baionetta, rompere, entrare nella citt.
Ah, se tutto fosse stato fatto a puntino! i Regi del Ponte dell'Ammiraglio sarebber stati colti nel sonno, e la colonna, passando sui loro corpi, entrava in Palermo di colpo. Ma i Picciotti con le loro grida diedero troppo presto l'allarme. Pur non ostante quel guaio, non ostante la resistenza ben fiera che opposero i Regi del Ponte, l'impeto dell'assalto fu tale che in breve ora Garibaldi era nel cuore della citt, sulla piazza Bologni.
Allora tuon la prima campana a stormo, e poi altre ed altre; la citt si svegliava. Era la domenica di Pentecoste, ma per Palermo la Pasqua di Resurrezione.
Cominci quel mattino la bufera infernale, che, scatenata sulla gran citt, doveva durare tre giorni. I Mille e le squadre si sparsero per le vie, marciarono al centro della citt, e dal centro, qua combattendo, l senza trovar difese, si allargarono poi alla periferia di essa. E cos si chiusero entro il cerchio di fuoco che i Regi fecero loro intorno dalle caserme, dal Palazzo Reale, dai bastioni, dalle fortezze; e Castellamare cominci a lanciar bombe. Potevano i Regi irrompere improvvisi da tutte le parti al centro e opprimere tutto, a un tratto; ma nel pomeriggio principiarono le barricate cui si lavorava persin dalle donne. Fu presto un vero furore. Al secondo giorno si vedeva gi che in Palermo non sarebbe rientrato il nemico per molto che fosse, senza averne fatto un mucchio di rovine. Cadevano case intere sotto le bombe, cadevano per gli incendi; l'ira del popolo cresceva, non s'udiva gridar altro che guerra e morte e viva Santa Rosalia. Al terzo giorno tutta la citt era nelle vie; le case rovinate non si contavano pi; si parlava di cittadini sepolti a centinaia, e si diffondeva un entusiasmo cupo e fanatico di morire.
Nel pomeriggio di quel terzo giorno, corse voce che Garibaldi era andato sull'ammiraglia inglese, a un parlamento che i borbonici gli avevano chiesto. "Oh Dio! cos'ha mai fatto! - diceva la gente - e se lo pigliassero a tradimento?"

Era una grande angoscia. Ma fu sublime il popolo, sublime lui, quando, tornato da quel suo passo, s'affacci a un balcone del Palazzo pretorio, e a quel mondo, fuso come in un sol essere sulla piazza, grid: "Il nemico mi ha fatto delle proposte che credetti ingiuriose per te, o popolo di Palermo, ed io, sapendoti pronto a farti seppellire sotto le rovine della tua citt, le ho rifiutate!" Non vi  lingua che abbia la parola degna d'esprimere il grido di quel momento. Dovettero arricciarsi i capelli anche a Lui; e forse egli si sent divino, al suo apogeo, guardando sotto di s quella moltitudine innumerevole di genti, che si abbracciavano, si baciavano, si soffocavano tra loro raggianti, le donne pi ancor degli uomini, gridando a Lui: "Grazie! grazie!" Eppure aveva annunziato il loro sterminio!
Ma la sera stessa di quel gran giorno, il suo cuore, sempre cos sicuro, si turb. Gli era venuta notizia dello sbarco di nuove milizie borboniche. Ancora pieno di quell'incendio d'anime destato da lui, forse ebbe piet della tanta gente che il giorno appresso sarebbe morta; piet di Palermo che si era abbandonata a lui, gridandogli che la facesse pur perire, piuttosto che lasciarla al tiranno. Studi il fenomeno chi indaga l'anima dell'individuo ne' suoi rapporti coll'anima delle moltitudini: il fatto  che egli dalla piazza del Palazzo Pretorio mand al bastione di Porta Montalto un ordine che fece tremare  chi lo port e chi lo lesse; tremare per lui che parve d'un tratto impicciolito. Per fortuna la notizia delle nuove truppe borboniche era falsa, e di quell'ordine tacquero quanti lo conobbero, anzi si rimordevano di posseder quel segreto. Ma che sorpresa per tutti, e come dovette parer sublime Garibaldi a quanti di loro erano ancor vivi trent'anni di poi, quando lessero nelle sue memorie confessata candidamente quella sua ora di scoramento! Egli aveva pensato nientemeno che d'andarsene dalla citt coi suoi avanzi di Mille! Altri eroi, forse Napoleone stesso, avrebbero fatto sparire chi d'un momento simile di loro debolezza avesse avuto soltanto il sospetto. Ma Garibaldi adorava la verit, e della gloria, intesa come si suole, non aveva concetto.
Il quarto giorno dacch Palermo combatteva, il Generale in capo borbonico, disperato di vincere, chiese a Garibaldi un armistizio. Garibaldi lo concesse, e per lui voleva dir aver vinto. E dieci giorni appresso, ventimila borbonici sfilavano a imbarcarsi, portando via nel cuore, per andare a diffonderla in tutto il Regno, la certezza che contro Garibaldi non era pi possibile vincere. Intanto nell'anima siciliana fioriva la fantasia dell'Angelo che nelle battaglie riparava i colpi a Lui, Santo e parente di Santa Rosalia, nato da un demonio e da una Santa. E cos si diceva nei salotti, dove le gentildonne domandavano agli ospiti venuti di oltremare  se avessero mai visto quell'Angelo: e cos si diceva dal popolo, e si cantava e si credeva. Chi vide quei momenti deve essersi formato l'idea di come sian sorte certe religioni nel mondo.
Cos dalla partenza da Quarto erano passati trentacinque giorni. La traversata coi suoi tedi, con le sue allegrezze e co' suoi terrori, lo sbarco prodigioso, le marce traverso l'isola, proprio quasi ancor immersa nel Medio evo, dove uno poteva sentirsi nel suo clima storico e credersi bizantino, saraceno, normanno, qual che volesse; quell'andar applauditi tra le genti, ma sempre soli e quasi soli con Lui, come una trib errante in cerca d'un mondo ideale; i bei fatti d'arme, le ritirate, i ritorni e la entrata inverosimile in Palermo e la vittoria finale pi inverosimile ancora, furono il meraviglioso dell'epopea garibaldina, e gi fin dallo stesso momento che finiva pareva una cosa antica quasi sognata, anche a chi l'aveva vissuta.
Poi l'epopea cedette alla storia.

.... E Dante dice a Virgilio:
"Mai non pensammo forma pi nobile
D'eroe." Dico Livio, e sorride,
" de la storia, o poeti."

***

Ora la Sicilia era aperta a chi vi volesse accorrere. L'Italia superiore e la centrale, mandavano il Medici, il Cosenz, il Corte con le loro brigate di volontari. La guerra continuava con tutte le migliori regole della sua arte, e Milazzo fu una battaglia quasi classica; ma il maraviglioso lo metteva sempre e per tutto Lui.
Appunto a Milazzo, in un momento assai dubbioso, mentre egli si trova a piedi tra poche Guide che gli fanno scorta, gli rovina addosso una furia di lancieri napoletani. Urta il Capitano borbonico su di lui calando un fendente da dividerlo in due; ma Garibaldi, senza scomporsi, para il colpo come dicesse: "Che vuol costui?" e parando, uccide. Il Missori, lo Statella che sparano ripetuti colpi di rivoltella come se avessero in pugno il fulmine, sgombrano il terreno intorno da quei lancieri atterriti, forse ancora ignari di quella sorta d'armi. Ed egli, come se quella tragedia non fosse sua, e perch era crucciato di non trovar un'altura da dove si potesse guardare nella battaglia, vista in mare la sola nave della sua marineria cui aveva fatto dare il nome di "Tukry", vi corre, voga l, giunge, sale come un mozzo sulla gabbia di maestra, guarda, vede, rivola a terra, d ordini, e due ore appresso la battaglia  vinta. Ma allora lo secondavano e lo interpretavano uomini come il Medici e il Cosenz, ufficiali superiori come il Malenchini, il Migliavacca, il Guerzoni; e gli ufficiali minori menavano nella battaglia militi, ai quali i tempi e la parola del Mazzini e l'opera di lui avevano messo nel sangue che tra le cose gentili e forti, il morir per la patria era la pi gentile e forte di tutte.
Per la vittoria di Milazzo la Sicilia si poteva dir libera; e gi l'occhio di Garibaldi era sullo Stretto, sulla Calabria, di l. Ora si sarebbe visto! Dieci fregate, cinque corvette a vapore, due vascelli e quattro fregate a vela e molti legni minori, tutta la marineria borbonica poteva serrarsi nello Stretto. Da Scilla a Reggio stavano dodicimila soldati tra le fortezze, e in Calabria e oltre fino a Napoli ne campeggiavano ancora ben centomila. Non bastava. Nell'ora grave si faceva addosso a Garibaldi la diplomazia, gli si voleva trre la Sicilia annettendola subito al Regno di Vittorio Emanuele; e Vittorio stesso gli mandava per un suo fido una lettera in cui lo esortava a non proseguir nell'impresa. Egli lesse, e rispose che al termine della sua missione avrebbe deposto ai piedi di Sua Maest l'autorit che le circostanze gli avevano data, e ch'avrebbe ubbidito poi, pel resto della sua vita.
Intanto le brigate che avevano combattuto a Milazzo e le divisioni di Trr e di Bixio che avevano girato largo nell'isola, marciavano a posarsi tra Catania e Messina.
E allora egli si pianta alla Torre del Faro. L incomincia il maraviglioso. Fa armar coi cannoni di Milazzo quel promontorio di sabbie, raccoglie l intorno un centinaio di barche, e la notte dell'8 di agosto fa tentar il passaggio dal Musolino calabrese, cui d compagni Missori, il pi elegante dei suoi cavalieri, e Alberto Mario, il pi gentile e altero de' suoi pensatori. Passarono quegli audaci, e poterono toccar l'altra sponda, tentarono di sorprendere il fortino Cavallo ma vi fallirono, e dovettero rifugiarsi in alto dov' Aspromonte, nome d'altri luoghi allora vago nelle epopee cavalleresche, ma che, come se fosse predestinato, doveva entrare tragico nella storia, due anni appresso. Bisognava aiutarli. La notte dell'11 il Dittatore fece passare quattrocento uomini su di una flottiglia di barche. Le conduceva il Castiglia.
Vogarono nelle tenebre. A mezzo il Canale, furono scoperte e cannoneggiate dalla Fulminante e dal Fieramosca che ivi incrociavano, e dovettero tornar al Faro. Ci per Garibaldi non volle dir nulla. Egli non presumeva certo di conquistar la costa della Calabria con s poche braccia; ma quello cui mirava gli seguiva, perch con quei tentativi e col tutto insieme delle mostre che faceva dal Faro a Messina, metteva nella mente del nemico e vi fissava l'idea folle, che l proprio, tra il Faro e Scilla, ei volesse trovar il punto al gran passo. E lo credevano gi anche i suoi. Senonch la notte del 12 agosto egli disparve. Lo indovinarono il mattino appresso tutti gli accampamenti garibaldini; sentirono che egli non c'era pi, perch parve mancasse qualcosa nell'aria che ivi si respirava.
Dov'era? Gi di l in Calabria? O era andato a Torino a parlar con Vittorio? Mistero! Ma egli era gi in Sardegna, nel Golfo degli Aranci; v'aveva presi e fatti suoi, proprio da Dittatore, gli ottomila volontari che il Bertani, il Nicotera e il Pianciani v'avevano raccolti per gettarli nel Pontificio. E di l, data un'occhiata alla sua casetta di Caprera, li imbarc e se li condusse a Palermo. Indi girata l'isola torno torno sino a capo Passaro e a Taormina, la notte del diciannove vi pigli Bixio con i suoi, tagli il Jonio, afferr Melito tra Spartivento e Capo dell'Armi, s gett a terra con quattromila camicie rosse, e allora, giungessero pure le navi borboniche; anzi, eccole l! Giungono l'Aquila e la Fulminante! Si sfoghino a bombardare il vapore Torino, ma la sorte di Napoli ora l'ha in mano Lui.
Rapido come vento, assale Reggio all'alba del 21 e se la piglia. Manda al Cosenz che passi dal Faro a Scilla, e Cosenz, come se l'ordine fosse incanto, passa lo Stretto nella notte tra il 21 e il 22! Cos i generali borbonici Briganti e Melendezi co' loro 9000 soldati, chiusi tra i Garibaldini, il mare e i monti, dovettero mettere gi le armi o perire. E si arrendono. Ma che fare di quei prigionieri?  Garibaldi spira su di essi una sola parola: se ne vadano alle loro case, per ora non sono pi soldati di nessuno.
Allora cominci lo sfacelo dei Regi, la guerra divenne una marcia militare di un esercito che s'avanzava e di uno che indietreggiava o fuggiva. E quali memorie a ogni passo! Ah! qui all'Angitola erano stati spenti i Musolino come i Fabi a Cremera. Qui avevano combattuto Domenico Romeo e i suoi: qui ecco il Pizzo, povero Murat! ecco il vallo di Crati, divini i Bandiera! Presto si vedr la terra che bevve il sangue di Pisacane.
Cede il generale Vial a Monteleone, dove, se il povero Francesco secondo avesse avuto  un po' di cuore da soldato, sarebbe corso da Napoli per morirvi, o in quel passo terribile far morire chi voleva scoronarlo. Cede il generale Ghio a Soveria Manelli, dove alla sola apparizione di Garibaldi sfuma via come nebbia una divisione. Il Dittatore andava avanti ormai da s. Le sue divisioni camminavano ancora a gran giornate per la Calabria, ed egli era gi in quel di Salerno. Che faranno i 40,000 Borbonici che campeggiano l tra Salerno e Avellino? Si scioglieranno da s anch'essi! Era fatale. La gran figura del Dittatore pare spiri innanzi a s un vento che tutto sperde. E il 5 settembre in Napoli, anche Francesco secondo deliberava la ritirata oltre il Volturno, dando le poste per col a tutti i fedeli  piccoli e grandi. Il giorno appresso quel misero Re, con la superba e bellissima Regina s'imbarcavano per Gaeta sulla Partenope, scortati da due navi da guerra spagnole, perch della flotta napoletana nessun altro legno volle seguirli.
Ora Garibaldi  alle porte. Da Vietri per la strada ferrata a Salerno e a Napoli, al mezzod del 7 con il Bertani, il Cosenz, il Nullo, e due ufficiali, scende alla stazione, ricevuto dal ministro del Re di ieri. Monta in carrozza e via, al tocco, senz'altra scorta che quei suoi cinque, entra nella citt, tra la folla che proprio fuori di s dalla gioia stipa le vie. Passa dinanzi al forte di Castelnuovo, da dove la sentinella borbonica col picchetto di guardia gli presenta le armi. Oh se quei soldati, avessero osato far fuoco su quella carrozza, ed Egli fosse rimasto morto! Chi appende a fili cos tenui le sorti delle genti? Si cura Iddio delle cose nostre, o d talora a certi uomini qualche suo attributo? E la storia, superba, come si troverebbe a rispondere a chi la interrogasse cos? Garibaldi era un'idea, l'incantatore pass, e il plebiscito vero che si fece poi, era gi fatto idealmente quel giorno.
Ora non alla Reggia egli va, ma al Palazzo del Governo, e vi si mette da padrone: e di l, tre ore appresso, decreta che la flotta napoletana passi all'Ammiraglio di Vittorio Emanuele. Era troppo! E troppo avrebbe poi dovuto la Monarchia a Garibaldi. Gli uomini che ne facevano la politica, tra grandi e piccini, lo sentirono tutti.
E perch Garibaldi aveva osato, bisognava loro osare come lui: onde da Torino alle grandi cose di Napoli rispondeva com'eco la deliberazione di entrar nelle Marche e nell'Umbria, con un esercito del Re. Allora il Cavour trasse il dado.
Avvenisse ci che potesse, rompesse pur l'Austria dal quadrilatero; alla disperata, nel nome di Garibaldi e di Mazzini, il Cavour era uomo da incendiar mezza Europa.
E l'osare fu premiato, perch di quei giorni Russia e Prussia in un convegno a Varsavia accettavano anch'esse la politica del non intervento bandita da Napoleone e dall'Inghilterra: il mondo intero pareva convinto ormai che un popolo da cui venivano date prove cos alte di vita non era pi quello cui la Santa Alleanza aveva messo l'Austria sul petto.
Ma dunque entrato Garibaldi in Napoli, l'epopea finiva con la sua glorificazione? Oh, no! La fine lieta non conveniva a un poema cos novo e grande come era il suo; perch le imprese dei grandi sono veramente epiche solo a condizione che essi nel chiuderle se ne vadano avvolti in un velo di alta mestizia! E poi c'erano ancora sulla destra del Volturno quarantamila soldati di Re Francesco.

***

Cinque giorni dopo l'entrata trionfale in Napoli, il Dittatore, di sulle navi che gliele portavano frettolose dalla Calabria, pigliava le sue divisioni, non lasciava loro godere neppur la vista della gran citt, le lanciava a Caserta, a Santa Maria, dove correva egli stesso, e le piantava sulla sinistra del Volturno, per un semicerchio di venti chilometri. C'erano ventimila soldati ch'ei poneva di fronte a quarantamila, sostenuti da una fortezza come Capua, assetati di vendette, ebri di promesse per quando avessero rimesso in Napoli il Re.
Bisognava stare ben desti e ben pronti!
Sul Volturno i due eserciti passavano il settembre in preparativi, tastandosi talvolta fieramente qua e l. Ma il Dittatore sentiva che l'ora tragica s'appressava. Dalla sua specola di Monte Sant'Angelo, vedeva tutto, indovinava tutto ci che si faceva nel campo nemico. Alla fine "Fate buona guardia" disse ai suoi luogotenenti, "domattina saremo attaccati." E all'alba del 1 ottobre furono attaccati davvero.
La narrazione della battaglia che pigli nome dal Volturno fu scritta e subito e poi, e se ne scrive e se ne scriver ancora. Ma a misura che le vanit se ne vanno, quella battaglia ingrandisce nella verit, e rivela come uno dei sommi capitani, colui che alle cinque pomeridiane, mentre si combatteva ancora, pot telegrafare a Napoli "Vittoria su tutta la linea." E, disse vero il Guerzoni, fu vittoria piena, compiuta, gloriosa, e checch altri abbia novellato, tutta dell'armi volontarie, tutta garibaldina; fu una delle pi grosse battaglie che l'armi italiane abbiano combattuto. Ora l'esercito regio era vinto, ricacciato di l dal Volturno con l'animo rotto, perduto.
Tuttavia bisognava tenerlo in rispetto, e cos cominci l'assedio di Capua! Non era cosa da Garibaldi star a tracciar parallele, scavar trincee, piantar delle batterie dinnanzi a una citt fortificata con entro un popolo di vecchi, di donne, di bambini a patire. Pur bisognava star l, aspettando che la fortezza si rendesse da s. E furono giorni lunghi fastidiosi, crudeli. E gi tra i volontari si facevano dei discorsi cupi. Perch verr qui l'esercito del Re vittorioso nelle Marche e nell'Umbria? Verr da amico o da soverchiatore? Bisogna pur dire la verit: entrava negli animi una grande malinconia. Solo Garibaldi rasserenava tutti, quando si faceva vedere. E un giorno si seppe che il colonnello dell'artiglieria sua gli aveva chiesto di lasciargli lanciar su Capua alcune bombe, perch il comandante della fortezza potesse rendersi senza perder l'onore. "Griziotti, no! - si diceva avesse risposto Garibaldi. - Se un fanciullo, una donna, un vecchio, morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei pi pace." E Griziotti: "Ma i nostri giovani si consumano di febbri, i battaglioni si assottigliano, muoiono." E Garibaldi a lui: "Ci siam venuti anche a morire!" - "Giungeranno i Piemontesi, Generale; essi non avranno riguardi, con poche bombe faranno arrender la citt, poi diranno che tutto quello che facemmo finora, senza di loro non avrebbe contato nulla." E Garibaldi: "Lasciate che dicano, non Siam venuti per la gloria." Fu grande? Si cerchi nella storia uno eguale a lui!
E i Piemontesi erano vicini davvero. O perch Piemontesi? Non erano i soldati gi di mezza Italia? Ma! Per antico vizio italico si parlava ancora cos, quasi da tutti. Non per dal Dittatore.
Egli aveva indetto il plebiscito pel 21 ottobre, e quel giorno le due Sicilie votavano la fine dell'antico Reame, e la loro annessione al Regno nuovo di Vittorio Emanuele.
Tre giorni appresso, il Dittatore passava il Volturno a Formicola, con le divisioni di Bixio e di Trr. "Dove ci mena?" dissero i volontari: li menava a incontrare Vittorio che scendeva da Venafro. E il 26 ottobre, presso Teano, su quella terra che vide Silla e Sartorio in guerra feroce, le avanguardie garibaldine aspettarono il Re. Presso a una casa bianca, a un gran bivio dove delle pioppe gi pallide lasciavano cader le foglie morte, c'era il Dittatore tra molte camicie rosse. Ad un tratto si ud la fanfara reale del Piemonte. Tutti a cavallo! Qualcuno ricord poi che, in quel momento un contadino mezzo vestito di pelli si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle sopracciglia, fisso l'occhio forse a leggere l'ora in qualche ombra di rupe lontana. Nota epica anche questa. Erano quasi le otto, ed ecco un rimescolio nel polverone, poi un galoppo e dei comandi e degli evviva: "Viva, Viva, Viva il Re!"
Allora quelli che erano l, videro un gran cosa. Comparve il Re, Garibaldi gli galopp incontro, si diedero la mano: quel Dittatore che senza gloria di antenati aveva nel cuore tutta la forza che il popolo sa di rado rivelare, diede il saluto immortale che grid Vittorio Re d'Italia. Chi mai a Carlo Alberto, quando appena salito al trono plaud al concorso per un libro sui Capitani di ventura, chi gli avrebbe detto che uno condannato a morte in nome suo, come bandito di primo catalogo, sarebbe divenuto l'ultimo e il pi grande e pi puro della scuola d'armi dei Condottieri, e che 26 anni dopo avrebbe proclamato Re d'Italia il suo Vittorio in quei campi? Da quel giorno tutto volse rapidamente al termine. E il 6 novembre, nell'amplissimo viale che si protende dinnanzi alla reggia di Caserta, stavano le divisioni garibaldine gi consapevoli d'esser messe in disparte. Ma era stato detto che il Re voleva passarle in rassegna. Quando sonarono  le trombe i battaglioni si allinearono malcontenti. Apparve una cavalleria. Ah! quello che cavalcava alla testa non era il Re! Era Lui, col cappello all'ungherese calato gi, segno di tempesta. Pass quella cavalleria, giunse fino in fondo al viale, diede di volta, ripass come un turbine, poi spar. E poco appresso quei battaglioni furono condotti a sfilare dinanzi a Lui, piantato sulla gran porta del Palazzo Reale, come un monumento. Sentivano tutti che quella era l'ultima ora del suo comando, e a tutti veniva voglia d'andare a gettarsi ai suoi piedi e gridargli: "Generale, perch non ci conducete tutti a morire? La via di Roma  l, seminatela delle nostre ossa!"
Egli, pallido come forse non era stato visto mai, guardava quei plotoni passare, e s'indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro ad allagargli il cuore.
Cos finivano i canti centrali dell'epopea garibaldina. Quanto a lui, il 7 novembre entrava in Napoli con Vittorio Emanuele, l'8 gli consegnava il plebiscito, e all'alba del 9, su d'un vapore che portava il nome di Washington, suo vero fratello nei secoli, solo con quattro amici tornava a Caprera, quasi ancora con indosso gli stessi panni che aveva a Marsala.
"E non ne fosse uscito mai pi!" dissero coloro che non avendolo capito mai, non lo capirono  due anni di poi, quando cadde in Aspromonte confermando col suo sangue la legge di Roma. Per quelli stessi tacquero, quando nella guerra del Sessantasei non poterono disconoscerlo, almeno pel suo sublime "Obbedisco!" Ma tornarono ad imprecarlo quando fece Mentana. Altri, quando udirono ch'egli vinceva per tre giorni di seguito a Digione, credettero di elevarsi molto, dicendo che certo i Prussiani non s'erano degnati di combattere seriamente contro di lui. Anche questo fu detto. Ma fece ammenda per tutti il general Cialdini. Parlando di lui co' suoi pari, disse da onesto e prode come era: "Nessuno di noi gli arriva al ginocchio." Diceva il vero. Ma ancora pi che gran capitano Garibaldi fu Uomo nuovo. Per ora non si sa ancora riconoscerlo. Fu scritto che come in geologia si stenta a liberarsi dal concetto che tutta la storia del nostro globo sia una successione di catastrofi per lotte terribili tra le forze del Caos, cos nella vita dell'umanit non sappiamo liberarci dall'ammirare i violenti trionfatori, perch moralmente siamo ancora assai deboli. Ma quando l'umanit, sar pi consapevole di s, e forte e capace di libert e di giustizia, il tipo dell'Uomo sar riconosciuto in lui. Non se ne favolegger, come non si favoleggi guari di Colombo: ma ad ogni forma nuova di bene che si verr trovando ed attuando, il giudizio delle genti riconoscer che Garibaldi quella forma l'aveva  gi in s. Allora si capir come ei dall'azione passasse alla solitudine, perch costumi, leggi, tutto doveva parergli troppo disforme dalla vita come ei la sentiva. Ma la solitudine su d'uno scoglio, dove nessun uomo avrebbe saputo durare senza morir di tedio, egli la popolava con l'ingegno del suo gran cuore, facendosi di quell'umile punta un mondo infinito come l'anima sua.




LA LIRICA. 
CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI.

Dunque io vi parler nuovamente di poesie e di poeti, o amabili Signore, perch cos piacque al Comitato che stabil il tema, e che mi diede anche il molto onorevole incarico di principiare la serie delle conferenze quest'anno; di queste conferenze cos fortunate e, diciamo pure, anche cos invidiate, soprattutto perch ebbero sempre il vostro concorso e la benevolenza vostra.
La conferenza mia di quest'anno sar una continuazione di quella dell'anno scorso; ma i tempi sono molto mutati e non in meglio per noi. Cercai l'anno scorso di tratteggiarvi il gran quadro degli avvenimenti di quella singolarissima epoca. Idee nuove, uomini nuovi, avvenimenti strani, insperati: e sopra tutto questo una meravigliosa esaltazione nelle menti, un entusiasmo gaudioso e virtuoso nei cuori. Tanto che se ci avessero soccorso il senno e la concordia, era proprio da sperare che l'Italia ne uscisse con qualche felice risultato. Invece  il senno e la concordia difettarono. Molti rettili, io vi diceva, strisciarono in mezzo a tutti quei fiori, molte ombre si mescolarono a quella luce; ed avemmo la catastrofe, la grande catastrofe, nobilitata dal valore italiano sotto gli spalti di Novara, sulle mura di Roma e a Venezia. Il detto di Massimo d'Azeglio: "credevamo di essere uomini ed eravamo invece dei fanciulli" riassume, e riassume purtroppo psicologicamente e storicamente tutta quell'epoca.
Bisognava cambiare strada, bisognava mutare i metodi e la mta. Era stato dunque un bel sogno la confederazione dei Principi italiani col Pontefice alla testa, e bisognava metterlo in disparte. Era stato un bel sogno la repubblica unitaria di Mazzini colla Costituente e non ci si poteva pi pensare. S'imponeva insomma una nuova orientazione, la quale doveva avere per principio e per obbietto un regno italiano fortemente costituito e fedele alla libert. Aveva dato gi all'Italia l'esempio di lodevole coraggio nell'anticipare questa nuova orientazione Marco Minghetti, quando, d'improvviso, lasciava le anticamere del Papa, ove si cospirava contro l'Italia, per andare sotto le tende di Carlo Alberto ove si combatteva e si moriva per l'Italia. Aveva gi dato esempio simile Terenzio Mamiani, quando, nella rovina di tutto e di tutti, aveva detto che ormai non restava patriotti altro partito  da prendere che stringersi intorno alla Dinastia di Savoia ed attingere da essa gli auspicii e la forza dell'avvenire; Vincenzo Gioberti che aveva a Parigi abbandonata la sua utopia del Primato (di cui credo che fosse gi guarito da un pezzo) e poneva il vigorosissimo intelletto alla formazione di un nuovo libro nel quale si studiavano i criterii ed i mezzi per un positivo rinnovamento italiano; Daniele Manin si era ormai mostrato persuaso che la sua repubblica veneta non era che un glorioso anacronismo evocato invano dalla illusione storica e dal sentimento generoso di tanti italiani, che per Venezia avevano dato l'anima e il sangue. Lo stesso Mazzini, pur non declinando dai suoi ideali dogmatici, si manteneva repubblicano, ma attestava e mostrava che soprattutto egli era unitario e che quando si mirasse veramente, efficacemente all'unit, non solo egli non poneva ostacolo, ma fino ad un certo punto sarebbe stato disposto a secondarla.
Letterariamente e poeticamente, o Signore, il periodo che corre dal 1849 al 1859 non  un gran periodo nel suo insieme; anzi si presenta come un periodo mediocre. Non vi sono grandi lampeggiamenti, non vi sono poderose affermazioni d'ingegno artistico; vi  qualche cosa pi di abbozzato che di compiuto in esso. Io lo chiamai altra volta un periodo "bigio" per le nostre lettere, un periodo ove le tinte, i colori non sono bene spiccati  e decisi, ove bisogna raccogliere, classificare i fatti, apprezzandoli soprattutto come sintomo, piuttosto che come preparazione dell'avvenire. La ragione di tutto questo parmi che vedesse molto bene Cesare Correnti in alcune sue pagine notevoli nelle quali campeggia questo ragionamento: la poesia s'imperna nel criterio della vita; e quando il criterio della vita  incerto e ondeggiante, la poesia non pu dare grandi affermazioni. Il romanticismo, una gran forza espansiva, comunque si voglia esteticamente giudicarla, che aveva dominato tutta la prima met del secolo, aveva raggiunto il suo apice e gi accennava a declinare, come un movimento nel quale cominci a mostrarsi esaurita la forza iniziale, da cui era derivato. Anche la morte si era mescolata nella faccenda, ed aveva fatto la sua parte. Era morto Giuseppe Giusti portando anzi tempo nel sepolcro una meravigliosa attitudine di poesia, che si era cos bene esplicata nella satira civile, e che aveva mostrato anche altre potenze di poeta lirico e di critico, le quali nella pienezza dell'et forse si sarebbero pi efficacemente manifestate. Erano morti Silvio Pellico e Giovanni Berchet tramontati alquanto nella popolarit, ma dei quali duravano sempre gli scritti patriottici nel cuore e nell'anima popolare, e che dovevano essere rinfrescati e resi novamente di una dolorosa attualit per le frequenze dei nuovi e tristi esigli, per le nuove sventure  cos somiglianti a quelle che avevano colpito l'Italia dal ventuno al quarantasei. Era morto anche a Bologna il buon Giovanni Marchetti, di cui disse Luigi Carrer che aveva saputo strappare il segreto della soavit degli accenti alla lira di Francesco Petrarca e, ad essa aveva saputo disposare accenti di nobile patriotismo.
Alessandro Manzoni che si era taciuto da tanto tempo, a un tratto si faceva vivo e riempiva delle sue idee tutto il mondo letterario italiano colle questioni della lingua nazionale.  una questione molto seria, o Signore: In che lingua debbono parlare gl'Italiani, parlare soprattutto e scrivere?
Dopo sei secoli di civilt e di letteratura nazionale, il pi grande e il pi autorevole ingegno degli Italiani veniva fuori a mettere in dubbio nientemeno che lo strumento del nostro pensiero! E Carlo Tenca, che dal suo Crepuscolo vigilava tutte le forme e tutti i movimenti del pensiero italiano covando, per cos dire, tutte le faville che rimanevano ancora della nostra vitalit politica, grandemente s'impensieriva di questa questione sollevata dal pi autorevole degli scrittori. Anche i poeti dunque, e gli scrittori, avevano una nuova ragione di aspettazione, d'incertezza e di titubanza. Si doveva attingere, come voleva Vincenzo Monti, dalla nostra lingua scritta e vivente, da tutta la collaborazione dei popoli italici e da tutti  i valenti nostri scrittori, come pare che fosse anche il pensiero di Dante Alighieri, padre della nostra letteratura? oppure si doveva, come voleva il buon Cesari, immobilizzare tutta la nostra lingua negli esempi del Trecento? oppure, come veniva avanti ad affermare il Manzoni, era necessario costituire una specie di sede vivente in cui la lingua facesse sempre la sua prova vitale, e che potesse servire di modello perenne e di guida a tutti e di soluzione nei dubbi che potessero insorgere?... Vi ripeto, tutto questo non doveva contribuire a dare delle forme energicamente direttive per la espressione dell'ingegno artistico e poetico negl'italiani; e non  da stupire che tutti i poeti di questo periodo ne risentissero un influsso di incertezza e di titubanza. Uno fra loro, pi sincero degli altri, lo confess apertamente. Paolo Gazzoletti scriveva: "Le mie poesie furono dettate, come  facile accorgersi, sotto l'influenza di studi, di scuole e di gusti diversi. Bruciai nel mio camino qualche granello d'incenso a tutte le forme, ed anche ai traviamenti delle forme." - Poi soggiungeva: - "Ad ogni modo, per noi poeti, anzi per noi italiani il cantare  una fatalit e dallo stesso dolore e dalle stesse miserie nostre abbiamo, per disacerbarle, eccitamento al canto." E concludeva un suo sonetto con questo verso: " vocale il dolor de la mia terra!"

Anche troppo vocale, dico io; e se vi fu tempo in cui spesseggiassero i poeti mediocri e minimi, fu appunto questo decennio.
E simile lamento muoveva anche Ippolito Nievo il quale faceva le prime armi e dava la prima promessa del suo ingegno bellissimo, che sarebbe stato destinato a successi trionfali se una tragica morte non lo avesse clto nel pieno vigore dell'ingegno e dell'et. D'altra parte abbiamo dei poeti minori, non privi certo di pregio, che si compiacevano a seguire l'indirizzo manzoniano in tutto ci che aveva di pi mite, di pi mansueto, di pi casalingo. Citer solo Giulio Carcano di Milano, Emilio Frullani di Firenze. Aggiungasi, in generale, una grande irregolarit e licenza nei ritmi, e una grande povert delle rime. Una delle necessit pi vivamente sentita da chi abbia acuto e squisito il senso dell'arte,  quella di dare delle forme nettamente plastiche e precise ed euritmiche al componimento poetico. Invece in questo tempo si direbbe che dalla grande autorit del Leopardi si preferisce di dedurre soprattutto e quasi esclusivamente la libert indeterminata della strofa; libert indeterminata che fomentava, aiutava una grande verbosit, nemica mortale della efficacia scultoria. Quanto alle rime esse si andavano sempre pi impoverendo; e non aveva torto un critico quando diceva che aprendo i libri di poesia di quel tempo (e sono  tanti da formare delle enormi cataste), che esaminando certe collezioni allora famose, per esempio l'"Ape romantica" di Venezia, e le innumerevoli Strenne di Napoli in cui tutta l'attivit partenopea pareva che si concentrasse, diceva che con poco pi di cento parole si sarebbe potuto determinare il rimario della poesia italiana!.... E questo, o Signore, che sembra un particolare secondario,  invece un segno grandissimo; perch non vi  grande poesia senza una tecnica eletta insieme e ricca e rigorosa; e quando tanto nel movimento della strofa quanto nella scelta delle rime  o irregolarit e licenza indeterminata o povert, potete star certe che anche il pensiero rimarr in difetto, tutto il nisus della forma poetica sar in decadenza. E ne avete la riprova in questo: che noi abbiamo avuto un vero e proprio risorgimento nella poesia italiana solo quando son ritornate in onore le strofe severamente corrette ed euritmicamente rispondenti alle loro parti, e quando  ritornata in onore la scelta della rima ricca, eletta.
Ma non  tutta verbosit vuota, non  tutta divagazione sentimentale la poesia italiana di questo tempo. Vi  qualche cosa di "meditabondo" nella nostra cultura. Anche nel campo del pensiero, e solamente nel campo del pensiero, perch ormai l'azione era interdetta dalla servit politica, si sente il bisogno di raccogliersi e pensare seriamente.  Alcune discipline si avvantaggiano; lo studio della lingua non  pi ridotto a semplice scelta di frasi; si comincia a sentire la profonda vacuit della scuola del Cesari buona come antidoto, come egli lo chiamava, contro l'invadente francesismo del primo quarto di secolo in Italia, ma per s stessa insufficente al grande ufficio della lingua intesa come strumento del pensiero e come rispecchiamento dell'anima della Nazione. Dallo studio formale e superficiale della lingua si passava a un tentativo sempre pi spiccato di penetrare a fondo nell'indole, nella filosofia del linguaggio; e a Firenze, a Torino, a Milano e altrove si cominciano a costituire delle scuole filologiche che pongono nel nostro terreno ottimi germi, i quali col tempo poi copiosamente frutteranno. Il fenomeno passa dalla filologia nella poesia vera e propria, e si comincia a tentare un pi stretto connubio, una pi efficace intimit tra la poesia pura forma e la sostanza del pensiero; tra il sentimento, nella sua vaghezza indeterminata, e certi fini ben determinati e prefissi e certi alti ideali a cui l'arte doveva servire. La vanit della formula "l'arte per l'arte" va cadendo sempre pi in discredito. Fu accolto con molto applauso, se non molto letto, un poema di Lorenzo Costa genovese, abilissimo fabbro di versi, il quale con degli sciolti veramente mirabili si era prefisso ed aveva in gran parte raggiunto l'intento di celebrare le pi meravigliose scoperte dell'ingegno umano nelle industrie, e nella meccanica. Altri poeti avevano seguito questo impulso. Dir anzi, che si pu considerarlo come una preoccupazione dominante allora negl'ingegni nostri. L'Aleardi, per esempio, vuole compensare pi che pu una certa vacuit che  nei suoi canti fantasiosi e sentimentali, e ricorre alla geologia e ricorre alla botanica. Si direbbe che gi egli si prepari fin d'allora per il disperato cimento al quale si lasci andare pochi anni dopo, di celebrare in versi il sistema economico di Federigo Bastiat. Ebbe in questo un infelice compagno nel Martinelli bolognese, che volle con dei Sermoni dedicati a Marco Minghetti niente meno che dar forma poetica a tutti i teoremi della economia classica inglese. Anche Giacomo Zanella nel seminario di Vicenza sta maturando il suo ingegno e si prepara a dare egli pure un contributo assai notevole a questo tentativo di connubio fra la poesia e la scienza: si prepara ad essere il futuro autore della Conchiglia fossile e del memorabile dialogo teologico-astronomico tra Galileo e Giovanni Milton; si prepara ad essere, come disse con frase veridica Giosu Carducci, il castigato, forbito ed eloquente cantore dell'industria e delle solennit del tecnicismo.
Ma anche lo Zanella poco lustro doveva dare a questo decennio, perch la sua fama doveva fiorire dipoi. Egli era destinato ad essere il poeta prediletto del decennio che segu; doveva essere in esso il poeta favorito delle gentili dame, degli ingegni eleganti e soprattutto degli spiriti temperati che vagheggiavano di comporre in armonie superiori, degli elementi fra loro cozzanti, e che non disperavano di queste armonie e si compiacevano di trovare nel prete liberale di Vicenza un degno e notevole aiuto di poesia e di arte.
Insomma, quando voi avete bene scrutato l'orizzonte e investigato da ogni parte, voi dovrete venire a questa conclusione: che il decennio italiano che corre dal Quarantanove al Cinquantanove, non ha che due poeti veramente notevoli: il Prati e l'Aleardi. Lascio da parte Niccol Tommaseo, il quale meriterebbe uno studio a s per la grande intensit e arditezza del suo ingegno poetico, ed  invece cos poco noto e cos mediocremente apprezzato. Lo lascio da parte, perch anche egli diede i migliori frutti come poeta nell'epoca precedente, e perch egli si occup soprattutto di studi filosofici e religiosi.
Aleardo Aleardi dunque e Giovanni Prati sono i due poeti che signoreggiano l'epoca, e quasi vi regnano in solitudine.
Io ebbi la fortuna di conoscerli ambidue. Erano due tipi disparatissimi.


***

Giovanni Prati nel decennio di cui parliamo seguitava la sua strada; godeva della sua fama, e cercava di aumentarla con opere notevoli. Sempre uguale a s stesso: vagabondo, strano, irregolare; aveva amato la natura e l'Italia, e il suo amore per quest'ultima aveva sempre nobilmente e francamente manifestato, ma accompagnava poi questa sua nobilt di condotta poetica con molte stranezze nella vita; ed ebbe per l'una e per le altre molti dolori e molte tristi vicende. In questi dieci anni egli dalla Toscana, dove aveva un cos acerbo persecutore in Francesco Domenico Guerrazzi, si era rifugiato a Torino e l, all'ombra della Croce Sabauda, a cui aveva rivolto l'occhio confidente anche quando altri faceva le viste di non accorgersene, ben visto a Corte, seguitava a poetare, perch il poetare, per Giovanni Prati era non una dilettazione istintiva, non un'operazione intermittente, era come un abito inscindibile dalla sua natura, e di continuo componeva versi, e, quel che  anche pi strano, nessuno lo aveva mai visto comporre versi a tavolino. Andava errando come aveva fatto sempre, e lo vedevano pei Portici di Po brontolando seco stesso i suoi endecasillabi o i suoi settenari, sempre con in bocca un sigaro, che spesso gli si spengeva; allora chiedeva fuoco al primo che incontrava, e riacceso il mozzicone continuava a mormorare dei versi. Pi di una volta fu preso per un pazzo.
In questo decennio Giovanni Prati ha composto su per gi due volumi di versi, nei quali si nota uno spiccato e opposto carattere d'arte. Nei poemi  sempre il bizzarro ingegno romantico di Edmenegarda e delle Ballate: come prima, vagheggia il fantastico, lo strano, l'avventuroso. Nella forma non si corregge o peggiora. Infatti, leggendo a Torino il suo poema Ridolfo fece accapponare la pelle al buon Terenzio Mamiani per delle forme veramente strane e eteroclite. Un lavoro di miglior avvenire si ha nella Battaglia Imera o Jerone, una specie di visione antica che lampeggia alla mente del poeta e che pare il preludio di quella mirabile castigatezza di gusto che egli qualche anno dopo doveva conquistare per dono felicissimo della sua natura, e che lo metteva in grado di comporre i due Sogni, di tradurre non indegnamente Virgilio e di pensare a verseggiare quel Canto ad Igea che par davvero un frammento di serena poesia antica. Il secondo volume ci d invece un Prati fortemente compreso della missione civile e politica del poeta italiano: e tutti i grandi argomenti che occupano la vita italiana, che accennano ai dolori del presente e alle speranze dell'avvenire, tutti si rispecchiano fervidamente in quelle sue liriche alate, che anche oggi non si possono leggere senza commozione. L'anno scorso, o Signore, vi ho citato alcuni passi della superba Trenodia in cui, celebrando il ritorno da Oporto delle ceneri di Re Carlo Alberto, egli volle evocare tutto il sogno poetico della federazione italiana del Quarantotto, gettando un ultimo grido di supplicazione ai principi della penisola. Indi egli si volse da quella parte, ove solo le speranze parevano attendibili, voglio dire alla spada, al senno e alla lealt di Re Vittorio. Ora sentite con che accenti egli ricorda i giovinetti toscani eroicamente caduti a Curtatone:

Quando la fredda luna
Sul largo Adige pende,
E i lor defunti l'itale
Madri sognando van;
Un coruscar di sciabole,
Un biancheggiar di tende,
Un moto di fantasimi
Copre il funereo pian.
E via per l'aria bruna
Sorge un clamor di festa:
"L'ugne su voi passarono
De' barbari corsier;
Viva la bella Italia!
Orniam di fior la testa;
O vincitori o martiri
Bello  per lei cader.
E chi, evitato il nero
Tartaro, ancor respira,
Abbia in retaggio il funebre
Pensier di chi mor,

Seme di sangue provoca
Messe di brandi e d'ira;
Fatevi adulti, o pargoli
Per vendicarci un d!"
Il guardan straniero
Dall'ardue rcche ascolta.
E le canzoni insolite
Lo stringono di gel;
E il pian mirando e il torbido
Stuol degli spettri in volta,
Pensa le patrie roveri
E il nordico suo ciel.
E sclama anch'ei: "Di meste
Larve simili  piena
Pur la mia tenda ungarica
O il mio boemo suol,
E a me, che schiavo indocile
Veglio l'altrui catena,
Pace l'avara tenebra
Nega e letizia il Sol.
Oh, falco, che da queste
Turrite rupi inarchi
L'ale alla fuga, intendere
Potessi il mio desir!
Ma se per tanto d'are
Sino al mio ciel tu varchi,
Di' a' figli miei che abborrano
In servit perir!"
Cos con varii modi
Canta chi vinse e giacque,
Ma in un medesmo palpito
Arde il medesmo ver,
Mentre la luna naviga
Sovra il cristal dell'acqua
E gi nel pian si sperdono
Gli spettri dei guerrier....


Quando Giosu Carducci dett quelle sue malinconiche e bellissime strofe per l'anniversario dei morti di Mentana, si ricord egli di questo componimento del Prati. V'ha somiglianza di metro, di rime, e perfino ricorrenza di certe frasi e di certe immagini. Nell'una e nell'altra, i morti parlano pietosamente alla patria; e un senso di paura passa negli avversari. Con una audacia veramente lirica, il Prati affront in questo decennio tutti i pi scabrosi argomenti che toccavano alla vita italiana. Luigi Napoleone di Presidente della Repubblica si fa a un tratto Imperatore; e Giovanni Prati gli volge un'ode che a quei giorni and famosa in Italia e oltre l'Italia, in cui apostrofa vivamente, quasi assale di interrogazioni e di problemi imperiosi il nuovo Sire incoronato di Francia.

Hai vinto. Or ben. Qual premio
Dalla vittoria attendi?
Sali. E l'antica porpora
Di Clodoveo ti prendi.
Ma la fortuna, o Principe,
Ha giuochi infami. E bada....

Qui incominciano i consigli, le ingiunzioni, le minacce:

Se col vorace e barbaro
Settentron t'annodi,
Perduto sei. La gloria
Ti mancher dei prodi....


 tutto un programma di politica in versi piani e sdruccioli; e letto oggi a tanta distanza dagli eventi, l'effetto non  sempre serio; ma anche oggi la lirica del Prati ci commuove quando, verso la fine, parla al Bonaparte d'Italia:

Sol, pei materni visceri,
Ti prego a giunte mani,
Non obliar, nel turbine
Del tuo fatal dimani,
Questa obliata Italia
Dal sorger tuo; quest'Eva,
Che a te le braccia leva
Consunte di dolor.
Mille de' suoi, che dormono
L tra le scizie nevi,
Per Chi tu sai, fantasimi
Tetri, placar tu devi,
Pensa alla madre; al cenere
Dell'Alighier. Nefando
Di Bonaparte  il brando,
S'egli altri numi ha in cor.

Le esortazioni e i vaticinii del Poeta, dovevano attingere valore dal tempo; ed ora noi li congiungiamo ai ricordi del colloquio di Plombires, di Magenta e Solferino.

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Aleardo Aleardi ebbe anch'esso anima vera di poeta; ma ebbe indole diversa. Anche al fisico, quantunque tutt'e due fossero belli uomini, al  portamento i due molto si diversificavano. Aleardo Aleardi composto, dignitoso, contegnoso. Con la sua bella chioma spartita sulla fronte e con la pettinatura impeccabile mi faceva pensare a un verso di Gaspare Gozzi, ove descrive i capelli dei damerini del suo tempo. Aveva il parlare sentenzioso, la frase rotonda, e volentieri batteva il pugno quando voleva asserire qualcosa di solenne. Aleardo Aleardi fu troppo lodato, e fu sventura per lui. Io mi ricordo che un critico, poco dopo il '60, metteva nientemeno che il nome di Aleardo Aleardi vicino a quello di Dante Alighieri; e io provai una profonda piet per Aleardo Aleardi. Infatti egli dovette scontar poi, con un rapido rovescio della fortuna della sua fama e quasi con l'oblio, l'eccesso delle lodi prodigategli dai compiacenti contemporanei.
L'Aleardi lasci scritto di s che da ragazzo aveva provato una grande inclinazione per la pittura, e specialmente pel paesaggio; ma gli era stata cos severamente interdetta e combattuta dal padre, che dovette abbandonarla. Questa sua inclinazione alla pittura di paese si riflette qua e l nei suoi componimenti in modo manifesto:

Ogni eminenza dopo la procella
Versa per cento conche
In curve e fuggitive
Cascatelle il soverchio de la piova:
Suonano le spelonche
A la cadenza di frequenti stille:

Brilla l'immenso verde,
E tutta di vaganti iridi piena
 la silvestre scena.

L'Aleardi ci d molti di questi quadretti: veri paesaggi di poeta, ove si uniscono e s'armonizzano le voci e i colori in un tutto animato e vivente. E non mancano i paesaggi a grandi linee, entro le quali s'inquadrano dei drammi di piet umana e tragici ricordi di storie e di leggende. Udite questo pezzo del carme Il Monte Circello, composto, si noti, nel 1845.

Vedi l quella valle interminata
Che lungo la toscana onda si piega,
Quasi tappeto di smeraldi adorno,
Che de le molli deit marine
L'orme attenda odorosa? Essa  di venti
Oblate cittadi il cimitero;
 la palude, che dal Ponto ha nome.
S placida s'allunga e da s dense
Famiglie di vivaci erbe sorrisa,
Che ti pare una Tempe, a cui sol manchi
Il venturoso abitatore. E pure
Tra i solchi rei de la Saturnia terra
Cresce perenne una virt funesta
Che si chiama la Morte. - Allor che ne le
Meste per tanta luce ore d'estate
Il sole incombe assiduamente ai campi,
Traggono a mille qui, come la dura
Fame ne li consiglia, i mietitori:
Ed han figure di color che vanno
Dolorosi all'esiglio; e gi le brune
Pupille il velenato are contrista,

Qui non la nota d'amoroso augello
Quell'anime consola, e non allegra
Niuna canzone dei natali Abruzzi
Le patetiche bande. Taciturni
Falcian le mssi di signori ignoti;
E quando la sudata opra  compita
Riedono taciturni; e sol talora
La passone dei ritorni addoppia
Col domestico suon la cornamusa....

Vi consiglio anche di leggere nelle Prime storie la descrizione del Diluvio universale, nella quale l'Aleardi ha saputo unire alla evidenza del quadro alcuni tocchi di fantasia che ne accrescono il mistico terrore.

***

I difetti della poesia di Aleardo Aleardi io non mi propongo qui di numerare e di analizzare partitamente. Vi dir solo che dalla lettura dei suoi versi io ho ritratto il convincimento che in lui non fosse profonda la coltura letteraria e sufficiente la preparazione per dare sempre alla forma poetica quella sicura e precisa finitezza che le procaccia il duraturo suffragio degli uomini di buon gusto. Egli  spesso morbido, vago, indeterminato: il suo tocco, troppe volte non  sicuro e non coglie nel segno voluto; e allora cerca una simulazione di precisione in qualche immagine che non  sempre di buon gusto. Circa la novit, vuol  differenziarsi dagli altri, e principalmente da Giovanni Prati, di cui sente la rivalit perigliosa; ma la novit cercata  tante volte a spese del buon gusto. Le sue immagini sono talvolta troppo cercate e sconfinano nel barocco; come quando vi dice che una campana suona per la valle "limosinando carit di preci," proprio come un frate o un mendicante qualunque! Oppure quando, compiacendosi, al solito, della sua botanica, vi dice che sul ciglio di un burrone, dei ranuncoli, delle passiflore e non so quali altri fiori, stanno brontolando fra loro parole di congiura contro la vita degli uomini!... Soprattutto io credo che la poesia di Aleardo Aleardi fosse malata di un femminismo estetico. Io non so trovare altro nome; ma un fatto, pur troppo, vi corrisponde. Vi sono troppe Marie in quei suoi componimenti!  venuto l'Epistolario, che ha messo in evidenza anche troppo, la soverchia, la stemperata amativit di lui. Io credo che se l'amore della donna  un prezioso coefficente per la poesia, e per l'arte, quando le donne sono troppe nella vita di un poeta, lo guastano.
La morbidezza dell'Aleardi voi la riscontrate subito nel suo modo di epitetare. Egli pone, i suoi epiteti, con s frequente larghezza, che spesso  costretto a sostantivarne uno, perch faccia da puntello agli altri; e ne esce qualche cosa di forzato e di equivoco. Per esempio, egli chiamer un Re in esilio "limosinante indomito e sdegnoso," oppure dir i principi italiani spodestati "pallidi coronati impenitenti." Quale tra questi epiteti fa da sostantivo? Quando apostrofa le sue donne si serve ancora degli epiteti raddoppiati "povera grande, povera bella, bella superba!" e via discorrendo. Vi parranno minutaglie, o Signore, ma sono questi abiti artifiziosi che indicano, come certe piccole macchie sulla pelle, la tabe che invade tutto quanto nelle sue intime parti lo stile del poeta.
E questo artificio si manifesta massimamente nelle personificazioni. In esse Aleardo Aleardi , permettetemi la frase, femmineo fino alla puerilit. La patria, l'Italia, la Musa; quale, tra i poeti, non ha invocato la Musa e l'Italia? E la invoca pure Aleardo Aleardi, anche troppo di frequente; ma queste grandi astrazioni, queste luminose entit che devono sovrastare alla mente, allo spirito del vate, e da cui egli deve attingere come dall'alto la luce, nello spirito aleardiano sovente si abbassano, si abbassano, e par che vadano a sedersi vicino a lui, accanto al suo letto, accanto al suo tavolino di studio. L'Italia non  pi la grande e cara madre;  la sorella, , direste quasi, un'amante: "Sorella mia, vieni, pigliati in mano il sapiente legno del Nazareno, mettiti in ginocchio sulla strada, e domandiamo la carit a quelli che passano!" Similmente, la Musa  per l'Aleardi non  la Dea a cui da Omero in poi si sono rivolti tutti i poeti! Egli la tratta alle volte come una segretaria, alle volte, non vorrei offenderla, mi ha l'aria di una sua cameriera!... Il pi delle volte la chiama "sorella" ed ha per lei delle apostrofi varie; ora complimenti, ora carezze e baci, ora corrucci e poi rappaciamenti. Antropomorfismo morbido, disdicevole, e antipatico. Una volta il poeta si lamenta di essere abbandonato da tutti i suoi vecchi amici, e si rivolge alla Musa, e le dice: "Anche tu mi hai abbandonato, mi tradisci. Ah non a questo educato io ti avea!" Come vedete, qui le parti si invertono; non  la Musa che inspira, come da Omero in poi;  il poeta che inspira la Musa. Invertimento lezioso, che pot forse piacere come una novit, ma che adesso viene a noia.
Per, quando abbiamo detto tutto questo, o Signore, noi non possiamo chiudere gli occhi ai veri meriti del poeta. Commetteremmo una grande ingiustizia. Io, che cos vi ho parlato, mi compiaccio di avere assistito commosso alla inaugurazione del monumento che i veronesi per gratitudine inalzarono ad Aleardo Aleardi. Egli ebbe una forte e schietta anima di poeta, e fece della poesia un uso generoso. Troppo femminismo in lui, lo abbiamo gi detto, ma a lui anche non si pu negare il merito insigne di aver forse pi d'ogni altro poeta unito l'amore della cara donna e l'amore della  cara patria. Egli si studi con nobilissimo intendimento di fondere insieme questi due sentimenti, e quando narra nel "Triste dramma" la storia del povero condannato dall'Austria che, appena giunto alla carcere, segna nelle pareti il profilo della donna amata, e in quel profilo si compiace di vedere la immagine della donna amata e la immagine d'Italia "che Dio fece insieme cos belle e colpevoli," noi, anche attraverso il suo cicisbeismo fantastico, non possiamo fare a meno di cogliere e sentire una idea generosa. Il poeta veronese immagin la donna come mediatrice tra l'uomo e il Creatore, e ministra amabile e forte della volont umana nell'adempimento dei pi grandi ideali. E quando nel "Canto politico", uno dei suoi pi infelici canti, di una lunghezza interminabile, fa salire lo spirito di una donna fino al trono di Dio a invocare piet per la patria italiana in nome di tutto ci che vi ha di bello, di nobile, di gentile nella umana natura, noi non possiamo difendere l'animo nostro da un senso di compiacenza e di ammirazione. Leggendo le liriche dell'Aleardi, anche le meno fortunate e le meno riuscite, il nostro pensiero corre spontaneo a quelle nobili gentildonne veneziane e lombarde, che tanto contribuirono a mantenere in Italia viva la fiaccola del patriottismo, e che ai campioni della libert, e dell'unit della patria non furono larghe solamente di sorrisi, ma di santi consigli; non seppero solamente amarli ma confortarli pietose e inspirarli magnanimi, facendosi ad essi compagne nei duri cimenti e nelle pene!
Sarebbe anche ingiustizia dimenticare che l'Aleardi si elev ad altissime concezioni di patriottismo allargandole oltre i confini della sua patria, come quando in nobilissimi versi celebr e compianse l'eroismo della Nazione polacca, ricordando le sue benemerenze verso "questa Europa ingenerosa" che la abbandonava alla tirannia moscovita.

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E ora voi mi domanderete: si riducono solo all'Aleardi e al Prati i poeti insigni del periodo che voi avete l'assunto di illustrare? Essi sono certo i due pi insigni. Ho accennato ad altri, e volentieri mi metterei a mostrare i loro meriti, se mi fosse consentito dal limite dato al mio discorso. Vi basti, o Signore, che io abbia accennato qua e l ad alcuni di essi. Non voglio per tacervi che quando il decennio dal '49 al '59 stava per chiudersi, studiava a Pisa un giovinetto maremmano, che aveva in s e valorosamente ne' suoi propositi una grande poesia, umana e civile per la sua patria.
Ho nominato Giosu Carducci. Egli dissentiva dagli altri; egli studiava profondamente e diversamente da quello che usavasi allora in Italia dai pi; non si contentava della pura forma, ma con la mente tenace e penetrante andava gi nella grande sostanza filologica e linguistica della nazione italiana, e accennava a voler risalire alle pure fonti della tradizione indigete e cavare da essa tutte le forme pi precise e pi plastiche di una nuova poesia. Un giorno egli comparve davanti a degli amici e lesse dei suoi versi, e anche nella scelta degli argomenti egli si diversificava dagli altri, non erano donne innamorate o lamentazioni sentimentali, o salici piangenti, o raggi di luna. Come un antico, come un pagano, di un fiero paganesimo per che non si tuffava nell'epicureismo e non divorziava da nessuna nobilt di ideali umani, egli nel "Libero convito" cantava:

Beviam, se non ci arridono
Le liete muse indarno,
Or che lent'ombra nordica
Cuopre i laureti d'Arno.
A noi, progenie italica,
A noi, sangue del Lazio.
Bacco scintilla e Venere
E l'armonia d'Orazio....

Con questa superba e schietta intonazione il giovane poeta esordiva; e, ripeto, dal suo paganesimo nessuna alta idealit umana e sociale era bandita; e nel fervore del brindisi accennava alle grandi virt civili che l'antichit classica ci raccomandava co' suoi esempi:


Anch'ei Catone intrepido
La tazza al servo chiese
E ripensando a Cesare
Il roman ferro chiese:
E in quel che Bruto vigila
Su le platonie carte,
Cassio tra' lieti cecubi
Gli Idi aspett di Marte.

Cos, o Signore, Giosu Carducci preparava a s stesso un grande avvenire di poeta fino da allora; e accennava che per la poesia italiana ci sarebbero state ancora delle giornate di gloria. Lo chiamavano strano, contorto, oscuro; ma gli uomini di pi fine intelletto e di gusto pi squisito sentivano in lui il maestro di una forma pi eletta nella quale si sarebbero potuti nobilmente rispecchiare le pi nobili tradizioni dell'arte nostra e tutti i grandi ideali della vita. Terenzio Mamiani, letta la sua canzone a Vittorio Emanuele secondo, non solo offriva a Giosu Carducci la cattedra di italiano nell'Universit di Bologna, ma vaticinava in lui il poeta giovane della patria risorta. E voi e noi tutti abbiamo la prova che il vaticinio dell'illustre pesarese non  andato smentito dai fatti, e che la poesia, dopo il Cinquantanove ha continuato a dare alla vita italiana delle ispirazioni e delle consolazioni.




FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI.
 
CONFERENZA DI GIOVANNI MARRADI.

Signore e Signori,

Nell'anno 1827 uscivano in luce, a poca distanza fra loro, I promessi sposi di Alessandro Manzoni e La battaglia di Benevento di Francesco Domenico Guerrazzi.
Il Manzoni aveva 42 anni, il Guerrazzi 22. I promessi sposi erano stati preceduti da una aspettazione grandissima, che nocque al loro immediato successo e che, sulle prime, li fece quasi parere una delusione agli ammiratori del grande poeta. La battaglia di Benevento, invece, non era stata precorsa da altro rumore che da quello dei formidabili fischi, onde gi i Livornesi avevano accolta la rappresentazione d'un dramma del loro giovine concittadino; ma il romanzo trionf e sbigott con quella sua forza selvaggia e feroce, la quale, pi che rivincita d'autore fischiato, sembr vendetta di lioncello inasprito.

E il romanzo guerrazziano, di cui si moltiplicarono subito le edizioni, fu contrapposto al romanzo manzoniano, come capolavoro si contrappone a capolavoro. E il Manzoni e il Guerrazzi furon considerati da molti come capi di due scuole e tendenze diversissime e opposte, ma ugualmente geniali e benefiche all'arte e alla patria: sopra tutto alla patria, che era allora, occulta o palese, la fiamma animatrice e la ragione suprema dell'arte.
Oggi I promessi sposi tengon di pieno diritto il primissimo posto nella letteratura italiana di tutto il gran secolo che tramonta, e La battaglia di Benevento non si legge ormai pi, come non si legge pi forse alcun libro di questo

..... re della terribil prosa
Ruggita in faccia ai prepotenti e ai vili.

A poterci rendere qualche ragione di un cos rapido cambiamento avvenuto nei gusti del pubblico, riguardiamo un po' pi da vicino quest'uomo e questo scrittore che ebbe fama di grande, e riguardiamolo specialmente nella sua opera letteraria, che esercit su i contemporanei tanta potenza.
Della vita politica del Guerrazzi non  forse venuto ancora il momento di poter giudicare con illuminata imparzialit, senz'amore e senz'odio; e se pure ne fosse il momento,

Me degno a ci n io n altri il crede;


ond'io lascio ad altri, pi competenti di me, il trattar di proposito questa parte dell'argomento, e vengo, senz'altro, al poeta.


 I.
 
Ingegno fortissimo e anima fiera, fantasia ignara di freni e volont sdegnosa di ostacoli: ecco le qualit che sort da natura il Guerrazzi. L'educazione rigida avuta in famiglia e l'istruzione pedantesca ingozzata in iscuola, le molteplici e multiformi letture fatte da lui giovanissimo e i casi della sua vita agitata fin dai prim'anni, finirono poi di foggiarlo quale egli ci appare, co' suoi pregi e co' suoi difetti, in tutta l'opera sua di scrittore e di cittadino. E i pregi furono in lui certamente pi grandi dei grandi difetti, i quali il pi delle volte non erano che una esagerazione delle sue stesse virt. Cos l'orgoglio fierissimo, che parve quasi la Musa inspiratrice d'ogni suo atto e d'ogni suo scritto, fu in lui consapevolezza eccessiva, ma spesso legittima e provocata, del proprio valore; e quella sua stessa ambizione, che parve a molti cos smoderata, non fu che un eccesso di quel nobile amore di gloria che lo infiammava, di quel foscoliano furore di inclite geste che il padre suo ed il suo Plutarco gli avevano acceso nel cuore sin da fanciullo.
Natura eroica, come bene fu detta, era davvero  codesta dell'aspro fanciullo, fatto sempre pi aspro dai rimproveri e dalle percosse che, invece di carezze e di baci, gli dava sua madre. E in quell'eroica natura, in quell'ardente fantasia solitaria, in quell'anima tutta chiusa in s stessa n mai confortata d'alcuna dolcezza domestica,  facile immaginar quali semi dovesse gittare ogni giorno quel padre severo, quel padre taciturno, che parlava soltanto per citare a' figliuoli esemp di Plutarco e sentenze di Dante;  facile giudicar quali germi dovesse andare svolgendo in quell'indole un padre che gli brontolava all'orecchio, parlando di Tacito: "Costui scrisse storia col pugnale; valeva meglio piantarlo nel cuor dei tiranni!"
Questo l'ambiente familiare nel quale cresceva il fanciullo Guerrazzi, e in cui si veniva temprando il carattere che doveva poi stampar tutto l'uomo s fortemente, da renderlo segno d'inestinguibile amore e di odio non anche domato.
Gl'istinti eroici della sua focosa natura, che lo traevano a tutto ci che  solenne ed antico, e l'antiquata accademica disciplina a cui fu sottoposto da' suoi maestri di lettere, ci spiegano in parte il suo stile, cio il carattere dello scrittore.
Il primo di tali maestri, e quello di cui egli serb pi grata memoria, fu il Padre Spotorno, barnabita, rappresentatoci dal Guerrazzi come un Robespierre letterario del 500, che ad ogni ombra  di modernit arricciava il pelo come istrice, e che gl'insegnava la lingua "come s'ingrassano i luci: uno imbuto in gola, e poi gi una ramaiolata di Bembo, di Casa, di Baldassar Castiglione, e via discorrendo". E di siffatti metodi d'insegnamento restarono sempre le tracce evidenti nella forma letteraria che piacque al Guerrazzi e che ebbe s lungo codazzo di imitatori: forma che ha la copiosa ricchezza di lingua e il periodo latineggiante dei cinquecentisti, e qualche volta, come nella Serpicina, l'arcaica semplicit dei trecentisti migliori, ma che di latineggiante e di arcaico sa sempre troppo: forma che si compiace di uno stile magnifico, in cui l'ideale eroico del poeta si drappeggia come in un paludamento o in una clamide; forma artificiosa di un artificio che in lui divent una seconda natura, s che perci, italianissima sempre, pot essere spesso eloquente davvero e mirabile d'impeto e di vigore; ma che, insomma, artificiosa fu molto, ed a noi apparisce oramai come una specie di anacronismo.
Ch se si obiettasse come gli stessi metodi pedanteschi e accademici, comuni allora dal pi al meno a tutte le scuole italiane, non abbian prodotto in altri scrittori moderni, anche anteriori al Guerrazzi, gli effetti e i difetti che produssero in lui, sarebbe ovvio rispondere che le medesime cause operano diversamente su anime e ingegni diversi. E il Guerrazzi, con quella sua anima antica e con quell'ingegno grandissimo ma squilibrato, non che assimilarsi quel primo nutrimento di classiche forme, ne ebbe per tutta la vita una specie di pletora, e byroneggi cruscheggiando.
Ed ecco un altro lineamento caratteristico e definitivo della sua fisonomia di scrittore, la quale, se posso sciupare un verso di Dante,

Da Byron prese l'ultimo sigillo.

e ne rimase improntata per sempre.
Una mente ardita com'era quella, non poteva, per quanto classicheggiante, restare insensibile e chiusa alle novit dei romantici, che tanto contributo di forme pi immaginose e di pi libere idee andavan portando nella moderna letteratura europea. Non per nulla il discepolo dei Barnabiti aveva letto, anzi divorato, Ossian insieme ad Omero, la Radcliffe insieme all'Ariosto, e ne aveva avuta una specie di febbre al cervello. Calmato il fermento di quella febbre, il futuro autore della Battaglia di Benevento dovette sentire con senso pi chiaro quel vivido soffio rinnovatore che il Goethe e lo Schiller, lo Shelley ed il Byron, lo Chateaubriand e la Stal avevano spirato anche di qua dalle Alpi, e che di qua dalle Alpi andava ingrossando in un vento di rivoluzione. E il Guerrazzi conobbe le letterature straniere, e ne deriv nuovi elementi di humour  alla sua natural vena sarcastica, che doveva essere una delle sue forze maggiori cos nella vita come nell'arte, e che fece di lui il pi tagliente motteggiatore d'Italia. Ma quella che invest il giovinetto con soffio pi largo e possente, e non tutto benefico, fu, senza dubbio, la poesia di Lord Byron.
A Pisa, dove il Livornese era andato a studiare Giurisprudenza, vide il poeta famoso, ne lesse i poemi, e ne ebbe come la vertigine dell'abisso. Egli stesso pi tardi, con calde e iperboliche immagini, ci narr nelle sue Memorie lo sbigottimento che gli cagion la rivelazione di quella poesia e di "quell'anima immensa", e confess, se ce ne fosse stato bisogno, che per molti anni non vide pi e non sent pi che a traverso a quella poesia e a quell'anima. - Frutto immediato di tanta impressione furono certe sue ottave A Giorgio Byron, pubblicate una sola volta a Livorno, e dimenticate poi dall'autore. Ma l'influenza byroniana rimase pur troppo in quasi tutta l'opera sua narrativa, e La battaglia di Benevento non fu, si pu dire, che lo scoppio improvviso di quel byronismo satanico, che ormai gli era entrato nel sangue come un veleno. E il Guerrazzi, che gi vi era disposto naturalmente, assorb quel veleno in maniera da averne colorati i fantasmi, i caratteri, le passioni sue e de' suoi personaggi in quel primo romanzo, alterata l'originale spontaneit dell'ingegno privilegiato, e falsata in gran parte la forma di quella sua prosa poetica, di quel suo lirismo convulso, di cui con ragione fu detto, che ha del byroniano e del biblico.
E biblica  anche davvero, specialmente nei romanzi maggiori e pi celebrati, l'intonazione dello stile guerrazziano lussureggiante di immagini, perch spesso il poeta (ed ecco la vera sua gloria!) tutto inteso a risuscitare la vita sopra una terra di morti, si erige profeta di libert; e allora egli sembra Mos precinto di tuoni e di lampi sul Sinai, allora egli sembra Ezechiello che gridi: Sorgete, ossa aride, su dal sepolcro! Perch noi, o Signori, abbiamo troppo dimenticato che l'arte non fu pel Guerrazzi un'estetica dilettazione da offrire agl'ignavi d'Italia, ma squillo di guerra contro chi dava all'Italia catene e patiboli. Sbagli, e ho gi detto che sbagli molto, nei mezzi formali che cred meglio acconci a raggiunger quel fine; ma il fine fu altissimo sempre, e degno di lode immortale. E nel fine politico ch'ei si propose, e che non si stanc mai di ricordare in ogni suo libro, di confermare in tante sue lettere,  un'altra grande ragione de' suoi difetti ed eccessi di artista, moltissimi dei quali furono appunto gli eccessi e i difetti d'un uomo, che scriveva dei libri perch non poteva combattere delle battaglie.


 2.
 
Scrisse il Guerrazzi a Niccol Puccini che natura gli aveva posto in corpo "l'argento vivo dell'uomo d'azione". Il padre spartano, senza forse saper bene in che fuoco soffiava, gli aveva sempre sentenziato esser meglio "vivere un giorno come un leone, che cento anni come una pecora". E il giovine Francesco Domenico, che era nato leone davvero, con tutte le rudi energie del popolo livornese da cui traeva l'origine, si vide tracciata per tempo la via che doveva percorrere. E in quella via si cacci subito fin da ragazzo, fuggendo da casa per un diverbio avuto col padre, facendo il traduttore e il revisore di stampe per vivere, e assoggettandosi a ogni sorta di privazioni, piuttosto che cedere per il primo. Cos il lioncello si agguerriva alla lotta con una forza di volont che fu spesso ostinazione superba, con una tenace perseveranza che doveva esercitarsi ben presto in pi nobile campo.
Studente a Pisa, di 15 anni, fu subito preso di mira dalla polizia granducale, che lo segn nel suo libro nero e lo perseguit con ammonizioni e perquisizioni e tribolazioni d'ogni maniera. Bandito dall'Universit per le sue idee troppo liberali, ci pot tornar dopo un anno, ma sempre osteggiato dai professori e sorvegliato dai birri. Queste persecuzioni gli inacerbivano sempre pi il carattere  e gli accrescevano quel disgusto degli uomini al quale inclinava, e che il Werther e l'Ortis, il Manfredo e il Caino avevan diffuso come un contagio spirituale su l'anime giovani. Ci non ostante, a dispetto di tutto, si pot laureare in utroque, e tornare alla sua Livorno a esercitarvi l'avvocatura, Dio sa con quanto suo gusto! Con quell'ingegno e con quell'anima, sentiva che la toga dell'avvocato gli si adattava "come la catena alla gamba del galeotto"; e le sue bellissime lettere son piene di questo lamento:
"La mia anima si  versata come un'onda d'inchiostro (scriveva nel '47), e poteva prorompere come un raggio di sole! Io sar stato in questa vita dottore e mercante per bisogno, scrittore per rabbia!"
"Vedete che supplizio! (geme in un'altra lettera). Io mi curvo sotto la cappa curiale pi penosamente che il collegio degl'ipocriti sotto le cappe di Dante. Ma la vita erami data come un morso da rodere. Io morir avvocato, io nato forse poeta".
E quel morso lo dov rodere a lungo; e, fra l'esercizio professionale e le vicende politiche ond'egli fu parte, si pu dire che, fin dopo il '60, i pi lunghi ozi che egli pot consacrare all'arte geniale furono forse gli anni (e disgraziatamente non furono pochi) da lui passati in esilio o in prigione. Ora, se si pensa che quest'uomo d'azione e quest'uomo  d'affari pot scrivere tanti libri di immaginazione e di riflessione quanti ne scrisse, e che quei libri furon capaci di produrre quei potentissimi effetti che produssero sopra gli uomini per i quali furono scritti;  ben forza riconoscere che quell'uomo non usurp il nome di grande che i suoi contemporanei gli diedero, e che sarebbe ingiustizia e insipienza voler giudicare soltanto coi freddi criteri dell'arte quei libri vulcanici.
Intanto, se il Guerrazzi si sentiva addosso l'argento vivo, la polizia toscana non se ne stava con le mani alla cintola; e dopo avergli dato il precetto della sera come si d ai malfattori, dopo avergli soppresso nel '29 L'Indicatore livornese che egli aveva fondato da pochi mesi insieme con Giuseppe Mazzini e con Carlo Bini, dopo averlo confinato a Montepulciano pei liberi sensi da lui espressi nell'Elogio di Cosimo Del Fante, dopo averlo imprigionato pei fatti del '31 senza accusa determinata e poi rilasciato senza processo; nel 1834 lo arresta di nuovo come cospiratore e lo chiude nel forte di Stella a Portoferraio. Ivi nacque L'assedio di Firenze, col quale l'autore, inspirandosi ancora alla storia italiana, creava, anche pi arditamente che con La battaglia di Benevento, una nuova forma di romanzo storico.
Nulla infatti hanno di comune i romanzi del Nostro con quelli di Walter Scott o del Cooper,  dai quali diversificano formalmente e sostanzialmente, e coi quali non potrebbero venire paragonati che per la ragion dei contrari. E poi disse bene il Chiarini, che chi proprio voglia trovare ai romanzi del Guerrazzi una derivazione o una parentela, non la deve cercare fra i romanzieri che lo precederono, ma fra i poeti; deve cercarla nei poemi e nei drammi dello Schiller e del Niccolini, oltre che in quelli del lord inglese. E di poeta fu sempre nel Livornese non solamente la forma della sua prosa, ma ancora e pi il modo tutto suo soggettivo e passionatissimo di sentir la natura, di intender la storia, di concepire la vita, e di riprodurle nell'opera d'arte. Cos avesse avuta il Guerrazzi almeno una piccola parte di quella oggettiva serenit, di quella equabilit quasi olimpica che permise allo Scott e al Manzoni di guardare la storia e la vita con occhio limpido e acuto, e di eternarle nell'arte con mano ferma e sicura! Egli invece vide tutte le cose con occhio di febbricitante, quando non le vide con occhio di bove che gliene esagerava le proporzioni; vide il mondo soltanto a traverso l'anima sua sempre buia, e stamp di s, sempre di s, soltanto di s, la storia e la vita. N gli venne fatto cos, credo io, per imitare anche in questo il suo Byron, ma proprio perch era nato cos, e perch, volendo che i suoi romanzi fossero piuttosto azioni che libri, credeva di poter conseguir meglio il suo scopo immediato col dare a tutte le et da lui evocate, a tutti i personaggi da lui creati, i suoi spiriti feroci e le sue passioni fortissime: simile in ci, pi di qualunque altro scrittore italiano, a Vittorio Alfieri, del quale aveva ereditata tutta la maschia energia dell'ingegno e dell'animo.
Oltre che in questi caratteri soggettivi, la singolarit del romanzo guerrazziano consiste anche nel modo e nella misura con cui vi si mesce la storia alla favola, il verosimile al vero. Ci  gi evidente nella Battaglia di Benevento, dove la storia costituisce la parte essenziale del quadro, e storiche ne sono quasi tutte le figure principalissime, se si eccettua il protagonista Rogiero. Ora  certo che questo non fu il sistema seguito nei suoi molti romanzi dal grande Scozzese, n dal grandissimo Lombardo nell'unico suo, perch ivi la storia non fa che da sfondo o da scena, e ideali ne sono gli attori principali e i principali casi del dramma che vi si svolge.  ben vero per, che il sistema onde fu composta La battaglia di Benevento era ancora un po' incerto ed ambiguo, come quello che non permette al lettore di scernere chiaramente il vero dal verosimile; e perci porgeva il fianco pi agevolmente alle accuse non sempre giuste che furono mosse al romanzo storico, condannato in teoria dallo stesso Manzoni che, nella pratica, aveva creato il capolavoro del genere.

Il Guerrazzi sent certo gl'inconvenienti che derivavano da quella specie di mezza misura che aveva prima adottata, e nel secondo romanzo fece addirittura del fatto storico il vero e solo soggetto del quadro suo grandioso, senza aggiungervi del proprio che poche figure accessorie e qualche episodio.
Ma queste novit non ci spiegherebbero punto l'impressione straordinaria che l'Arte del Guerrazzi produsse su gl'Italiani fino dalla comparsa del suo primo romanzo, se l'Autore, poco pi che ventenne, non vi avesse rivelata subito e davvero una forza d'ingegno meravigliosa. I pi severi, pur deplorandone i deplorevoli eccessi, dovettero ammirar quella forza, e G. B. Niccolini ringrazi Dio che voleva consolare di tanto intelletto la povera Italia. E ancora, con tutti i suoi difetti enormissimi, La battaglia di Benevento rimane uno dei migliori scritti narrativi del Nostro per gagliardia di composizione e pel rilievo di alcuni caratteri. E se i suoi pregi non bastassero a darci ragione del fscino che esercit su i contemporanei, ce la darebbero i suoi difetti, che, impressi di quella singolar tempera guerrazziana, parvero pregi e virt. Pregi e virt sopra tutto (come per un momento suole accadere d'ogni apparenza di novit e di ogni ingegnosa stranezza) sembrarono le intemperanze di quella prosa poetica, le enfasi di quelle liriche divagazioni,  che rispondevano cos bene ai gusti romantici dei primi decenni del secolo, cullandoli in una colorita larghezza di ritmi che nessun'onda di poesia aveva mai superati. Il nostro pubblico impar a memoria quei larghi periodi come un tempo le ottave del Tasso, e F. D. Guerrazzi fu salutato il poeta della prosa italiana.


 3.
 
"Popolo italiano, gi signore, oggi locandiere di tutte le genti del mondo!" fremeva nella Battaglia di Benevento il Guerrazzi. E in questo fremito, fiero di shakspeariano disprezzo,  il primo segreto della tetraggine irosa dello scrittore, la causa prima della disperazione che irrompe come una fiamma sinistra da tutto il romanzo.
Passato quel periodo acuto di parossismo byroniano, la coscienza del cittadino si era andata formando pi chiaramente nello scrittore, e lo scrittore allora volle drizzar quella fiamma a scaldare ed accendere il cuor della patria. Per eccitar la sensibilit dell'Italia caduta in letargo, egli la feriva, "e nelle ferite infondeva zolfo e pece infuocati". Sono sue parole anche queste, e queste parole ci dicon gl'intenti coi quali fu concepito il suo capolavoro.
Disgraziatamente, il periodo di tempo nel quale egli scrisse L'assedio di Firenze fu uno dei pi dolorosi di tutta la sua vita. Nel giro di pochi mesi gli perirono le persone pi care: gli mor, fulminata nel cuore, l'unica donna che am, e quando lo seppe, ne incanut in una notte; gli manc il padre suo, che, rigido ma affettuoso e consapevole dell'ingegno del figliuolo, lo aveva educato a sensi magnanimi; perd in Carlo Bini l'amico pi buono e geniale della sua giovinezza, e in Tommaso Bargellini il suo pi tenero compagno d'infanzia; e finalmente perd, quasi assassinato, il fratello Giovanni, che gli lasci su le braccia, per solo retaggio, due orfani.
Con tanto cumulo di dolori caduti l'uno di seguito all'altro su l'anima sua esulcerata dalla nuova prigionia, non deve dunque far meraviglia se pur nel suo capolavoro abbondino le tinte fosche anche pi di quel che il soggetto tragico le richiedesse, n deve parer troppo strano che un libro siffatto cominci con un lamento.
Anche il lamento, per altro, non , e non poteva essere in un tal uomo, querimonia e rassegnazione, ma sfida e minaccia. E il Guerrazzi che, custodito nella sua segreta, impreca ai tiranni della terra, somiglia un po' (e non senza un tantino di posa) a Prometeo, che, inchiodato alla rupe, impreca al tiranno del cielo. Pi nobile e pi eloquente, in ogni modo, quando, poche pagine dopo, restando dal  maledir gli oppressori, si volge a eccitare gli oppressi: "Finch, sollevandosi al cielo, le vostre braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non supplicate; Iddio sta coi forti! La vostra misura di abiezione  gi colma; scendere pi oltre non potete; la vita consiste nel moto; dunque sorgerete! Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia sui labbri, nella destra la morte. Tutti i vostri Iddii sprezzate; non adorate altro Dio che Sabaoth, lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete."
E seguita ancora, sempre pi terribile e sempre profetico, perch qui veramente nel Titano risorge il Profeta, e la sua prosa assurge a una vera altezza lirica e biblica, che non  pi byronismo, che non  pi maniera, che non  pi rettorica.... E se oggi par tale, benedetta quella rettorica! Il suo fremito, allora, faceva fremere tutti, tutti scoteva quell'impeto e inebriava quell'odio; e le pagine del poema, copiate con lunghe fatiche e passate di mano in mano furtivamente, correvano intanto, rapide come un incendio, l'intera penisola.
L'autore dell'Assedio di Firenze non  un romanziere o uno storico, non  neppure soltanto un poeta o un profeta, ma un combattitore e un vendicatore: vendicatore di tre secoli di servit, di tre secoli d'ignominia, quanti ne erano corsi dalla caduta della repubblica fiorentina, sopraffatta dall'armi e dai tradimenti di Carlo quinto e di Clemente settimo;  che  quanto dire dalla caduta dell'ultima libert italiana affogata nel sangue, dall'ultimo moto del cuore d'Italia, che per trecento anni doveva cessare di battere.
E il Guerrazzi fu pari, per ingegno e per animo, all'alto argomento, in mezzo al quale ci trasporta con passione di attore e di contemporaneo, pi che con calma di storico. E noi vediamo tutto un popolo eroico muoversi e agitarsi nelle sue pagine, dove (lo not primo il Mazzini) Firenze sola  protagonista. Vi sono figure principali, anzi colossali, che staccano in piena luce di gloria nella composizione del grandissimo affresco: Francesco Ferrucci, Michelangelo Buonarroti, Dante da Castiglione, il gonfaloniere Carduccio, e quel macro profilo di Fra Benedetto da Foiano, dalle cui labbra inspirate sembra prorompere sotto le arcate di Santa Maria del Fiore lo spirito del Savonarola vegliante su la tradita repubblica; ma unico e vero protagonista del libro  la patria, e ne  anima l'anima sempre presente dello scrittore.
Peccato che egli abbia voluto turbare quell'ideale unit con episodii domestici, che male interrompono e ritardano lo svolgimento dell'azione storica, e che al confronto di quella grande azione rimpiccoliscono troppo! Ma egli, per il suo fine politico, volle forse indulgere ai gusti del tempo e del pubblico, e per esser letto da tutti, intrecci alla storia le fila di quel tetro romanzo d'amore che commosse tanti animi, e che oggi mi sembra una specie di melodramma vittorughiano interpolato in una epopea.
E un'epopea veramente fu questo libro; epopea cui non manca che il verso, non l'onda del numero. E l'onda poetica della prosa guerrazziana, prescindendo dalle intemperanze che le son consuete,  qui al suo posto assai pi che in altri romanzi del Nostro. Egli stesso chiam poema questo suo libro, e con tutta ragione: epica ne  la materia, epici ne sono gli eroi, epici furon gli effetti che esso produsse, affrettando le giornate del nostro riscatto.
Ma a noi che importa del nome col quale si debba chiamare un libro che oper quei miracoli? Se c' una cosa che importi,  questa soltanto: che il libro, il quale oper quei miracoli sopra un'intera generazione, la generazione presente pi non lo legge, perch l'esecuzione non corrisponde in esso alla ispirazione caldissima. Anche l'autore, pi tardi, dichiar essergli sembrata necessaria ma detestabile l'arte onde fu concepito L'assedio di Firenze. Ma, ad onta di tutto, vi sono bellezze di primissimo ordine in questo romanzo o poema che voglia chiamarsi; e poema o romanzo che sia, non dobbiamo dimenticare che i nostri padroni di allora, i nostri padroni di Vienna, lo condannarono  e lo temerono come una battaglia vinta contro di loro; che per l'Austria fu una minaccia e una sfida ad oltranza, come per noi fu conforto e argomento a risorgere e a insorgere contro di lei. Minaccia e conforto, protesta ed augurio, rivendicazione e glorificazione: ecco, o signori, ci che fu questo libro.


 4.
 
La fama del Guerrazzi, gi grande, divenne grandissima e popolare dopo la comparsa dell'Assedio di Firenze, che fu dovuto stampare a Parigi con lo pseudonimo di Anselmo Gualandi. E quella fama consolidarono o accrebbero le varie opere pubblicate da lui successivamente nel giro di pochi anni: Veronica Cybo, una di quelle storie di sangue che piacquero troppo all'autore, ma forte e rapida, senza divagazioni e senza lirismi; Isabella Orsini, altra domestica tragedia quasi gemella alla precedente, ma pi lenta e pi faticosa di quella; poi le Orazioni funebri di illustri italiani, sempre nobili di pensiero e calde di sentimento civile; e poi I nuovi tartufi, modello di narrazione acremente umoristica, e battaglia politica contro i seguaci di idee moderate. Ma della sua potenza di grande umorista il Guerrazzi aveva gi dato un saggio mirabile fin dal suo esilio di Montepulciano, ove scrisse quel minuscolo capolavoro che  ancora La serpicina. In questa breve novella  svolto un concetto estremamente pessimistico dell'umanit, con una forza di humour a cui conferisce grazia quel sapore d'antico che  nello stile, e ne tempera l'amarezza. Quando, per altro, l'autore volle insistere troppo su quello stesso concetto, diluendolo nell'interminabile arringa dell'Asino contro il genere umano, riusc fastidioso e pesante, e tutto quello sforzo di erudizione e di satira arguta non pot dar ragione all'immane raquisitoria dell'indignato e sapiente quadrupede.
Quanto meglio, qualche anno dopo, rifulse l'estro umoristico del Livornese in quel raggio di sole che  Il buco nel muro, vero raggio di sole in mezzo a tutta la tetra opera sua, e vero inno alla pace serena della famiglia, di cui non pareva capace quell'orco, quel parricida, quel rorator di fanciulli che fu predicato il Guerrazzi!
N, fra le molteplici occupazioni letterarie e forensi, cessava l'attivit politica del cittadino, come non veniva mai meno nello scrittore il pensiero della patria, inspiratore diretto o indiretto di ogni suo libro. Cos nel '47, pubblicando l'elogio di Amelia Calami, traeva anche da esso occasione a ribattere il suo Delenda Carthago, e terminava lo scritto con queste fiere parole: "Ch se alcuno osserver, n pietoso n savio essere stato il consiglio di mescere tanto odio nel discorso funerale di mitissima donna, io gli rispondo che la mia religione mi insegna acuire sopra le tombe, sopra gli altari, sui fonti battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine affrancare l'Italia dallo abborrito straniero. Catone il Censore costumava concludere ogni sua orazione col motto: Vuolsi sovvertire Cartagine; sicch, poco prima che spirasse, l'anima sua esult delle puniche fiamme. Cos gl'Italiani finiscano prece, lettera, orazione, tutto, con le parole: Fuori stranieri! E gli stranieri, sotto lo indomabile odio, anderanno dispersi. Allora poi favelleremo d'amore."
In quello stesso anno 1847, nell'imminenza di quelli avvenimenti politici che egli aveva cooperato a maturare, lanci per le stampe il Discorso al Principe e al Popolo, col quale chiedeva al Granduca una costituzione. Se non che, di l a poco, accusato di macchinazione pericolosa contro il Granduca medesimo, venne arrestato di nuovo e di nuovo mandato a Portoferraio. Prosciolto per insufficienza di prove quando gi era stata promulgata la costituzione, riusc deputato al Consiglio toscano, ma non pei suffragi dei Livornesi. E poich a Livorno erano scoppiati disordini, egli vi and paciere, sed quei tumulti, spadroneggi, e si cre nuovi nemici. Intanto, mentre egli era gi al potere come ministro dell'interno col Montanelli, Leopoldo secondo fuggiva da Firenze l'8 febbraio del  '49, e si formava un governo provvisorio col noto triumvirato, che fu in realt una vera dittatura del solo Guerrazzi.
Deputato e ministro, triumviro e dittatore, la sua vita di quel tempo appartiene alla storia, e la storia la giudicher. I contemporanei lo fecero segno ad accuse che  carit di patria non raccogliere; lo accusarono, fra altro, di malversazione del pubblico danaro, e fu luminosamente provato che lo amministr con tanta rettitudine da averci rimesso del suo. Pot commettere errori, non colpe; ma  certo che temper molti eccessi, fren molti abusi, e imped con gran senso pratico la proclamazione della repubblica toscana, resistendo al Mazzini che gliela imponeva. Non eran quelli i momenti da pensare a repubbliche; tanto  vero che il mese appresso ogni concetta speranza cadeva a Novara, e che il Granduca torn a Firenze, e ci torn con gli Austriaci. E il Granduca e gli Austriaci seppellirono il Dittatore nel mastio di Volterra, lo sottoposero a iniquo processo, per delitto di lesa maest, e dopo quattro anni d'iniquo processo lo condannarono all'ergastolo, commutatogli nell'esilio perpetuo.
A questa quarta prigionia e a questo lungo processo dobbiamo uno dei libri pi belli del Guerrazzi, l'Apologia della sua vita politica, e il pi tristo di tutti i suoi libri: Beatrice Cenci.
"Scritto in carcere e generato perci fra lacrime  e sangue" disse l'autore questo romanzo; e il romanzo, pur troppo, gronda di sangue anche pi che di lacrime. Vera orgia di atrocit mostruose, dove par che il poeta abbia davvero voluto versare tutto il fiele dell'anima sua invelenita da tante persecuzioni, la Beatrice Cenci fu letta anche troppo, con la bramosia delle cose malsane, attraendo con la satanica bellezza di molte sue pagine. Oggi non la ricorda pi alcuno, ed  mera giustizia. La fama del Guerrazzi non ha bisogno di esser raccomandata al ricordo di un libro cos malefico, e l'autore non tard a farne degnissima ammenda con le storie di argomento crso, inspirategli dalla forte isola che gli fu terra d'esilio: La torre di Nonza, il Moscone e il Pasquale Paoli.
Questo grande romanzo di libert, pubblicato nel '60,  degno fratello all'Assedio di Firenze per l'argomento e per l'indole, e lo supera come opera d'arte matura, pi schietta, pi impersonale, pi semplice. Ma i tempi erano mutati, e cessate le pi forti ragioni che avevano fatto cercare con tanta avidit i volumi del fiero scrittore; onde il Pasquale Paoli, che  giudicato la pi bella prosa narrativa di lui, non suscit gli entusiasmi che avevano accolto i suoi primi romanzi.
Dalla Corsica lo smanioso esule era fuggito, con pericoli e stenti incredibili, fino dal '57, e si era ridotto a Genova a aspettarvi gli eventi che avrebbero  dovuto permettergli di tornare in Toscana. Ma il '59 arriv, le sorti d'Italia cambiarono con rapido quanto felice rivolgimento, e al poeta dell'Assedio di Firenze non fu ancora concesso il sospirato rimpatrio, che i governanti d'allora temevano pericoloso. Ed egli se ne crucci tanto pi, perch, amante della patria davvero e non dei partiti, aveva voluta e promossa efficacemente l'annessione della Toscana al Piemonte e l'unit della nazione con la Dinastia di Savoia. Vittorio Emanuele dovette comprendere il giusto risentimento del cittadino benemerito e illustre, e volle vederlo e parlargli. Chiamatolo a Torino, cerc di persuaderlo a restarvi, con qualunque carica avesse potuto desiderare, offrendosi pronto a crearne magari una apposta per lui. Ringraziava commosso il Guerrazzi, ma rispondeva al gran Re non desiderare e non chiedere altro che potersene tornar con onore a casa sua e a' suoi studi, non volendo tornarvi con l'amnistia che il governo provvisorio gli aveva largita.
E a Livorno pot rientrar finalmente nel '62, per la deputazione conferitagli da' suoi concittadini, i quali pi tardi, con manifesta ingratitudine, gliela ritolsero. Forse non era piaciuta l'attitudine violenta che egli aveva presa anche in Parlamento contro quella che usava chiamare l'empia setta dei moderati. E il vecchio gladiatore allora si ritir dall'arena, confinandosi nel suo romitorio di Cecina, stanco di mente, offeso di cuore, scontento di s e di tutti. Ivi pass i suoi ultimi anni "in compagnia del mare, delle foreste scarmigliate dal vento, e della malaria", invocando pace, e non ottenendola che dalla morte il 23 settembre 1873.
Dodici anni dopo, Livorno gli eresse una statua, che lo rappresenta seduto come chi medita e scrive. No, no! Alto in piedi e diritto doveva sorgere dal suo piedistallo chi nacque alla lotta e lottando invecchi. Guerrazzi in poltrona, io non me lo so figurare neanche di marmo!


 5.
 
Non ho neppure accennato alle ultime opere guerrazziane, perch nulla esse aggiunsero alla fama letteraria dello scrittore. L'assedio di Roma, uscito nel '64,  gi segno della stanchezza di quel poderoso intelletto. L'animo per vi apparisce sempre fiero, e fiero l'odio contro ogni avanzo di vecchia tirannide. Egli non poteva esser pago finch tutta quanta l'Italia non fosse stata degl'Italiani; e perci la voce dell'antico leone, come aveva ruggito nel Parlamento contro la cessione di Nizza alla Francia, cos continuava a ruggir nell'Assedio di Roma contro il dominio papale e borbonico: - "Se il Demonio potesse o volesse venire al mondo per istrascinar nel suo inferno Papa e Borbone e  d'ogni risma stranieri, ben venga il Demonio: noi lo saluteremo Demonio I Re d'Italia; purch venga armato di ferro e di fuoco". Costanza e coscienza mirabile di scrittore e di cittadino, che aveva proclamato doversi ogni uomo proporre lo scopo pi immediatamente utile alla sua patria, e a quello tendere sempre con ogni sua forza. N mai in alcun uomo alle belle parole risposero i fatti come in quest'uno.
Discendente legittimo di Dante e di Machiavelli, d'Alfieri e di Foscolo, come scrittore sent in pieno petto l'ondata del Byron, che gli scem la schiettezza dell'arte, ma non la tenace italianit degli spiriti. E a riuscir degno davvero dei sommi italiani da cui discendeva, non gli manc n l'ingegno n l'animo, ma solo una pi equilibrata armonia tra le sue facolt: ch in lui la fantasia prepot troppo sul gusto, la passione sul raziocinio, la carit della patria su l'amore dell'arte. Difetto glorioso quest'ultimo, che il Guerrazzi ebbe comune col Berchet e col Niccolini, per non citare che i due poeti ai quali somiglia di pi, e che sono i pi degni di essergli paragonati fra quanti nel periodo nel nostro risorgimento intesero a fare opera di patriotti pi che d'artisti.
Quella organica sproporzione di forze che era nel suo cervello, e quella soverchia preoccupazione costante di un fine politico estrinseco all'arte, oltre che le vicende d'una vita d'azione cos combattuta, impedirono a lui di lasciare un'opera perfetta che abbia vera probabilit di resistere al tempo. Anzi, se si eccettui pi d'una delle sue cose minori, che l'Italia dovr tornare a leggere e ammirare pi che oggi non faccia, la sua produzione  quasi gi tutta invecchiata, mentre egli avrebbe potuto restare uno dei pi grandi prosatori del secolo decimonono. Basterebbe a provarlo l'episodio del buon Romeo dantesco, parafrasato nella Battaglia di Benevento in alcune pagine semplici e commoventi che valgono tutto il romanzo e attestano le straordinarie doti d'artista che erano gi in quel giovine di 22 anni. Perch anche il Guerrazzi, come  accaduto sempre, prima d'Orazio e dopo d'Orazio, riesce tanto pi grande scrittore quanto meno se lo propone e quando meno ci pensa. Professus grandia, turget!
Delle sue doti fu sempre conscio e superbo, ma ebbe anche sempre un concetto assai chiaro di ci che aveva voluto essere e di ci che poteva valere l'opera sua. Basti, fra tanti accenni, quello che si legge in una sua bellissima lettera al Cant, pubblicata recentemente, ove  detto che i suoi libri "dureranno, come opera un rimedio, fin che dura la malattia. Quando sorger il giorno della vera, della grande libert, cesseranno, come il lume della lucerna sviene all'apparire del sole".

Uomo e scrittore, ebbe ambizioni e virt d'altri tempi; onde tutto gli parve cos meschino nel tempo in cui visse, che, trovatosi a governare l'intera Toscana, gli sembr di recitare una tragedia di Alfieri coi burattini, e scrivendo storie o romanzi, ne fece parlare gli eroi come parlavano gli eroi di Plutarco. Ma ambizioni e virt gli sorresse e scald un unico infinito amore all'Italia e un unico odio infinito per tutti i nemici di lei. E a quell'amore e a quell'odio vot la sua vita, "scrivendo, cospirando, soffrendo, operando (ammonisce il Carducci) come da gran tempo non usava in Toscana".
Di tutto questo egli non domand n sper altro premio che quello dovuto dopo la morte a coloro che hanno spesa nobilmente la vita in pr della patria; "un solo premio, diceva, ma grande e divino: quello di sentirsi ricordare dai superstiti con amorosa benevolenza".
E noi, o Signori, andiamo dimenticando quest'uomo, come abbiamo dimenticata oramai quasi tutta una schiera gloriosa di pensatori e di poeti, che, dall'Alfieri al Guerrazzi, si affaticarono a crearci, se non altro, la volont d'esser liberi; oppure ci ricordiamo di alcuni di loro per frugar nella loro vita e nel loro sepolcro con indiscreta curiosit di eruditi o di anatomisti....
Noi siamo una generazione di piccoli critici e di grandissimi ingrati.




PARTE TERZA.
LETTERE E ARTI.


Autori e Attori drammatici. GUIDO MAZZONI.

La sincerit nell'Arte. (L'Arte dal '48 al '61) UGO OJETTI.

Le prime glorie di Giuseppe Verdi. PIETRO MASCAGNI.

Il risveglio degli studi dell'antichit classica. GIROLAMO VITELLI.


AUTORI E ATTORI DRAMMATICI tra il 1849 e il 1861.
 
CONFERENZA DI GUIDO MAZZONI.


Signore e Signori,

Il Voltaire, con una delle sue arguzie felici, defin il pubblico de' teatri un animale contemperato di quattro nature diverse: un asino, una scimmia, un pappagallo, un serpente. Non  difficile intenderne la ragione. L'asino, perch il pubblico ha troppo spesso le orecchie lunghe; la scimmia, perch un applauso di gente stipendiata ad applaudire basta non di rado per far battere le mani a tutti quanti gli spettatori; il pappagallo, perch il giudizio di pochi diviene subito il giudizio o il pregiudizio dei pi, che forse non avranno pensato mai n sentito a quel modo; il serpente poi.... perch il Voltaire era stato qualche volta fischiato anche lui!
Le quattro nature mi sarebbe facile rintracciarle e dimostrarle a una, a una anche nel pubblico  italiano dal 1849 al 1861, a proposito degli attori che si presentarono e delle opere che si rappresentarono allora su' nostri teatri: mi sarebbe facile dimostrarvele se la strettezza del tempo mi concedesse di abbondare in aneddoti. Ma almeno un'osservazione credo di dovere aggiungere qui, prima di mettere da parte la maliziosa definizione del Voltaire; ed  che per tali anni ci fu in esso pubblico anche un po' della volpe e anche un po' del leone: della volpe per la sottigliezza furbesca del deludere e mettere nel sacco, come nell'antica epopea animalesca, i lupi delle imperiali, regie, ducali e pontificie censure; del leone per certi generosi impulsi che facevano di tanto in tanto sobbalzare gli uditori, mentre, dopo le sciagure del '49, si preparava, quasi nel silenzio d'un forte raccoglimento, la riscossa d'Italia.
Un asino, una scimmia, un pappagallo, un serpente, una volpe, un leone, vi sembrano forse troppi? Ma riflettete che alla bestiale nomenclatura manca almeno un altro animale, cui mi sarebbe forza accennare quando non avessi a discorrere de' nostri padri e de' nonni che si sollazzavano ridendo delle farse gioconde, e mi trovassi invece a far da cronista de' pubblici pi moderni che se la godono sghignazzando dinanzi a certi spettacoli pruriginosi.



 1.
 
Quanto meglio aver della volpe e del leone! E di qualit magnanime e astute c'era davvero bisogno, in quell'ultimo decennio in cui l'Austria e i governi restaurati oppressero la patria e cercarono quasi da per tutto di rinfiacchirne l'anima, o distoglierla dalle alte visioni sognate innanzi; le alte visioni dell'indipendenza e della libert. La censura non adopr mai tanto le forbici quanto allora.
Una Bianca Capello (sic) di Giovanni Sabbatini, nel 1844, era stata proibita negli stati di Sua Maest imperiale apostolica, e poi in quelli del duca di Modena, e sequestrata a Modena nelle stampe, perch.... Ve lo dir questo dialogo che par di commedia, ed , a proposito di un dramma storico, un racconto di storia vera. Il Sabbatini si presenta al conte Riccini, Ministro di Buon governo, come lo chiamavano, del Rogantino di Modena, Francesco IV, a ottenere che sia tolto il sequestro; e ne  accolto cos:
- Ah, lei dunque scrive di queste porcherie?
- Ma.... come, Eccellenza? un dramma storico, approvato (per la stampa) dalla Censura di Milano?

- Storico, storico! Ce n' tanta della storia senza andare a pescar fuori queste sozzure! E poi la storia!... Chi  che fa la storia dei principi? I nemici dei principi, i ribelli! Figuriamoci che belle storie possono fare! -
E siccome l'autore insisteva sulle approvazioni gi regolarmente ottenute, il conte concluse:
- Io intanto le dico ch'ella non  niente affatto in regola. Non so com'ella osi insistere. La  una porcheria! Mi pare che quando il Ministro di Buon governo le canta chiaro e tondo questo giudizio, basti perch ella non abbia pi da insistere d'essere in regola. -
Bisogn che il povero Sabbatini si desse per vinto. E voi forse crederete ch'egli fosse un riscaldato, un acceso, e che la sua Bianca Capello fosse Dio sa qual covo di viperine allusioni liberalesche? Nemmeno per sogno; tanto ch'egli stesso divent poi, a Torino, un censore drammatico! Ma nel fatto della fuga della Cappello da Venezia col Bonaventuri, e de' suoi successivi amori a Firenze con Francesco secondo granduca, e della morte del Bonaventuri, e di quella di Francesco secondo e di lei, quale allora da tutti era stimato vero e certo storicamente, il conte Riccini vedeva solo una seduzione, un rapimento, un omicidio, commessi da un regnante; roba da Carbonari, roba da Mazziniani, ne fosse o no colpevole il Sabbatini.

- Caro signor Sabbatini, - concluse il conte, - la badi a un vecchio; qui non  pi il Ministro che le parla, ma il suo buon amico Riccini, che le d un consiglio. Tratti altri argomenti.... Non si lasci guidare dalla moda e dai guastamestieri che col pretesto della letteratura pescano nel torbido.... -
L'autore ebbe anche a ringraziare de' paterni consigli; e stava per andarsene, quando Sua Eccellenza lo richiam, e porgendogli la penna intinta nell'inchiostro, e la copia a stampa del dramma incriminato, che si era fin allora tenuta l innanzi sullo scrittoio, gli chiese un piacere: - Desidero, caro signor Sabbatini, di avere il suo autografo. Favorisca scriverci su, ch'ella mi fa dono del suo bel lavoro. -
E come l'altro lo guardava stupefatto e titubante:
- S, un bel lavoro letterario; il Ministro, governativamente parlando, lo deve biasimare, ma il Riccini deve felicitarsene coll'autore. Favorisca scrivere.
- Ubbidisco! - fu costretto a rispondere il Sabbatini, e scrisse sul libro: "A S. E. il signor Conte Gerolamo Riccini l'autore in segno di ossequiosa stima." Non ci fu mai dedica men veritiera (e voi sapete che soltanto le epigrafi mortuarie son pi bugiarde delle dediche). Racconta infatti il Sabbatini medesimo, che se n'and crollando la testa ed esclamando tra s: - E a gente tale si d il governo dei popoli! - Tanto sentiva quella ossequiosa stima che aveva dovuto affermare e firmare in una dichiarazione autografa.
Nazione era parola da doversi sopprimere (diceva un censore) perch non poteva riferirsi ad altro che ad una vera utopia, e offendeva i legittimi governi: la frase ogni libera voce era una pericolosa affermazione: quella pazienza, virt grande degli Italiani sembrava che sonasse male, e che neppure essa, in un certo senso, fosse frase innocente. Che pi? Paolo Ferrari racconta (e ormai siam dopo il 1848-49) che due personaggi di commedia, il principe Leopoldo Roccalba e il duca di Monteforte, divennero, per la censura di Modena, quegli marchese, e questi conte; perch l erano proibiti nelle commedie i titoli di imperatore, re, principe, duca. Ma nella Toscana non piaceva in bocca di attori il nome di Leopoldo, che era quel del granduca, e la censura vi mut Leopoldo in Arturo. Poi a Roma Arturo e il conte, nelle loro esclamazioni amichevoli, doverono schivare di nominare Dio: racconta la Ristori che l non si poteva dire curato nemmeno come participio del verbo curare: e Arturo fu per ci costretto a dire al conte, non pi - Mio Dio! sei diventato grasso! - Ma - Oh ciel! sei diventato grasso! - Per ultimo, siccome quella fiorente salute il conte la doveva alla  buona aria di Napoli, e l'autore gli aveva fatto dire:

. . .  naturale. Di Napoli son stato
A ber l'aure vulcaniche: sotto quel cielo ardente
L'alma di caldi sensi ringiovanir si sente. . .

la censura napoletana, insospettita di quel vulcaniche, di quell'ardente, di quel caldi, cancell tutto, e volle invece:

ART. Oh ciel! Sei diventato
Ben grasso!
CONTE  naturale! A Napoli son stato!

Come se a Napoli fosse necessario l'ingrassare!
Tutta la scena meriterebbe di essere cos raffrontata; e da pi altre correzioni simili potrei agevolmente trarre il riso vostro, o signori. Una almeno valga a confermare i ridicoli abusi in che l'officio del censore quasi inevitabilmente doveva, di tanto in tanto, cadere. A Venezia era impiegato nella censura un certo Pino Marzio: quando il Ferrari introdusse nel Goldoni e le sue sedici commedie il Marzio famoso per la commedia goldoniana, il signor Pino Marzio non volle che il suo casato fosse vituperato cos; e cambi Marzio in Ser Taddeo. Come fare allora per la promessa delle sedici commedie nuove, l dove il Ferrari rappresenta il Goldoni nell'atto di annunziarle alla platea che poco innanzi fischiava e ora lo acclama? - Don Marzio alla bottega del caff, osservava il Ferrari al censore,  un titolo storico; quivi almeno bisogner lasciare Marzio, se no il pubblico si accorger del mutamento! - Non ci fu verso, e i Veneziani si sentirono annunziare, non Don Marzio, ma Don Marco alla bottega del caff.
Volpi fini bisognava essere per cogliere, traverso queste smozzicature e questi veli, l'intenzione dell'autore; per ridere a tempo della goffaggine dei governanti; per applaudire a tempo ogni accenno, fosse pur incerto e remoto, dell'idealit segreta in ogni petto italiano. Le cronache teatrali son piene di documenti per s fatta corrispondenza tra gli autori e gli spettatori. Dopo aver ben bene tagliato e rimpastato, le polizie si trovavano innanzi, ad ogni momento, uno scartafaccio pi incendiario che mai: tra le righe del copione approvato lo scriveva via via, quasi con inchiostro clandestino, il sentimento nazionale; e il caldo della ribalta lo faceva colorirsi e apparir fuori, tra le risa o gli applausi, sotto gli occhi stupiti de' revisori, che prima non ci avevano letto niente.
Quanto poi a quelli che dianzi chiamavo gli impulsi generosi del leone, basta ripensare agli effetti ottenuti da Gustavo Modena, nel recitare la Divina Commedia. Che pi innocente di un canto di Dante? non scrisse egli nel secolo quattordicesimo? che  pericolo ci poteva essere ormai in una pagina del teologico Paradiso?
La massima difficolt che ha da superare un lettore di Dante a me par che sia questa: il poema  autobiografico, e nel tempo stesso rappresenta le cose e le anime in modo tale che il lettore mal pu guardarsi dal cadere nella declamazione drammatica. Ernesto Rossi, per esempio, che tanto valeva per altre parti, a me non riusciva quale lo avrei voluto io, perch faceva dell'episodio dei ladri non tanto un racconto quanto un'oggettiva raffigurazione. Il Modena, no. Veniva in iscena nelle sembianze di Dante, e aveva quivi accanto, seduto a un leggo, un giovinetto vestito anch'esso secondo le fogge del Trecento. Dante aveva gi composto il canto; era allora nel correggerlo, compierlo, dettarlo; e in fare ci si riaccendeva, rivedeva con la fantasia i luoghi gi immaginati, riudiva le voci, si moveva come un veggente che fosse insieme consapevole dell'arte e di s. E consapevole altres era il Modena della patria; e scriveva che: "I nostri odierni dolori spiegano assai meglio la Divina Commedia che non la parola morta delle glosse. Ogni esule scenda in s, e vi trover la rivelazione del movente e dello scopo di Dante. Se oggi non  inteso il poema, ci rimarr in eterno un indovinello." Oh nel gesto, nella parola del Modena, tutti sentivano non pur Dante, ma anche la patria!

Trovo, in un numero della Nazione del 1860, ci che vi scriveva un cronista per una serata nel teatro Niccolini: e, rileggendo, come un alito caldo ci venter sulla faccia: "Nel canto 27 del Paradiso accadde una mezza rivoluzione; e alle terzine dove San Pietro esclama:

Non fu nostra intenzion ch'a destra mano
De' nostri successor parte sedesse.
Parte dall'altra, del popol cristiano;
N che le chiavi, che mi fur concesse,
Divenisser segnacolo in vessillo
Che contra i battezzati combattesse;

a queste terribili parole, declamate con un accento scrutans cordia et renes, tutta la platea si lev in piedi urlando con frenesia, quasi intendesse simultaneamente applaudire al grande artista e protestare di nuovo contro le stragi ancora invendicate di Perugia e contro i massacri che sta pertinacemente meditando la corte di Roma!"
Il contrasto aperto o dissimulato tra le censure e gli autori, tra le polizie e gli attori e i pubblici,  dunque una delle caratteristiche del teatro italiano negli anni tra il 1849 e il '61. Gli attori erano quasi tutti liberali, e molti attestarono i sentimenti loro, con pi certa prova che non fossero le declamazioni, e anche le multe e le brevi prigionie, militando volontarii contro l'Austria. A rinfocolarli valeva il fervore del pubblico. E quando alcun d'essi riusciva sospetto, spesso a punirlo di pena giusta o ingiusta provvedevano le platee. Troppo ebbe a soffrire nel 1860, a Genova, Ernesto Rossi, crudelmente fischiato e costretto a partirsene, perch era stato a Vienna, e dicevano che l si fosse tanto inebriato dell'oro e dell'incenso da non volere ormai nemmeno aver parte in un dramma, la Teresa Mazzanti d'Ippolito D'Aste, pieno d'allusioni ai nostri nemici. Se volle riconquistarsi il favore dei Genovesi, dov il Rossi, quattro anni dopo, fare in pieno teatro aperte dichiarazioni; e le fece, sia lode al vero, con accortezza e con dignit.


 2.
 
Il Manzoni, da vecchio, diceva a Vittorio Bersezio che la forma drammatica antica era finita; il pensiero nuovo l'aveva trovata troppo angusta e l'aveva fatta scoppiare; non ve n'erano ormai pi che i frantumi, che invano alcuni tentavano di raccozzare insieme per dar loro apparenza di cosa consistente: la forma nuova, intanto, quella che doveva corrispondere ai bisogni nuovi, non c'era stato ancora barba d'uomo a trovarla. Per conto suo, sperando che i tentativi irrequieti precedessero forse di lontano l'ignoto riformatore che ammirerebbero i figli o i nepoti, si compiaceva solo della commedia dialettale. Infatti, quando Le miserie 'd monss Travet, da Torino, dove prima comparvero nel marzo 1863, passarono a Milano, egli, che da trent'anni non aveva messo piede in un teatro, and a sentire e applaudire. Il pubblico, a vederlo, applaud lui, ed egli, finch pot, batt le mani sforzandosi a credere e a far credere agli altri che il Bersezio solo era il festeggiato cos.
Fatto sta che la tragedia classica, colpita nel cuore dal Romanticismo, mor; e una caratteristica dell'et di cui vi discorro  appunto nel suo scomparire, nell'affievolirsi della commedia goldoniana, nel trasformarsi insomma del repertorio.
Fin dagli ultimi del secolo diciottesimo si erano alternate sul palcoscenico molte pi forme e variet di spettacoli che non abbiamo oggi. A scorrere i diarii teatrali di quel secolo declinante e del diciannovesimo sorgente,  impossibile non meravigliarsi della sovrabbondanza. La tragedia classica con le unit di tempo e di luogo era la forma officiale; ma accanto le sorgeva vigorosa la tragedia di argomento moderno, che chiamavano urbana, e che non di rado gi delle unit non si curava; e all'una e all'altra toglieva un po' di favore la concorrenza del dramma storico e romanzesco, macchinoso, farraginoso, commisto di riso e di pianto. Del pari la commedia ridanciana con le maschere e senza le maschere, durava ancora, mentre la commedia sentimentale faceva spargere tante dolci lacrime. E vi erano inoltre allegorie e fiabe; e perfino libretti di melodramma recitati senza la musica. Pi, le cos dette commedie dell'arte, e le caricature regionali impersonate in Stenterello, Pulcinella, Arlecchino, Brighella, Pantalone, Cassandrino, Rogantino, e altre s fatte argute o scurrili figure.
Venne la questione tra Classicisti e Romantici: e quella che era stata una confusa e polverosa baruffa di avventurieri si mut in un'ordinata battaglia di belle e ben capitanate milizie. Dopo gli esempii del Goethe e dello Schiller, ebbe allora l'Italia col Manzoni il dramma storico meditato e dotto, senza le regole accademiche, sebbene quasi imbevuto di classicit, innanzi che la Francia prepotesse e in un certo senso snaturasse il romanticismo nel teatro: ma la Francia, comunque sia, non tard ad esportare e a diffondere anche fra noi quelle sue nuove merci teatrali. Vani erano riusciti da un lato i tentativi del De Cristoforis e del Tedaldi Fores per mantenersi pi o meno nella strada aperta dal Manzoni; vani anche, dall'altro, quelli di Giovan Battista Niccolini, d'iniziare lui una scuola che fosse possente di effetti lirici e drammatici insieme, con viva e diretta azione patriottica. Questa, non  dubbio, egli ottenne; ma l'Arnaldo da Brescia che nel 1843 suggell l'arte sua, stampato a Marsiglia, non pot venire in Toscana che di nascosto, dentro alcune botti da caff; e anche quando fu letto liberamente, non pot salire sul palcoscenico, perch poema in dialogo anzi che dramma.
Molti tra voi rammentano, certo, il vivace racconto che Ferdinando Martini fece del suo arresto e della partaccia che a lui sedicenne tocc dal prefetto granducale, quando, nel luglio del '58, in una dimostrazione sorta nel Teatro Nuovo dopo una recita della Medea, sentendo crescere gli applausi da - Viva Niccolini! a - Viva il poeta italiano! - Viva la gloria d'Italia! - Viva l'Italia! - grid per conto suo - Viva l'autore dell'Arnaldo! - ch'ei non sapeva, del resto, che cosa si fosse. Questi stessi evviva palesano la principale ragione di certi entusiasmi suscitati dal Niccolini; ed  indubitabile che egli n inizi n poteva lasciare una scuola, sebbene alcune delle sue tragedie, come la Medea, l'Antonio Foscarini, il Giovanni da Procida, durassero a lungo sulle scene. Dopo il 1849 ormai il vecchio poeta viveva appartato, pi studiando le storie che fantasticando poesia: ma sempre fisso col pensiero alla redenzione della patria, le dette nel 1858 ancora una tragedia, Mario e i Cimbri, di cui dicono l'intento cos il tema come l'epigrafe petrarchesca apposta sul frontespizio: "Ben provvide natura al nostro stato - Quando dell'Alpi schermo - Pose tra noi e la tedesca rabbia." A Tommaso Salvini, unico interprete degno, ne affidava la rappresentazione.

Premii condegni non gli mancarono. La sera del 3 febbraio 1860, il teatro di via del Cocomero fu solennemente consacrato al nome di lui, recitandovi Ernesto e Cesare Rossi la grande scena dell'Arnaldo da Brescia tra il frate e papa Adriano, e il monologo di Arnaldo nell'ultimo atto. E mosse il Niccolini indi a poco a salutare tra noi il re possente che egli aveva invocato trent'anni prima, Vittorio Emanuele: e lieto cos della msse di cui egli medesimo aveva cooperato a gettare il seme, mor nel 1861, il 20 settembre. Di un fulgido sorriso si sarebbe illuminato il volto al poeta dell'Arnaldo, se l'Angelo della morte gli avesse negli estremi momenti sussurrata all'orecchio la profezia, che essa data del 20 settembre sarebbe di l a pochi anni divenuta sacra all'Italia per la liberazione di quella Roma dove era stato perseguitato ed arso il suo magnanimo Arnaldo.
Nel 1847 era morto Carlo Marenco, che, dopo l'Arnaldo del Niccolini, aveva osato dare in luce quello suo, sebbene non meglio adatto alle scene. Pi degno di nota egli  per alcuni esperimenti di conciliare, seguendo in parte gli esempii del Delavigne, il classico col romantico. Prima la Carlotta Marchionni, che nel '37 incarn in s la Pia de' Tolomei, poi Adelaide Ristori, fecero applaudire questo che fu il pi popolare de' lavori suoi, e che si rannoda in un certo modo alla popolarissima  Francesca di Silvio Pellico, durata dal 1815 a commuovere con le lagrime sue e col disperato amore di Paolo.
E fin dal 1839 era uscito il Lorenzino de' Medici di Giuseppe Revere, dramma storico in prosa; che, afferrato dalle larghe e destre mani del Dumas, e imitato da lui, fu tradotto in italiano dal francese, e piacque allora a molti che dell'originale non sapevano o non si curavano. Dramma storico in prosa  anche il Fornaretto di Francesco Dall'Ongaro, che dal 1844 faceva fremere e inorridire, specialmente per l'arte di Gustavo Modena, sulle sorti pietose di quella vittima d'un errore giudiziario. Se non che nel Revere e nel Dall'Ongaro e, abbiamo visto, nel Marenco, un po' di infiltrazione francese non  difficile avvertire; e convien rammentare che il Moro di Venezia del De Vigny, e Marin Faliero del Delavigne sono del 1829; del '30  l'Hernani di Victor Hugo; del '32 il Luigi undicesimo del Delavigne; del '34 il Lorenzaccio del De Musset; del '35 il Chatterton del De Vigny; letti, tradotti, ammirati, rappresentati, discussi, via via, anche in Italia.
Ci per la tragedia e pel dramma. La commedia, dopo le risate di buona lega suscitate sui primi del secolo dal Giraud con L'Aio nell'imbarazzo, con Don Desiderio disperato per eccesso di buon cuore, con L'apparecchio del pranzo alla  fiera ossia Don Desiderio direttore del Pique Nique, e dopo i sorrisi annacquati delle commedie un po' pedantesche del Nota, si pu dire non avesse altro, nella tradizione goldoniana, che i lavori di Francesco Augusto Bon. Non ridiamo noi ancora, e come di cuore, a Ludro e la sua gran giornata? Ma dopo la trilogia di Ludro e altre vispe commedie, il fortunato attore si volle provare malamente nientemeno che al dramma storico; e indispettito della gelida accoglienza fatta dai Milanesi al suo Pietro Paolo Rubens, non scrisse pi, invecchiando nel dirigere compagnie di comici, e, da ultimo, di filodrammatici.
Ed ecco in Francia nel 1840 Il bicchier d'acqua dello Scribe e nel '45 la sua Catena; nel '48 l'Avventuriera dell'Augier, e l'anno dopo la sua Gabriella; nel '52 la Signora delle camelie del Dumas figlio; nel '54 Il genero del signor Poirier dell'Augier; nel '55 il Demi-monde del Dumas; nel '61 I nostri intimi del Sardou; e Il cappello di paglia d'Italia del Labiche  del '51. Le quali date mi era necessario rammentarvi perch, trattandosi di drammi e commedie rimaste sino ad oggi, o sino a poco fa, nel repertorio de' nostri teatri, bastano di per s sole a chiarire quanta e quale fu la invasione francese nelle scene italiane poco innanzi il 1848-49, e poi sempre pi, sino a ci che vediamo noi.
Io non sono di quelli che per l'arte s'indignano, subito che alcun che ci venga da oltre le Alpi: tanto meglio per tutti quando ce ne venga del buono: noi gi demmo, un tempo, assai agli altri, e gli altri ora dieno pure a noi, in uno scambio inevitabile e proficuo. Ma vero si  che nocque allora allo svolgimento dell'arte tra noi la soverchia voga conseguta dal teatro francese: i fiori che davano speranza del frutto non allegarono e caddero appassiti o imbozzacchirono. Fino allora si era, meglio o peggio, conservata in onore la tragedia; oltre la Pia del Marenco e la Francesca del Pellico, anche il Filippo, il Saul, la Mirra, varie altre tragedie dell'Alfieri e di altri rialzavano all'alta poesia, quasi per turno settimanale, il gusto del pubblico. E si era conservata in onore, meglio o peggio, la commedia goldoniana: si applaudivano molto pi spesso che oggi non accada I Rusteghi, Le Baruffe, Don Marzio, Il Bugiardo, del maestro, e Don Desiderio, La Fiera, I gelosi fortunati, Ludro, Niente di male, parecchi altri lavori, dei discepoli suoi. Che si rappresentassero insieme gli enormi drammi romanzeschi e spettacolosi, triste eredit del Willi, dell'Avelloni, del Federici, cresciuta di raffazzonamenti dal tedesco e dal Francese, non era insomma un male diffuso e che degenerasse in pustole maligne; e tutti sentivano la differenza sostanziale, quanto all'arte, tra la commozione estetica e la perturbazione nervosa: conseguta quella, la commozione che nobilita, con l'analisi delle passioni e con la parola corretta e sobria, anche nella ricerca dell'efficacia teatrale; conseguta questa, la perturbazione che abbassa, con l'azione violenta e con l'enfasi spesso sgrammaticata in caccia dell'applauso. Dopo il 1848-49 si ebbe il tracollo della bilancia: restarono i drammi sanguinosi o pietosi come I due sergenti; piovvero e dilagarono i drammi romanzeschi della nuova imitazione francese.
Ernesto Rossi nel 1850, a Trieste, corse rischio di esser fucilato davvero dai Croati che dovevano fucilarlo per chiasso nel finale del Generale Ramorino; buon per lui che, innanzi di andare a morte, volle si riscontrassero le cartucce! Ma se questo fu uno spettacolo d'occasione, Il vetturale del Moncenisio fu dato a Milano, in quel torno di tempo, ventiquattro sere di seguito. E allora un capitano dei bersaglieri a Torino, Andrea Codeb, mosse le baionette aguzze del suo rapido ingegno, contro I drammi francesi, in una parodia che appunto cos da loro ebbe il titolo. Luogo dell'azione (narra il Costetti che bene tratteggi la figura di lui e di altri scrittori e attori di quel tempo) un camposanto; quivi, in un solo atto, duelli, delirii, riconoscimenti, suicidii: figuratevi che un tale riconosce chi sia un colonnello che egli sta per uccidere, e gli grida: - Ah, tu sei dunque il figlio del carnefice di mio padre! - Grande fu il successo di codesta satira; ma, come era naturale, non valse contro la moda.
Del resto, col male venne il bene; coi drammacci vennero di Francia buone e belle commedie. Era il 1857; e La vecchia pazza alla Torre del Sangue, La tremenda sfida dei cavalieri della morte al Colle del Terrore, e consimili robe che un capocomico disperato imbandiva al popolino bolognese nell'Arena del Sole, doverono da lui medesimo esser messi da parte (copio anche questo dal Costetti) per dare al pubblico, in un teatro, di gente pulita, come egli diceva, una commedia di Dumas figlio che salv lui e i suoi dalla fame. Senza estendere l'osservazione di un caso singolo a legge generale, pu servire esso caso a indizio di ci che allora accadeva: lo Scribe, l'Augier, il Dumas, con l'arte abilissima di tutt'e tre, moralmente eletta nel secondo, acutamente filosofica nel terzo, relegavano ne' teatri di terzo e di quart'ordine le reliquie di un teatro spettacoloso che risaliva a' primi del secolo diciannovesimo, e conquistavano i teatri migliori pel nuovo repertorio francese, cacciandone via la tragedia classica, ormai anch'essa decrepita, e la tragedia neoclassica e romantica che pur avrebbero potuto, con qualche accorgimento, restarvi utilmente.
Guglielmo Shakespeare, per opera di Ernesto Rossi, della Ristori, del Salvini, ottenne finalmente udienza e favore; ma forn piuttosto pietre di paragone al raffronto di un artista con l'altro, che fiamma viva a infiammare, come era degno, le fantasie.


 3.
 
Vi tedierei inutilmente enumerandovi ora anche soltanto i principali dei drammi in versi che furono applauditi negli anni di cui sto parlando: nulla, dopo quegli applausi, dovuti per massima parte ad attori eccellenti, ha retto a lungo sulle scene, nulla ne  letto oggi da chi non faccia professione di logorarsi gli occhi sulle stampe dimenticate.
Che importa, per esempio, a voi di Aroldo il Sassone di Napoleone Giotti? Era il suo primo lavoro, nel 1846, e lo dedicava al Niccolini: piacque, e tre sere fu dato nel teatro del Cocomero, che ancora non si onorava del nome di lui. E che v'importa della sua Monaldesca? Al Guerrazzi la dedic il Giotti nel 1853, e furoreggi: Adelaide Ristori, che ne resse la parte principale, non  difficile credere che ne dov trarre effetti mirabili; ma cosa pi pazza (sia detto col debito rispetto alla memoria di quel pover uomo, morto di recente) non credo facile immaginarla, n verseggiarla con peggiore rettorica romantica in pi rimbombanti endecasillabi. Un po' dell'Hernani e un po' della Beatrice Cenci vi si mischiano nell'azione di un Leonello che, per vendicare un fratello ucciso da un marito geloso, si fa amare dalla moglie di lui, la fa complice dell'assassinio col quale lo toglie di mezzo, e poi le sghignazza in faccia che non l'ha amata mai e non l'ama. Tutto questo con balli mascherati, usci segreti, temporali, e canzonette sulla mandla.
E meno v'importa, credo, dei drammi di Giuseppe Pieri, e del Francesco Guicciardini, del Dante Alighieri, della Beatrice Cenci, di Pompeo di Campello. Neppure il Nerone del Cossa valse a far rammentare dai critici il Nerone Cesare di lui: mentre invece richiam l'attenzione di qualcuno al Paolo di Antonio Gazzoletti, gentil poeta ma un poco sbiancato e freddo, come lo defin il Tenca a ragione.
Il Gazzoletti e Antonio Somma (di cui la Parisina, del resto, era uscita nel 1835), e Giulio Carcano ed Ermolao Rubieri, meriterebbero, nella storia di questi tempi, almeno qualche parola. Un Arduino del Carcano sarebbe, per esempio, da raffrontare con l'Arduino d'Ivrea di Stanislao Morelli, che Tommaso Salvini impront della sua gagliardia e fece tanto applaudire, costringendo (gli scriveva l'autore riconoscente) il pubblico a inchinarsi ad un ragazzo come innanzi ad un gigante. Ma si tratta, insomma, di opere morte da un pezzo e sepolte; gli ultimi guizzi furono esse di un genere destinato a spengersi, in quelle forme, per sempre.

Veniamo a ci che fior, o almeno era degno di annunziare una primavera nuova.
Vincenzo Martini, padre di Ferdinando, fu dei primi a tentare una forma che la necessit del presente e i modelli francesi concordasse con la tradizione italiana. Nel carnevale del '53 Adelaide Ristori ne di La donna di quarant'anni; cio la marchesa Malvina; che fin dai cenni dell'autore sui personaggi suoi ci  presentata con "tutta la squisita ricercatezza di vesti e di modi cui si affida una donna elegante sul declinar dell'et." In quell'anno stesso Il misantropo in societ, dove il cavalier Maurizio, a soli ventisette anni, si veste e si atteggia elegantemente, ma ha modi riservati e severi, in curioso contrasto con quelli dello zio marchese Riccardo, che, verso la settantina, mantiene una fresca giovialit. L'anno dopo, Il cavalier d'industria, un tipo d'avventuriero vivamente raffigurato in mezzo al moto d'una societ viva di gentiluomini e di speculatori. "Io avr torto (scriveva il Martini) ma ho per articolo di fede in arte drammatica che la commedia debb'essere il quadro della societ e dei costumi: quindi abborro dai grandi colpi di scena, dalle commedie a grande interesse. Chi vuole di questa roba avr ragione, ma non vada al teatro quando si recita una commedia mia. Il tempo decider chi sia sulla vera strada. Io sono convinto (lo dico senza falsa modestia)  di essere nel buon cammino, e se casco, come casco pur troppo, egli  per debolezza delle mie gambe, non per avere sbagliata la via."
Suo figlio Ferdinando, cui la carit filiale non offusc l'occhio acuto del critico, riconoscendo che Vincenzo talvolta si ferm alla superficie senza approfondire l'osservazione nell'intimo dei costumi e degli animi, ebbe piena ragione a lodare, specie nel Cavalier d'industria, la larghezza almeno di quella osservazione, e ben pot compiacersi di rammentare che Paolo Ferrari gi ormai celebre scriveva all'autore di quella commedia: "Voi siete l'ultimo a cui ho detto che vi riguardo come maestro; e perch l'ho detto a tanti altri che neppur vi conoscono fuor che per fama, mi dovete pur permettere di ripeterlo anche a Voi." Peccato che poco egli desse al teatro; e peccato che altre cure ne abbiano via via distratto il figlio suo, cos pronto e destro osservatore e analizzatore, e cos elegante ed arguto maestro del dialogo.
Non mi fermo su David Chiossone che fe' piangere molto; e trascuro, affrettandomi, anche Giuseppe Vollo, veneto, cui, dopo un tremendo dramma in versi La famiglia Foscari, del 1844, nel '55 una certa opportunit dell'argomento e la bravura della Ristori fecero applaudire a Torino I giornali, amarissimo dramma in prosa pi tragico che satirico. Li metto da parte perch, dopo il garbo  del Martini, quando insistessi sul Chiossone e sul Vollo, al quale del resto non manc la forza d'un alto concetto, troppo parrei disposto alla censura e: Che serve, direste, incrudelir coi morti?
Alla Toscana ci richiamano le prime prove di Luigi Alberti, che nel '58 raccolse i suoi Studi drammatici, dove nulla  pi che mediocre, ma il mediocre non  almeno di cattiva lega. Val troppo meglio di lui, Tommaso Gherardi del Testa. Poco ormai, e assai di rado, se ne rappresenta; e Il vero blasone, Oro e orpello, Moglie e buoi dei paesi tuoi, La vita nuova, che sono le migliori commedie di lui, escono dal limite cronologico di questa lettura: oggi (m'insegna Piero Barbra, amico suo ed editore postumo) si vendono alcune di quelle tenue azioni, schiettamente dialogate, solo come libri su cui in Inghilterra s'insegna la buona conversazione italiana: il che, per lo meno, conferma una stima nobilmente meritata e saldamente fermata. Cominci a mettersi innanzi nel '46; nel '48 combatte, fu prigioniero; tornato, si pose a rappresentare, non di ardite linee n di colori vivaci, ma di paziente e corretta matita, la societ toscana che si vedeva intorno, cio la borghesia quieta e un po' gretta. Non  risata la sua,  appena un sorriso; ma non vi stanca ne nausea mai.  una verit piccina la sua; ma  verit.
Se il bravo Luigi Suer avesse, dopo le prime  prove felici, seguitato l'esercizio del fare, in cambio di restringersi a quello del consigliare gli altri, con drittura e con sagacia, quanto volentieri vi parlerei, a questo punto, di lui, che tanto prometteva! Ma mi conviene tacerne anche perch l'opera sua si svolse da Spinte o sponte a Ogni lasciata  persa, dal 1860 in poi.
Due sovrastano: Paolo Giacometti e Paolo Ferrari. Il Giacometti ebbe dalla natura una forza drammatica come pochi; e lavor indefessamente come pochi. Nato nel 1816, si di giovanissimo al teatro, seguendo le compagnie e scrivendo durante pi anni, per centoventi svanziche al mese, cinque sei lavori ogni anno; onde ottanta fra commedie, tragedie, drammi! Quando nell'82 mor, poteva vantarsi non tanto di avere scritto cos in fretta, quanto di avere, anche in quella corsa, rispettato s stesso e l'arte. Nel 1841, per esempio, diede Un poema e una cambiale, Cristoforo Colombo, Il poeta e la ballerina, Quattro donne in una casa! cio del cattivo, del mediocre, del buono, non del pessimo. La morte civile, che anche oggi, rappresentata dal Novelli, ci commuove,  del 1861; la pose in scena, a Fermo, Cesare Dondini. Successore di Alberto Nota come scrittore nella Compagnia Reale Sarda, gli fa perfetto contrapposto; quegli un grave impiegato, questi un artista vagabondo: e, del pari, quegli compassato e monotono, questi  multiforme e diseguale. Quanto a potenza di fare, non  possibile tra i due neppure il parallelo; ma per la felicit dell'esecuzione, come al Nota avrebbe giovato la mano rapida e audace del Giacometti, cos al Giacometti un poco almeno della correttezza e agghindatura del Nota. Nondimeno, abbia pure parecchi difetti e sieno gravi, La morte civile offre scene mirabili. E nella storia del nostro teatro al Giacometti non potr non spettare un luogo notevole anche perch, prima di Paolo Ferrari, per due o tre decennii fu egli l'unico che avesse sortito dalla natura tutte quante le doti precipue che fanno il drammaturgo intiero; il senso del comico e del tragico insieme, il movimento dell'azione e del dialogo, la virt del riconnettere le parziali osservazioni a un concetto superiore.
Di questo ultimo pregio Ferdinando Martini gli fece un'accusa; perch a lui, nel teatro, non sembra un pregio. Discorrere di ci con lui  attribuire a lui la vittoria e a s la sconfitta, perch pochi sono cos destri dialettici e cos arguti ragionatori: se non che, dentro me, rimango dell'opinione mia, e concedendo che una tesi, per eccellente che sembri agli occhi del moralista o del sociologo, non rese mai n sia mai per rendere buono un dramma male ideato per l'arte, sempre pi con gli anni son venuto nell'opinione che si onora del Manzoni e del Mazzini, quanto all'essenza etica che deve costituire quasi direi l'anima onde le membra del dramma si agitano vitali. Poco importa, pel giudizio dell'esecuzione, se la tesi sia o no giusta in s; basta che giusta la creda chi la sostiene: in tale sua fede  il calore che dalla mente dell'artista passa nell'opera sua e la fa sorgere e muovere.
L'amore delle tesi nocque, non  dubbio, a Paolo Ferrari nell'ultimo svolgimento del suo teatro: ma la colpa non fu di esso amore, fu della maniera di costrurre il dramma sopra una tesi prestabilita, in cambio d'incarnare un concetto morale nei personaggi organicamente. N dir concetto morale  lo stesso come dire tesi; e la vita rappresentata con onesta schiettezza porge sempre da s medesima un insegnamento, tanto meno volgare quanto pi acuta e profonda sia stata l'osservazione.
Del Ferrari, al quale spetter, io credo, un'intiera lettura nella serie che la benemerita Societ vorr forse darci l'anno venturo, non ho tempo di parlarvi come egli si meriterebbe; tanto gi nei primi anni del suo lavoro drammatico fece di bello e di buono. Non  molto che Giovanni Sforza ha edito e, come egli sa, illustrato Baltromo calzolaro, una commedia in dialetto di Massa che il Ferrari compose in quella cara citt nell'inverno del 1847-48, padroneggiando non pur quel dialetto, ma altres,  di primo impeto (come accade solo alle nature generose), il palcoscenico. Il Goldoni riviveva in quel giovane venticinquenne; il Goldoni delle Baruffe e del Campielo, stupendo fotografo della vita popolare. In alcune scene Baltromo calzolaro  cosa perfetta. Ma curiosit singolare gli viene dall'esservi gi dentro il nucleo anche di quel marchese Colombi, di gioiosa memoria, che avr poi tanta parte in La Satira e Parini. Perch il Ferrari tendeva intorno a s l'occhio e l'orecchio; e non altrimenti notava gl'ingenui costumi ed affetti del calzolaio ubriacone, che gli spropositi del violinista Filippo Chelussi, marito d'una marchesa, e fattosi mecenate di bande cittadine. Bartolommeo, ne' fumi del vino, esclama, come aveva fatto pi d'una volta costui, e come far il marchese Colombi: - Oh! Tasso! oh! Tasso! io resto attonito e non posso attribuire. -
Innanzi di lasciargli rappresentare il suo grande emulo nella pittura de' costumi, Giuseppe Parini, volle il Goldoni dal suo discepolo Ferrari l'omaggio d'una commedia: e nel 1851 gli fece suggerire da un amico di leggere le Memorie sue. Queste inspirarono la commedia famosa in cui rivissero e il Goldoni e la sua Nicoletta e i gentiluomini e i critici veneziani del 1749 in una tale snellezza di scene e di dialogo, in una tale intima ed esterna comicit, che poche commedie nostre  possono certo starle a pari. Donde scappassero fuori questa, esuberante di vita e di forza comica, e due o tre altre commedie del Ferrari rigogliose e promettenti, si chiese il Carducci, e rispose che non si saprebbe ben dire. E se il Carducci non lo seppe, davvero non posso dirvelo io. Fatto sta che doverono cooperarvi e infondervisi, alcun che dell'anima stessa del Goldoni assorbita dal Ferrari su dai volumi delle Memorie, l'indole nativamente comica di lui, alcun che degli esempii recenti francesi e italiani che ho accennati sopra. Resta a ogni modo dinanzi anche a me, non solo quell'"irreducibile" che gli estetici confessano a malincuore nell'analisi di qualsiasi opera d'arte, ma altres un piccolo problema di critica storica che metterebbe il conto di tentare quando, non foss'altro, ne avessimo oggi il tempo e fosse questo il luogo pi adatto.
Una poltrona storica  del 1853, La satira e Parini  del 1857, La medseina d'onna ragazza amalda, in modenese,  del 1859. E come del Baltromo calzolaro si ebbe poi la riduzione in lingua letteraria (troppo letteraria) nel Codicillo dello zio Venanzio, cos la vispa commediola modenese dov adattarsi all'italiano nella Medicina d'una ragazza malata. L'aver maneggiato i dialetti giov, comunque sia, al Ferrari, per la realt dell'azione, per la vivezza del dialogo: ch il raccostarsi al popolo, come d forza per tanta parte della vita sociale e morale, cos anche per la vita artistica porge utili consigli e una vigoria schietta e fresca. La satira e Parini, se non vale forse quanto Goldoni e le sue sedici commedie, rest bell'esempio di commedia storica in versi, e ha gettato nella memoria di tutti un personaggio, il marchese Colombi, co' suoi proverbiali spropositi.
Il resto dell'opera del Ferrari non tocca a me accennarlo; e lascio ben volentieri che altri, dopo queste sue prime e bellissime prove, lo studii, come si conviene, l'anno venturo, mostrandocelo nei pregi e nei difetti: principe, per anni parecchi, della scena italiana.


 4.
 
Se non tutto buona, dunque, ma curiosa e promettente, e nel Ferrari pi di una volta quasi perfetta, fu la produzione drammatica dal 1848-49 al 1861, gi ci  qua e l apparso che gli attori valsero allora quasi sempre pi degli autori: onde, mentre le nostre tragedie e commedie non varcarono le Alpi, li varcarono essi con la fama e con la persona loro, e seppero vincervi aspre battaglie, con vittorie onorevoli alla patria oppressa. Dopo il De Marini, Gustavo Modena; dopo Francesco Augusto Bon, Cesare Dondini e Cesare Rossi; dopo la Internari e la Pelzet, Adelaide Ristori; e con la Ristori, Ernesto Rossi e Tommaso Salvini.
Senza porre odiosi e impossibili raffronti, tutti convengono nella eccellenza e preminenza del Modena. Una mente come egli ebbe, e la dimostrano anche oggi le lettere sue; un animo quale egli ebbe, di patriotta, e lo dimostrano i casi della sua vita; un cuore, quale egli ebbe, di uomo, e lo dimostra l'indomabile amore della giovinetta svizzera che, lasciando gli agi della vita paterna, volle seguirlo su' palcoscenici e nelle campagne di guerra, e fu compagna sua sempre innamorata, e fu per lui innamorata dell'Italia, non mai stanca nel servire i feriti delle nostre battaglie; mente, animo, cuore, cio un tutto indivisibile di singolare altezza, erano troppo pi di quel che occorresse a un attore drammatico. E il Modena fu apostolo e milite di libert non meno che attore. A lui attore scriveva reverente il Manzoni; a lui oratore eloquente nella Assemblea toscana, cui Firenze lo aveva eletto con oltre diecimila voti, non so se applaud, ma certo consent trepidante di commozione, la maggior parte di quel consesso.
Il racconto del come egli rappresentava il Saul non  un aiuto critico, come pochi ne abbiamo, per intendere meglio quella nobile figura dell'Alfieri? E a leggere come declamava dell'Adelchi la narrazione del diacono Martino traverso le Alpi,  facendo sentire la solitudine enorme delle valli, e aprirsi al sole sorgente con un crepito i coni silvestri de' pini; a leggere come declamava Dante, traendo dal verso possente gli effetti che noi vi rintracciamo, ohim, con la critica paziente; ci riempie anche oggi di stupore.
Ma egli era nato nel 1803, e la sua figura, voi lo vedete, esce quasi dal quadro commessomi.
Vi rientrano gli altri, il Rossi, il Salvini, la Ristori. Del Rossi solo, perch morto, mi  lecito parlarvi un po' a lungo; ed anche perch egli fu ed  il pi discusso dei tre. N Tommaso Salvini n la marchesa Capranica Del Grillo hanno davvero bisogno delle mie lodi, e baster loro, se leggeranno queste pagine, che sappiano come anch'io, con molti di voi, o signore e signori, ho ringraziata la sorte dell'avermi concesso il piacere di ammirare almeno nel tramonto quegli astri che raggiarono fin dal sorgere di tanta luce, e che splenderono cos possenti nel pieno meriggio.
Il Rossi, io credo, valse meno di loro: ma forse ebbe pi merito a levarsi l dove si lev, perch mosse di pi basso, e si fece con ardore e costanza la via tra ostacoli che essi non ebbero a superare. Basta leggere le memorie nelle quali egli, narrando i suoi Quarant'anni di vita artistica, si rappresent cos al vivo come avrebbe potuto farlo in uno de' drammi che gli piacevano tanto, per  sentire la verit di tale mia affermazione. La miseria, la vanagloria infantile, gli studii frettolosi, talvolta le stesse qualit sue gli nocquero; eppure fu e si mantenne a lungo un attore grande. Guardatelo nei principii, quando a Foiano nel 1846 deve fare da Paolo nella Francesca da Rimini, e non ha neppure un po' di vestito: "Aprii il mio bauletto, e dissi a me stesso: - Su, signor abate, pensi, immagini, e trovi qualche cosa per vestire il signor Paolo da Rimini! - fruga, fruga, esamina, trovo un paro di mutande di lana rosse: benissimo! ecco le maglie! un paio di brodequins, ecco le scarpe; ma erano scarpe moderne, e bisognava dar loro una foggia antica: trovo due pezzi di cartone, li taglio a forma di barchette, li cucio e impasto insieme, con della tinta da scarpe li lucido: ed ecco fatto la sopra scarpa! - ma il vestito? - Aveva una giacchetta di velluto nero! ecco il sottabito. - Con uno scialle di falso Cachemir, che la mia povera mamma mi aveva dato per coprirmi dal freddo nel viaggio, faccio una specie di pianeta, tale e quale i preti portano in chiesa per dire la messa: ecco la pazienza. - Alla mia berretta da viaggio, che era di panno nero, levo il tettino, ci metto una penna d'oca: ecco fatto il berretto. - Cos vestito, Paolo se ne venne da Bisanzio e dalle guerre sante, disse la bella apostrofe all'Italia, ed il pubblico and in visibilio."

Cos fece poi sempre: and innanzi senza mai timori; baldanzoso, mise il piede, occup. Ci che meno in lui mi piacque, un certo tal quale istrionismo, le Memorie mostrano che fu una parte cos integrante dell'indole sua, che, senza di esso, non avrebbe potuto mai fare quanto fece. - Faccia franca! -  uno de' suoi motti preferiti; e sarebbe cattivo motto per la vita; ma sul teatro riesce opportuna la prontezza dello spirito.
La Ristori lo ebbe compagno nel 1855, e nelle Memorie dell'uno e dell'altra  compiacenza leggere le lodi reciproche per quelle vittorie contro le gelosie della Rachel, su cui l'attrice nostra ottenne gli onori tanto come attrice quanto come gentildonna: e il Rossi sentiva un po' di onesta gelosia pel trionfo di lei che la aveva seguita contro il consiglio del suo maestro, il Modena. Ma a questo punto del suo racconto rompe in parole che gli sgorgano dal cuore, e fan bene a rileggerle:
"Io stimai sempre la Ristori, l'ammirai sin da giovinetto... pi volte mi presi a dispute e battibecchi con critici e pubblico, per difenderla imparzialmente dagli attacchi ingiusti, severi o avventati: l'amai anche come donna, senza mire o scopi indiretti: le fui sempre devoto, e non voglio neanche oggi dirle con la mia penna quanto mi fece soffrire. Ella dimentic, che io era giovine pi di lei: che, entrato nell'arte con tutte le illusioni di una anima non corrotta (che per me tutto era color di rosa e poesia), me ne era fatto un ideale di perfezione: che l'invidia, la maldicenza, l'orpello, l'ipocrisia, erano per me cose ignorate: che la verit, quella verit che non offende, ma che stabilisce i fatti e chiarisce le posizioni, fu sempre la mia guida: che amava io pure di farmi strada, di progredire, di diventare un grande artista come lei; e come era pronto a stenderla, io pure desideravo una mano che mi sollevasse, un braccio che mi sostenesse. Ella nell'ebbrezza della sua felicit non scese nel suo cuore, e glielo perdono per la sua grande arte, che ammirai e ammiro sempre in lei anche oggi, bench sia vecchia e finita come taluni dicono: ma  tal fine, che potrebbe essere principio a molte e molte attrici, le quali si vollero chiamare di lei maggiori. Povere stolte! e pi che stolte, impertinenti!"
La Rachel, andata a sentire la rivale, non ci resse, e al terzo atto della Mirra, afferrando per un braccio il suo cavaliere, se lo trascin via fuor del palco e del teatro: la Ristori, quando la Rachel, il giorno dopo, aprendo una pericolosa gara, annunzi il suo ritorno sulle scene con la Fedra, prese un palco, ascolt attenta, tranquilla applaud.
Aveva ragione dunque il ministro di Sardegna nel fare un brindisi a quegli attori italiani che allora  a Parigi cos avevan fatto, diceva egli, pi assai che una bella rappresentazione d'una bella tragedia.


Signore e Signori,

Nel 1855-56 i due fratelli De Goncourt percorrevano l'Italia pigliando qua e l curiosi appunti con la penna e con la matita. L'impressione conclusiva del loro libro fu questa: "Finale. Pulcinelleria universale di tutto quanto il popolo napoletano, mascherato da Pulcinella, in atto di brandire fantocci di pasta da maccheroni, e che con l'altra chiede la buona mano ai forestieri."
Mentre il Piemonte si preparava a combattere insieme con la Francia, virilmente trattando le armi per l'Italia; mentre l'Italia tutta, a chi l'avesse osservata con occhio pi acuto, sarebbe apparsa un enorme focolare dove le ceneri mal nascondevano la brace ardente; quegli attori a Parigi ci vendicavano dall'oltraggio immeritato: e lode sia e gratitudine a loro.



LA SINCERIT NELL'ARTE. (l'arte dal '48 al '61).
 
CONFERENZA DI UGO OJETTI.


Un anno fa, Signori, io vi descrissi la vita dell'arte italiana fino al '48. Il '48, lo ripeto,  per noi una pietra miliare donde non solo una nuova politica si parte, ma anche una nuova arte pi libera e pi franca sotto il sole. Nel 1843 Gioberti aveva pubblicato il Primato. nel 1844 Balbo le Speranze d'Italia, e d'Azeglio - il romanziere e il pittore d'Ettore e di Ginevra - aveva lanciato l'opuscolo sui Casi di Romagna subito dopo i moti di Rimini e di Bagnacavallo, il quale opuscolo  ancora mite e quasi dottrinario rispetto al famoso libro sui Lutti di Lombardia. Egli  ferito a Vicenza. Succedono le cinque giornate di Milano, la difesa di Venezia, la difesa di Roma; Guerrazzi e Montanelli vogliono stabilire la Repubblica a Firenze; Mazzini, a Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio accetta d'essere il Ministro per la pace, e da quel giorno  ecclissato dal genio lentamente audace di Camillo Cavour. La scuola liberale lombardo-piemontese, cui egli e Pellico e Manzoni appartenevano,  e di cui, come fissa il De Sanctis, Balbo era il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore,  sconfitta a Novara dalla scuola mazziniana democratica che col Campanella a Genova, col Farini in Romagna, col La Farina in Sicilia, col Guerrazzi in Toscana, con Carlo Poerio a Napoli aveva direttamente e indirettamente fatto il '48 e lanciate le insurrezioni.
Quella, volendo lasciare la societ alle sue forze naturali perch riescisse al progresso, respingendo ogni idea di violenza sia che la violenza scendesse dall'alto, sia che salisse dal basso, non aveva agitato che idee generali e larghe astrazioni, e, sopra tutto, era stata misurata e composta. Misurate e composte erano state le classi dominanti, finch essa le aveva dominate. Misurate e composte, come abbiam visto insieme l'altr'anno, erano stati gli artisti, che solo da quelle classi traevano danaro ed onori. I pi franchi sostenitori di quella scuola, come il d'Azeglio, dichiaravano che la tirannide interna premeva poco, che l'importante era fare l'Italia, con la libert se era possibile e, se no, anche col dispotismo. La scuola democratica, invece, proclam con voce s alta che ne tremarono i troni dei principi italiani in apparenza pi amati, che se gl'individui non sono liberi,  inutile che sia libera la patria.
La libert degli individui! Questa era stata la vera rivoluzione del romanticismo di Francia e di Germania, del romanticismo che i federalisti e i pietisti d'Italia erano riesciti, sul vecchio esempio dello Chateaubriand, a mascherare da guelfo fino al 1848. La libert degli individui, il diritto alla emancipazione assoluta dell'io, il diritto alla passione e alla originalit! Questa era nelle arti la vera essenza del romanticismo, che Rousseau aveva sognato senza dargli un nome, che Goethe aveva dichiarato nel Werther, che Byron, Shelley, Hugo, Vigny, Musset, Lamartine e il primo Heine avevano gridato e cantato in tutte le loro opere sfrenatamente liriche, recando pel mondo sulla mano i loro cuori rossi e fumanti come fiamme.
Non posso qui mostrare come la contraddizione fra l'idealismo lirico individuale e romantico del Mazzini letterato e la collettivit dell'arte predicata dal Mazzini uomo politico, nascosta da lui con grandi sottigliezze logiche e con qualche onda retorica e considerata dai suoi critici insanabile oggi, invece alla luce dell'esperienza e sotto l'esame dell'estetica psicologica possa dirsi sono apparente. Oggi a me basta indicare che nel 1848 soltanto - nell'anno taumaturgo, - come disse il dall'Ongaro, vien per la prima volta in Italia dichiarata la necessit della libert politica degl'individui dentro una patria indipendente, e vien perci per la prima volta instaurato nell'arte il diritto alla sincerit.

Fino allora i nostri romantici avevano avuto la frenesia di piacere, di piacer subito e di piacer molto, rendendo attraenti le pene umane col respingerle verso il passato, rendendo attraente la figura umana col correggerne i difetti e svisando cos nella spontaneit d'emozione, quella violenta istantaneit di visione che avevano gi dato alla vera poesia romantica nel 1829 le Mditations di Lamartine e alla vera pittura romantica nel 1822 la Barca di Dante di Delacroix. Non aveva lo stesso Manzoni nel 1823 confessato nella famosa lettera al marchese Cesare Taparelli d'Azeglio che "bisogna scegliere argomenti pei quali la massa dei lettori ha una disposizione di curiosit e d'affezione"? La nuova libert non comander agli artisti e agli scrittori questa premeditata servilissima scelta: ma essi vedranno che solo in quanto saranno sinceri, anzi quanto pi riesciranno a esser sinceri, tanto pi ritroveranno nel loro pubblico ossia nel pubblico simile a loro, un consenso d'applausi. E cos, mentre in quell'altra arte fatta deliberatamente per piacere, la mortalit delle opere sar grande e veloce, in questa nuova arte sar in ragione inversa della sincerit dell'artista.
Un artista solo in Italia aveva prima d'allora, ostinato, austero e sdegnoso, posto a norma della sua vita e delle sue opere questa sincerit: il vostro Lorenzo Bartolini che nel mio discorso dell'altr'anno abbiamo con entusiasmo glorificato insieme. Dopo lui, nel periodo che descrivo adesso, due altri scultori difendono la nostra gloria artistica nel terribile schiacciante paragone con gli stranieri: ancora un toscano, il Dupr, e un ticinese, il Vela.
Basta confrontar i ritratti di questi due grandi, per intendere tutta la differenza dell'animo loro: Giovanni Dupr scarno, pallido, nella tarda et quasi diafano in volto, con la barba morbida precocemente canuta, coi capelli lisci pettinati all'indietro e un po' lunghi alla Mamiani, col naso prominente tagliente, cogli occhi a mandorla gentili, bonarii e sorridenti sotto le sopracciglie morbide e lunghe, con le labbra sbianche e sottili sotto i baffi pi rari, - Vincenzo Vela rosso, valido, olivastro, col volto largo allungato dalla folta barba fulva, col naso piatto donde dalle due pinne partono verso le labbra due solchi profondi, con la gran fronte convessa e l'arcata ciliare come gonfia sopra gli occhi neri, lucidi, severi e meditabondi; quegli fatto per sorridere e per accogliere con affabilit, questi fatto per tacere e per soffrire anche al culmine dell'attivit della gloria; quegli dolce e sereno come un bambino, ansioso e nervoso davanti a ogni ostacolo, questi austero e violento e muscoloso, precocemente virile e pronto all'azione come il suo Spartaco; l'uno come il suo Abele pi degli altri pensoso che di s stesso, l'altro raccolto nei  suoi vasti pensieri e nei suoi sentimenti profondi come istinti; l'uno timido nel lavoro del marmo e prudente, l'altro leonino nell'assaltar la pietra per cavarne i suoi sogni nascosti, impetuoso come un amante che strappa i veli e misura il tempo dal battere del suo cuore gonfio di passione come una mara sotto la luna.
S, Giovanni Dupr fu un mite. Basta leggere i suoi Ricordi, delicati, patetici, toscanamente arguti. Nel folto della famosa disputa bartoliniana se un gobbo fosse o no degno soggetto d'arte, egli ancor giovane rest in disparte per modestia; cap che pel gran Bartolini lo studio del vero anche brutto era - son sue parole - "un puro esercizio di copia, che  quanto dire il mezzo per giungere all'arte, o, com'egli diceva, tenere le redini dell'arte, e che il male si era, che molti, scambiando il mezzo col fine, correvano al precipizio." Acuta e limpida osservazione in cui nessun critico sereno ha poi trovato una virgola da mutare. Ma egli era un sensibile e non aveva la ferrea dirittezza del caposcuola, quella costanza e quell'unit di mente che ci fanno apparire tutte le opere del Bartolini o del Vela come tante sillabe d'una parola sola. Egli nel '42 aveva finito di modellare quel suo dolce Abele morente col perdono negli occhi e con l'agonia per tutto il leggiadrissimo corpo, fin nelle chiome femminee che sembrano madide di sudore mortale. Ma gi l'anno seguente, quella disputa dall'Accademia fiorentina diffusasi per tutti i circoli dell'Italia centrale e su tutti gli album artistici - come ancora per lo pi si chiamavano i pochi periodici d'arte - tanto gli aveva occupato la mente e affannato il cuore, che egli finiva celeremente il suo Caino opera cos voluta, cos innaturale all'anima sua, che l'insuccesso palese ne fu da qualche maligno fissato nel motto che questa volta Abele avea ucciso Caino, non Caino Abele. Della quale affermazione  persuaso chiunque nella sala della Stufa a Palazzo Pitti confronti i bronzi delle due Statue. E lo stesso errore fu dallo scultore ripetuto, quando volle eseguire il monumento a Cavour per Torino, egli che non aveva muscoli per la lotta all'aria aperta, e quando scolp la statua di San Francesco cos inutile e inespressiva nel suo piccolo candore l su la piazza d'Assisi di contro all'alta austera facciata romanica della cattedrale colore del ferro, - perch altra febbre d'ardore fu veramente in Francesco, un ardore tanto pi attivo e pi combattivo di quella reclina rassegnata umilt di rinuncia!
Ma per la sua gloria un'altr'opera fin dal 1863 il Dupr aveva compiuta: un'opera che  forse la sua maggiore, perch in essa egli ha potuto concentrare tutta la sua tenerezza composta e un po' mistica, tutta la sua passione mai violenta e teatrale, ma forse perci tanto pi sincera e profonda e potente, come un timoroso amore che non riesce a trovar la voce per confessarsi: parlo della Piet che  al cimitero della Misericordia a Siena, poco oltre quella chiesa di Sant'Agostino, che contiene il suo gelido Pio secondo. La Vergine  genuflessa sulla gamba sinistra; sul suo ginocchio destro rialzato e drappeggiato da pieghe molli stanche cadenti si appoggia con tutto il dorso il Cristo morto che ha la testa reclina e le due gambe distese sul piano del marmo. Aperte le braccia, smunte le gote, schiusa nello spasimo silenzioso la bocca, di sotto il manto che la schiaccia e l'adombra, come un dolore visibile, ella si china verso la faccia della morte, verso la fredda faccia. Tutto il figliuolo diletto sulle cui mani e sul cui costato si schiudono le cicatrici delle stimmate donde sprizz col sangue una luce di sole sul mondo, ella accoglie cos nel suo grembo, ella ripara sotto il suo manto; e le braccia di lei, che accompagnano pi in alto la linea delle braccia di lui abbandonate dalla vita, non osano toccarlo, sebbene le due mani si pieghino gi alla carezza materna. Par che la madre aspetti da quel suo figlio che  Dio il prodigio, il prodigio di un'ultima parola, d'un ultimo sguardo, d'un bacio. E il bianco dramma si profila sul marmo grigio del fondo, e ogni muscolo e ogni piega commentano con una parola precisa l'elegia ansiosa dei due volti: uno morto d'amore, l'altro vivo di pena.

Oh non si dica che questo patetico, solo perch mai volgare, non abbia studiato e compreso il vero quanto i pi frenetici e pettegoli veristi! Egli che quando prima espose l'Abele fu accusato di averlo formato sul vivo, egli che anche in un lavoro ornamentale come il piede alla famosa tavola delle Muse di Palazzo Pitti riesc nelle figure e nelle allegorie delle stagioni a vivacit fresche come quelle d'un quattrocentista, egli che a Roma os chiamare il Tenerani trionfante un "timido amico del vero," egli che dolorosamente si stupiva di udir dall'Overbeck nazareno l'eresia che i modelli, ossia il vero, uccidono l'idea!
Il Vela, l'ho detto, fu al paragone un impetuoso. Venir a parlar di lui dopo il Dupr pu quasi sembrar artificio di contrasto retorico, par di passare da un fresco giardino odoroso dentro una cupa selva che stormisce con un romore d'oceano.
Da Ligornetto nel Ticino ansioso di novit e di lavoro a Milano, dove il '36 la Fiducia in Dio del Bartolini mandata alla galleria Poldi Pezzoli gli rivela l'avvenire; da Milano a Roma, povero e solo, a modellare in una soffitta lo Spartaco mentre il Minardi pittore squallido e il Tenerani scultore prudente tengono tutti gli onori; da Roma nel '47 nuovamente nel Ticino per la guerra del Sonderbund e poi dal Ticino gi in Piemonte tra i volontari italiani a sognare il gran sogno e a guardar in faccia la morte: dopo Novara a Milano a finire pel Litta lo Spartaco, a Lugano ad erigere un altro simulacro di libert, il Guglielmo Tell, da Milano, rifiutata fieramente agli Austriaci la nomina di professore all'Accademia di Brera, a Torino accettando quella di professore all'Albertina; superbo di modellare per piazza Castello l'Alfiere colossale che Milano dava, come un giuramento, al Piemonte; poi scultore del Carlo Alberto, del Dante e del Giotto e di quel Cavour che in mezzo al tumulto frenetico della Borsa di Genova pare col nobile volto e il calmo gesto rammentar a tutti gli energumeni attorno la felicit della patria non esser fatta solo dall'oro; ancora pi epico del Manzoni col Napoleone morente, infine egli chiude la sua vita agitata ed indomita modellando l'alto rilievo delle Vittime del lavoro, rude e tragico monito dell'avvenire!
Avete voi nella memoria il Napoleone morente? Quella ancor salda figura seduta sulla larga sedia col cuscino che fa da sfondo fino a met della testa, con quella grave coperta sulle gambe che facendo una massa sola della parte inferiore della statua concentra lo sguardo dello spettatore nella fissa faccia, nella mano contratta sulla carta d'Europa, nel petto che s'intravvede sotto la camicia semiaperta quasi che il respiro mancasse alla bocca imperiosa? Il solco profondo a mezzo il mento, i due segni netti ed ombrati pi agli angoli delle labbra sottili serrate, il naso aquilino, i due ponti dell'arcata ciliare diritti a sostenere la gran fronte, e in mezzo alla fronte quella ruga che forse  di pena ma sembra di minaccia, tutto contribuisce a dare a quel volto terribilmente imperioso pi che il solenne segno della morte vicina la luce divina dell'immortalit, tanto che - al dire d'un contemporaneo - "il fitto cerchio di persone d'ogni ceto, d'ogni et, d'ogni lingua che gli stava dattorno, faceva come avrebbe fatto dinanzi all'imperatore ancor vivo, dinanzi all'uomo dalle cui mani fosse sfuggito, s, l'impero del mondo, ma potesse ancora riprenderlo."
Lo so: da critico diligente io devo rammentarvi che il Vela, al verismo del Bartolini, aggiunse la sincerit nel ritrarre sui corpi le vesti spesso goffe dei suoi contemporanei, tanto che sul suo esempio, e massime per opera d'un suo ammiratore, Santo Varni, da venti o trent'anni il cimitero di Staglieno va divenendo una collezione di orribili ineleganze, una storia volgare di tutte le pi stupide mode di vestiti maschili e femminili dal '60 in gi. Devo anche dirvi che molti dei suoi somigliantissimi ritratti - da quello del Carloni a Lugano, da quelli del Gallo e del Balbo e delle due Regine a Torino fino a quelli del Grossi e del Piola nel cortile di Brera a Milano - sono stati accusati di essere poco espressivi, sebbene a me paia che nessun moderno lo abbia raggiunto nel trattar con diversa mano le diverse materie, e le carni e i capelli e le vesti e il cuoio e i lini. Ma qualunque critica vi proponga, un solo e massimo vanto io vorrei che voi deste al gran Vela se mai, oltre il lago di Lugano, tra i monti verdi vi inoltriate fino a Ligornetto ed entriate nel bianco museo della sua villa, nel giardino odoroso piantato dalle sue mani, seguto dal gran mastino nero che le sue mani hanno accarezzato: il vanto di essere stato pi di ogni altro scultore della sua epoca sincero, quello, cio, di aver in ogni suo marmo espresso un po' dell'animo suo, una speranza o un entusiasmo con un vigore che la modernit non aveva ancor visto.
La scultura italiana di cui pare che i critici odierni parlino con qualche disdegno in poche righe dopo pagine e pagine in onor della pittura e di cui le esposizioni fino a poco tempo fa si servivano solo per addobbare le sale o per riempire i corridoi; la scultura italiana, invece, ha tenuta alta la nostra gloria artistica quando, al confronto cogli stranieri, la nostra pittura, se pure in Italia con un po' di retorica patriottica era detta viva, all'estero faceva piet. Quando nel '55 con una crudele cortesia Gauthier diceva "che l'Italia aveva largamente pagato il suo debito d'arte al genere umano, e che egli non avrebbe certo commesso l'iniquit di burlarsi della nostra miseria," quali scultori poteva opporre al Dupr, al Vela, al Tenerani, poich il Bartolini era morto nel '50 e a tanti altri minori rispetto soltanto a quei grandi? Fino al '67 a Parigi col Napoleone e con la Driade del Vela, con la Piet del Dupr, con l'Amor pitocco del Cambi, col Socrate del Magni, fino al '73 a Vienna col Jenner di Monteverde, col Nerone Travestito del Gallori, col Canaris di Civiletti, la scultura ci ha difesi da quell'accusa di morte.
A Torino, poich nel 1878 il Marocchetti era emigrato definitivamente in Francia, accanto a Vincenzo Vela che il marchese di Breme chiamava nel '55 a insegnar nell'Accademia allora allora rinnovata da un apposito decreto, erano il Dini ancora classicheggiante ma nei ritratti vivissimo, l'Albertoni di fare grandioso e monumentale ma poco espressivo meno forse che nel monumento a Vincenzo Gioberti, e due fratelli - pur troppo dimenticati - Francesco e Giuseppe Pierotti, che modellavano con sicurezza gruppi d'animali.
A Milano, al vecchio Cacciatori succedevano due o tre giovani come il Bayer, lo Strazza, il veronese Fraccaroli che allievo del Zandomeneghi era venuto da Venezia verso il '35, il Pandiani la cui figliuola Adelaide avrebbe poco dopo il '60 creato la Saffo mirabile immagine della desolazione amorosa, il Tantardini che col Geremia mostr che cosa potessero anche in un ingegno non sommo gl'insegnamenti del Vela, infine il Magni che col Socrate e con la fontana Nabresina a Trieste gi provava l'amorosa diligenza - non altro! - con cui nel '72 avrebbe eretto in piazza della Scala il monumento a Leonardo da Vinci.
Qui a Firenze, intorno al vecchio Romanelli, al Fantacchiotti, al Cambi, nessuno ancora sorgeva a eguagliare il Dupr o a prendere il posto del Bartolini.
Nel mezzogiorno, poich il fiorentino Emilio Franceschi non era ancora andato a Napoli e il palermitano Civiletti non era ancora venuto a Firenze, Tommaso Solari, che nella statua di Carlo Poerio al Largo della Carit in Napoli mostra un verismo degno quasi delle statue minori del Vela, e Raffaelle Belliazzi nelle terre cotte dipinte e anche nel marmo fanno appena sperare un Amendola, un Gemito o un d'Orsi.
Ho detto poco fa che la massima lode del Dupr e del Vela  d'essere stati i due pi sinceri scultori del loro tempo, tra il '48 e il '61. Ma in pittura, chi restaur la sincerit? Chi trasse di sotto il pondo dei gessosi eroi del Camuccini e dell'Appiani la vita fatta di nervi e di sangue, espressiva e luminosa, magnificamente bella anche quando appare spaventosa come un incubo di Breughel o di Goya?

Per veder la verit, guardiamo uno spazio pi grande della sola Italia. Nella Francia i veri liberatori dell'arte, i veri instauratori della libert contro la schiavit della tradizione, i veri vindici dell'originalit erano stati poco dopo il '20 i pittori romantici, e noi eravamo in ritardo di quasi trent'anni. Dal fondo grigio e gesuitico della restaurazione, ormai da parecchi anni l'arte del colore e della passione era balzata fuori libera, feroce, agile, urlante e fulva come una bella belva. Il sangue, il bel sangue porporino e la luce e il movimento pi convulso essa bramava e otteneva. Che il colore fosse cos ardente da consumare i contorni, che la passione fosse cos esternata e visibile da gareggiare con la febbre delle Notti di Musset o delle apocalittiche visioni di Hugo. Il rosso, il rosso! Il rosso scarlatto del panciotto di Thophile Gautier, il rosso cupo dei nastri sui cappelli, tra i capelli, intorno alle vite delle belle donne che volevano esser tutte appassionate. Gi nel 1819 era apparsa la Zattera della Medusa dipinta con foga da Gricault ma ancora buia e ancora qua e l nelle figure legnosa. La michelangiolesca Barca di Dante sognata e dipinta da Delacroix  del 1822, il Massacro di Scio che dai vecchi fu detto il massacro della pittura  del 1824. Nel 1834 Delacroix parte pel Marocco e inaugura la pittura orientalista nella quale poi Decamps, Marilhat, Fromentin,  Guillaumet sul suolo senz'ombra, sotto i cieli senza nuvole, faranno veramente tremar l'aria alla luce, in quei silenzii meridiani nei quali, come dice lo stesso Fromentin, la vita sembra scomparire assorbita dal sole. E gi il Salon del 1822 avendo rivelato i paesisti romantici inglesi e Turner e Bonington e Constable e avendo dato una medaglia d'oro a quest'ultimo, aveva spinto all'emigrazione verso Barbizon tutti quei pittori "detti del '30" e Rousseau e Corot e Daubigny e Dupr e Troyon che crearono il paysage intime e trent'anni dopo dettero diritto di vita al paesaggio italiano. Tutti costoro si dichiarano e sono tanti romantici.
Da noi, invece, ogni insulto fra il '50 e il '70 va ai romantici: anzi, talvolta il senso dileggiativo dell'aggettivo "romantico" persiste ancora nelle lettere, se non nelle arti. E intorno al '60 i cos detti veristi insorgevano contro i romantici, e Palizzi loro capo a Napoli imitava senza saperlo quando poteva Troyon e Daubigny che erano due romantici. Donde la contraddizione, o meglio l'equivoco?
Ho in principio accennato alle cause politiche che nel 1848 resero invisi agli Italiani i maggiori scrittori romantici, tanto che col sostantivo fu condannato l'aggettivo, senza darsi la pena di distinguere l'innocente dal reo: del qual fatto il pi chiaro esempio  nella storia dell'Accademia napoletana di prima e dopo il 1860, di prima e dopo la caduta  dei Borboni, perch l d'un colpo furono cacciati per ragioni politiche i romantici cio i borbonici, e sostituiti i nuovi cio i liberali. Ma un'altra ragione dell'equivoco  nel fatto che i nostri pittori detti romantici - primo l'Hayez, come credo di aver provato l'altr'anno - accettarono i soggetti romantici e i sentimenti romantici e la lagrimosit romantica, ma il colore e il chiaroscuro restarono degni dei neoclassici, opaco quello e saponoso, arbitrario questo e cos negletto, che le figure sembravano pi fantasmi senza rilievo al lume di luna che solidi corpi vivi alla luce del sole. Cos che quando i nostri veristi e i nostri coloristi insorsero contro i romantici d'Italia insorgevano in realt contro i neoclassici e infatti imitavano i romantici di Francia: cio erano dei romantici essi stessi. Quando con Morelli, Celentano, Faruffini il quadro storico cominci ad acquistar l'unit della luce e la giustezza dei toni, questi facevano trenta o quarant'anni dopo quella rivoluzione che in Francia aveva fatto pure col quadro storico il Delacroix romantico. Ma a dar loro dei romantici, anche oggi quei che son vivi griderebbero offesi.
Questo inganno nominale ho voluto subito chiarire per potervi mostrare la pittura italiana nel posto, non ottimo, che le spetta, a met del secolo decimonono nella pittura europea.
Considerate infatti, per avere un'altra prova di  quest'inganno, il quadro storico che gl'Italiani, guasti dal fanatismo delle gerarchie accademiche cortigianesche e jeratiche, ponevano sommo nella scala della bellezza onorevole. Poich la conquista del colore o la conquista del movimento che son le due glorie della pittura del secolo decimonono, non erano nemmeno state tentate dai nostri, e poich - come abbiam veduto a parte a parte l'altr'anno - n l'Hayez, n il Palagi, n l'Arienti, n il Malatesta, n il Guardassoni, n i due Benvenuti, n i due Mussini, n il Bezzuoli, n il Pollastrini, n il Gazzotto, n lo Zona, n il Molmenti, n il Cavalleri, n l'Ayres, n l'Angero, n il Mancinelli, n il Podesti, n il Gagliardi - per nominar solo quelli che allora furon creduti ottimi - riescirono ad abbandonare il lividore del colore classico per quanto lagrimassero in tutte le Imelde, in tutte le Giuliette, in tutte le Clorinde, in tutte le Francesche da Rimini, in tutte le Marie Stuarde, in tutte le Congiure e in tutte le Crociate care ai poeti romantici, perch dovremmo noi dar loro lo stesso appellativo di Delacroix e dire che la loro pittura  romantica mentre in realt son romantici solo i temi dei loro quadri, ma la loro pittura  in ritardo di quarant'anni? E nei pi giovani, prima di Morelli, di Celentano e di Faruffini, chi  che si ribella e dipinge anche quei modelli mascherati da paggi e da cavalieri antichi al sole e col movimento con cui dipingerebbe il signor X o il signor Z suoi contemporanei in tuba e scarpini verniciati?
I migliori di questi pi giovani sono piuttosto paragonabili a quei prudenti pittori francesi che contentarono la borghesia spaurita tra la rossa ardente esaltazione della rivoluzione di luglio e le barricate della rivoluzione di febbraio, e che ebbero per sommi e antipatici capi Paul Delaroche e Robert Fleury e ammirarono in poesia Casimir Delavigne e in musica Auber, in una parola che rappresentarono con seriet lo smascolinato juste milieu di Luigi Filippo. Essi dipingono con sapienza i siparii per teatro ed  naturale, - dal Bertini che col Casnedi dipinse a Milano quello della Scala fino al Fracassini che dipinger a Roma quelli dell'Apollo e dell'Argentina, - e per lo pi scambiano quel che  pittoresco con quel che  dipinto bene, restando sempre stilisti oggettivi, mai artisti appassionati.
Guardate Enrico Gamba che apprese in Germania la correzione del disegno e l'abilit della composizione, e, fecondissimo, ebbe in Piemonte anzi in Italia grande fama fino all'83 quando mor. I funerali di Tiziano che sono del '56, disegnati cos bene, disposti cos bene, pennellati cos bene, contengono veramente dei pezzi di pittura liscia forse ma spontanea: per nell'insieme tutte quelle figure viste ad una a una, quasi che ognuna avesse il suo raggetto di sole e non ne spartisse nemmeno un riflesso coi suoi vicini, odoran di accademia, di modello, di posa un miglio distante. E lo stesso  di Andrea Castaldi, torinese come il Gamba, ma pi di lui fresco in certi studii di nudo femminile e pi di lui tragico e nervoso nell'espressione dei volti, come provano il suo popolarissimo Pietro Micca che  del '60 o il Savonarola che  del '56, ambedue nella bella pinacoteca moderna di Torino.
Ma senza andarli a cercare qua e l per l'Italia col rischio di dimenticarne parecchi,  bene vederli raccolti alla prima Esposizione nazionale italiana che su proposta di Quintino Sella fu con una speciale legge decretata il 25 giugno 1860 e aperta nella primavera del 1861 qui a Firenze, nell'antica stazione delle ferrovie livornesi a Porta al Prato. Se mancavano il Podesti, l'Arienti, il Bertini, il Gamba e il Gastaldi, v'erano per tutti gli altri vecchi pittori di storie e di storielle, morti e vivi: il Benvenuti col Conte Ugolino e pi col Giuramento dei Sassoni, il Bezzuoli con tre quadri fra i quali l'Ingresso di Carlo ottavo, Cesare Mussini con la Congiura de' Pazzi e la Fornarina, il Guardassoni con l'Innominato, il Pollastrini con l'Esilio de' Sanesi, il Coghetti con la morte di Santa Caterina, l'Hayez col Ratto d'Ila, lo Smargiassi col Buonconte da Montefeltro, il Maldarelli con la Gliceria che battezza il suo carceriere. Ed era bene che vi fossero  tutti, perch accanto a loro vedendo gl'Iconoclasti del Morelli, I Dieci del Celentano, la Cacciata del duca d'Atene di Stefano Ussi e anche la Congiura degli Amidei di Eleuterio Pagliano, il pubblico e i giovani artisti finalmente comprendessero che nessuna bellezza sentimentale o patriottica di tema, poteva far bello un quadro visto male e dipinto male.
Io parlo adesso, o Signori, di persone, meno il Celentano, vive, ammirate e gloriose, e voi dovete perdonarmi se sar coi vivi sincero tanto quanto  purtroppo facile esserlo coi morti. Io in Stefano Ussi ho sempre ammirato pi del pittore storico l'orientalista luminoso, spontaneo e caldo di passione come quel suo oriente lo  di sole. La Cacciata del duca d'Atene che, quando nel 1867 and a Parigi fu su la Revue de Deux mondes cos violentemente biasimata da Maxime du Camp,  certo il pi bel quadro storico che sia stato dipinto prima degl'Iconoclasti; intendo con ci che il suo valore  relativo al momento in cui apparve. Pensate che questo discepolo di Giuseppe Bezzuoli, dipinse il gran quadro a Roma tra il '58 e il '59, nel colmo della tirannia del Podesti e del Minardi! Certo oggi in quella folla urlante e minacciante che ha invaso il Palazzo Vecchio, la gentile freschezza di ogni veste e l'ostentata abilit della composizione scenicamente equilibrata intorno al fiammeggiante abito del Duca e la differenza tra le due luci, quella pallida  oltre le finestre, quella violenza dei personaggi del primo piano dispiacciono a chi voglia ammirare. Ma che sagacia di psicologia a esprimere sui volti e nel gesto le passioni di ognuno e che cura meticolosa dei particolari, cura cos rara in un tempo in cui l'approssimativo quasi sempre sinonimo del falso era la sola guida dei costruttori di tali coreografie! "Io non vidi mai quadro moderno che agguagli questo" disse allora il relatore governativo Manfredini.
Se Stefano Ussi cos impose per primo l'obbligo della verit al quadro storico e ne fu subito compensato da una rinomanza sicura e duratura, il Morelli negli Iconoclasti stup per la forza di rilievo e l'esattezza veduta del chiaroscuro, e il Celentano nei Dieci di Venezia stup per l'unit della luce.
Domenico Morelli  un impulsivo, disuguale e violento; e forse per questo  l'unico dei suoi contemporanei in cui allora sembrasse trasfuso un po' dell'ardor febbrile del Delacroix. Il Celentano invece  un tenace, sicuro della mta, dubbioso spesso nei mezzi fino a spasimar per l'angoscia, per capire come da quell'orribile Agguato, che  nella sua sala alla Galleria romana d'arte moderna, egli possa essere giunto ai Dieci e al Tasso, bisogna leggere le sue lettere al fratello Luigi, e vedervi l'amor dello studio attraverso alle pinacoteche di tutta Italia e l'ansia religiosa quando  vicino al paradiso del colore, - a Venezia. Il Morelli invece ottenne presto, e senza tentennare, quella personalit artistica cui il povero Celentano anelava, quella palpabilit delle figure nei quadri, come egli diceva, quella semplicit della composizione che fu al confronto cogli altri la vera meraviglia del Consiglio dei Dieci, quando fu esposto qui a Firenze. Quel tono basso d'avorio, con qualche fiato verdino, delle pietre della Scala dei giganti nel fondo, quei robboni neri dei Membri del Gran Consiglio, quei volti scarni ed assorti, quell'aria che fluisce nella scena aperta tra i quattro o cinque gruppi andanti, quella verit di movimento, lo stesso taglio basso e lungo del quadro e la scena che pareva vuota al confronto delle folle accumulate nei macchinosi quadri attorno, - tutto a noi che guardiamo dopo trent'anni permette di dire che come sincerit d'arte il Consiglio dei Dieci di Bernardo Celentano avrebbe dovuto nel 1861 ricevere molti degli omaggi che andarono agl'Iconoclasti di Domenico Morelli. E voi sapete, signori, che Bernardo Celentano mor a ventinov'anni!
Sugl'Iconoclasti un vecchio amico del Morelli mi narrava pochi giorni fa un aneddoto tipico. Egli lavorava con furia, malcontento della figura di Lazzaro Monaco quando il Palizzi entr nel suo studio. - Ti piace? - No. - Che devo fare? abbandonar tutto? - Niente affatto. Guarda. Io mi metto davanti alla tua tela. Allontanati. Quando vedrai le tue figure dipinte spiccar su la tela come fa il mio corpo, allora potrai dire d'aver vinto la prova. -
In verit, la gloria di Domenico Morelli  di aver trattato le figure dei suoi quadri non come copie di modelli mascherati o atteggiati, ma come uomini vivi. Troppo egli stesso  esuberante di vita e di passione, per tollerare davanti ai suoi occhi su le sue tele dei fantocci piatti. Non credo di fargli una critica dicendo che questo pi che volont fu istinto in lui. Nei romani, nei greci, negli uomini del cinquecento, nello stesso Cristo egli torn ad infondere il sangue rosso e palpitante, il suo buon sangue di meridionale beato di sole, e col sangue la passione tutta dinamica, non pi statica e di posa, come in quasi tutti i suoi antecessori. Questo romantico, al pari dei grandi romantici d'oltralpe sorti trent'anni prima di lui, ha sentito che il colore  in pittura l'espressione della passione, l'indice della potenza lirica ed emotiva dell'artista. Sebbene talvolta non abbia reso l'intensit della luce solare per aver troppo creduto all'efficacia dei colori puri invece che all'efficacia dei rapporti, pure pochi seguirono col suo amore, con la sua prontezza in un quadro tutti i riflessi e i rimbalzi d'ogni minimo raggio. Dei romantici francesi ha avuto i gusti letterarii e l'amore pel Byron e pel Tasso, in quasi tutti i temi dei suoi primi quadri; e ha avuto la foga nel creare, tanto che fu detto gl'Iconoclasti essere stati dipinti in quaranta giorni; e l'amor per l'oriente che egli ebbe il torto di dipingere sempre di maniera guardando alla Spagna e al Fortuny invece che alla Terrasanta. Venuto poi a maturit in un'epoca di critica religiosa, egli pot con grande successo fondere questo romantico amor dell'oriente alle interpretazioni umane del Cristo, e acquistar nella storia della moderna pittura sacra un posto accanto a Holman Hunt, al Rossetti, al von Uhde, pure tecnicamente cos dissimili da lui.
Ma io non posso indugiarmi nella descrizione del suo ingegno per mostrarvi l'importanza dei suoi viaggi tra il '55 e il '62 e la fama sua che saliva con tanta sonorit, che forse nessun altro artista contemporaneo ha tra i giovani del suo tempo ottenuta almeno nell'Italia media una simile suggestione di rispetto devoto.
Quando accanto al Celentano e al Morelli vi avr rammentato il colore del Faruffini, pi nella Vergine al Nilo che nel Sordello della Brera, l'appassionato brio dell'Altamura che venuto dalla sua Napoli divenne cos popolare qui a Firenze, la franca pennellata del Pagliano, il quale prender al Cogniet l'idea della Figlia del Tintoretto, la forza tragica del Fracassini nei Martiri Gorgomiensi alla Vaticana e negli affreschi non finiti a San Lorenzo fuori le mura, v'avr indicato tutti i maggiori pittori storici fino al 1861 - se pur non vogliate pensare che gi cominciavano a tenere il pennello Barabino e Maccari, un geniale imitatore d'Alma-Tadema come Giovanni Muzzioli e un irrequieto innovatore come Tranquillo Cremona, e che nel 1864 a Parigi con l'ariosa lussuosa riscintillante Passeggiata nei portici del Palazzo Ducale Scipione Vannutelli otterr in premio un sonetto di Thophile Gautier.

***

Dispensatemi dall'enumerarvi tutti i quadri militari che dopo il '48 o dopo il '59 glorificarono i mille episodii di Custoza, di Novara, di Montebello, di Palestro, di Solferino, di San Martino, e i volontari Garibaldini e le truppe Piemontesi, e con Gerolamo Induno perfino i pallidi orizzonti della lontana Crimea e le glorie della Cernaja. Perfino Mussini finir a fare - purtroppo! - il ritratto di Vittorio Emanuele, perfino Hayez finir col dipingere la Battaglia di Magenta. Qualunque critica fatta oggi da noi giovani a quei pittori di battaglie i quali quasi tutti le avevano combattute prima di dipingerle, e al carminio della loro tavolozza potevano paragonare il buon sangue delle loro ferite, sarebbe irriverente. Ma un fatto posso osservare ed  che, anche quando la loro pittura sembrer un po' squallida e il loro pennello poco pronto a rendere l'uragano d'un assalto, il lampo delle artiglierie, le contorsioni d'un'agonia, pure la necessit dello studio del vero, l'intensit della passione presente ed urgente, negl'individui centuplicata dall'eco di tutt'un popolo, furono in Italia i maggiori coefficienti della nuova sincerit artistica e della mutazione del gusto. Qui a Firenze fra tutti costoro, io voglio ricordare un veterano sempre valido e giovanile, Giovanni Fattori, che oggi  rimasto il maggior pittore militarista d'Europa, e che nella sua austera gamma di colori ha per primo veduto i soldati e i cavalli dentro un paesaggio, non, come gli altri teatrali, sopra un paesaggio, e li ha avvolti d'aria e di luce cio li ha fatti vivi in mezzo alla vita, vivi e degni di vivere nell'avvenire.
I fratelli Girolamo e Domenico Induno, dei quali un anno fa descrissi l'opera, col loro stile gustoso facile e simpatico unirono questa gloriosa pittura militare all'ingloriosa pittura di genere, nella quale per Domenico pi sentimentale e pi mesto riport maggior vanto "porgendo," come dice con frase tipica il Caimi che  lo storico degli artisti lombardi di questo periodo, "l'edificante esempio di quelle abnegazioni che nobilitano il tugurio del proletario." E intorno agl'Induno col Trezzini, cognato di Domenico, col Castoldi, col Giacomelli, col Clerici, e in Piemonte con lo stesso Gamba, col Beccaria, col Balbiano e massime con Federigo Pastoris fu per vent'anni un diluvio di emozioni graziose ora ridenti ora meste, anzi per lo pi meste che stancarono talvolta anche i contemporanei, tanto che nelle Tre Arti quel bizzarro ingegno del Rovani ne parla francamente cos: "La pittura di genere  l'arte sorella di quella letteratura pallida ed esile che credette di ingenerare il gusto imbandendoci quei cari romanzuoli cotti nell'acqua di mele cotogne che non passano l'epidermide nemmeno alle maestrine degli asili d'infanzia."
Ma l'ironia non giov, perch in Italia la pittura di genere dur anche pi a lungo che in Francia dove, per verit, essa era nata solo dall'imitazione degli inglesi, del Wilkie, del Leslie, del Mulready che tra il fanatismo dei compratori smollicavano al pubblico la grande eredit di Hogarth, - e dove il suo cicaleccio pettegolo fu presto sopraffatto dall'ampia sonora voce della pittura paesana di Millet. Forse in Italia una lode le si pu dare, - che, cio, serv ad abituare definitivamente gli spettatori alle pitture dei costumi moderni visto che ancora nel 1857 il buon Pietro Selvatico credeva d'essere audace, dissertando della opportunit di trattare in pittura oggetti tolti dalla vita contemporanea.
Ma i veri ribelli, i veri fondatori della modernit, i veri apostoli della sincerit, furono in Italia i paesisti. Da Nino Costa a Telemaco Signorini, dal Palizzi al Vertunni, dal de Nittis al Rossano, dal Fontanesi al Pasini, - noi intorno al '60 gi vediamo raccolta una falange di artisti tali, che per cento modi, attraverso a cento temperamenti appaiono tutti concordi a proclamare la libert d'essere originali purch si sia sinceri, ad indicare quanta pu essere la gioia dell'anima di chi con sereni occhi contempla i suoi sogni riflettersi in un mattino aprilino raggiante di speranza, in un meriggio estivo ardente di letizia, in una sera autunnale fosca di pena. Lungi le mascherature classiche e medievali, lungi le lagrimucce pettegole, anche lungi l'inferno delle battaglie! Un mandorlo fiorito sopra un cielo turchino; un cespuglio di ginestra oro e verde contro un mare color del cielo; un gregge giallastro sopra un tenero prato di marzo; una casetta rosea lungo una strada candida di polvere sotto il sollione; una luna che di dietro un monte violaceo sorge a spegner le stelle nei pallidi sereni: tutte le gentilezze e le grandezze, le profondit dei firmamenti e le tenuit dei fiori parvero allora per la prima volta dopo quasi tre secoli riapparire all'anima degli artisti che tornava ingenua.
Non vi parlo dei piemontesi che dal pi facile commercio intellettuale con l'estero oltralpe avrebbero dovuto pi prontamente degli altri udire la  soavit di quest'invito alla sincerit, e, se non giungere a intendere la bellezza dei creatori inglesi del Paysage intime come Turner, de Wint, Constable, John Crome o Bonington, almeno imitare i loro imitatori francesi, - invece di fermarsi a Ginevra a vedere i Souvenirs de Suisse grandi e piccoli che dipingeva pei forestieri quel monotono arido calligrafico e scenografico Alessandro Calame. N Francesco Gamba, n il Beccaria, n il Piacenza, n il Perotti, n l'Allason, n il Bennison e tanto meno il Camino si liberarono da questa teatralit che raramente, e quasi a loro insaputa. "Un Calame, deux Calames, trois Calames, que des calamits!" disse allora un critico arguto. Bisogna aspettare che Alberto Pasini parta per la Persia con la missione francese del Bourre, per vedere il colore; e anche in lui tanta fu, a volte, l'arte, che divenne artificio, e fece preferire ai rutilanti quadri compositi la fresca sincerit delle sue tavolette. Bisogna aspettare che Rayper, d'Andrade, Issel e Giordano raccogliendosi nella solitudine di Rivara fra gialle rupi e verdi vigne tentino di dimenticare il malo esempio degli antenati. Bisogna aspettare che nel '55 Antonio Fontanesi dopo essere a Ginevra caduto anche lui nel suo Calame, vada all'Esposizione di Parigi a entusiasmarsi di Decamps, di Rousseau e poi a Londra a entusiasmarsi di Turner, e ottenga cos una sapienza di tecnica cromatica ancora nuova in Italia e crei quei suoi paesi solidi meditati preparati con abilit ed eseguiti con spontaneit, quei paesi di cui dieci o quindici anni dopo doveva innamorarsi Giovanni Segantini.
A Napoli prima del Vertunni ampio e solenne, prima che il poetico verde nebbioso Rossano e il pallido nervoso de Nittis e Adriano Cecioni da Giosu Carducci chiamato "dell'arte operatore e giudicatore superbo" fondassero la cosiddetta scuola di Resina, era e regnava Filippo Palizzi senza il quale tutta la moderna arte napoletana, compresa quella di Morelli non sarebbe stata com'. Quando nel 1832 egli era venuto a Napoli da Vasto d'Abruzzo era ancora vivo l'olandese Antonio Pitloo che il Borbone aveva al suo ritorno, per consiglio del Camuccini, nominato professor di paesaggio nella riordinata Accademia, e che aveva tra grandi entusiasmi fondata la scuola detta "di Mergellina e di Posillipo" lodatissima allora per una trasparenza d'aria e una larghezza di cieli per verit poco visibili ora nelle sue tele. Fra costoro, Filippo rimase al riparo dall'imperversar delle lagrime romantiche e la Vacca che nel 1839 a ventun anno egli dipinse pel primo concorso biennale fu come la serena voce d'un poeta fra un clamoroso sermocinar di rtori.
Da allora non mut mai di pensiero dando un esempio d'unit di vita estetica ignota a tutti gli  altri artisti italiani di questo secolo fino allora. Voi pensate, senza sorridere, all'audacia che occorreva a dipingere a Napoli nel 1839, invece degli Ajaci, delle Lucrezie, delle Virginie, degli Ezzelini e dei Crociati, una pura e semplice testa di vacca! Senza alcuna destrezza di composizione, senza alcuna scienza della faccia umana, egli doveva essere e fu un limitato maestro di tecnica. La fermezza sempre maggiore del suo disegno, la pennellata pi e pi brava, la nitidezza dei particolari, la vivezza e la variet d'espressione negli occhi e nelle attitudini degli animali - dai pulcini intorno alla chioccia fino alla famosa testa di leone che esegu a Parigi nel '65 al Jardin des plantes, - o nei fiori o nelle foglie dei vegetali che paiono veramente empir di una vita umana certe sue minuscole tele, tutta la crescente profondit del suo occhio non ebbero, in realt, sull'indirizzo della pittura tra il '40 e il '70 l'importanza morale che ebbe la sua persistenza nello studio degli animali e dei fiori e dell'erba. Questa rude franchezza, questo bel bagno d'animalit - odor di fieno e di timo - era necessario alla pittura italiana che quando egli apparve poteva davvero ripetere quel che poi egli scrisse nella sua sala alla Galleria nazionale d'arte moderna: - Vorrei rinascere per ricominciare. -
Il movimento dei macchiaioli qui a Firenze fu davvero una rinascita. Spenti oramai gli odii, i biasimi violenti, gli antagonismi feroci di venti o di trent'anni e caduta sul bollor dei superstiti la neve della canizie, tolto ormai ogni significato bernesco a quell'appellativo dato loro dall'arguzia fiorentina, riappare oggi tutta la vivace sincerit di quelli ostinati nemici dei "raschiatori delle tele vecchie," come essi chiamavano tutti gli accademici classici puristi e romantici, senza rispetto per nessuno, anzi aumentando di ferocia in proporzione di quanto quelli aumentavano di disdegno.
Nel '55 l'Altamura e il Tivoli tornando dall'Esposizione di Parigi si fermarono a Firenze a predicar con tanta fede ai giovani frequentatori del Caff Michelangelo la libert artistica ormai da pi che trent'anni concessa al popolo di Francia da Delacroix, re del chiaroscuro e dalla sua corte, - che quando quei giovani entusiasti poterono andar a godere nella Villa di San Donato la galleria del principe Demidoff e i Daubigny, i Decamps, i Troyon, i Delacroix, i Marilhat, i Meissonnier che essa conteneva, la rivelazione giunse ai loro occhi come un fulmine e appicc il fuoco a tutti gli animi.
Al Caff Michelangelo, come narra Telemaco Signorini in un libro che ogni giorno va acquistando rarit di documento e valore di storia, la guerra di idee si sarebbe fatta grave anche tra gli amici pi fraterni se la guerra per la  patria non avesse chiamati tutti i generosi a combattere l'Austria. Tutti i reduci - dal Signorini al Fattori - non dipinsero per mesi che bivacchi e accampamenti, scaramucce e battaglie, ipnotizzati dal fuoco e dal sangue come gli innamorati dall'amore.
L'Esposizione nazionale fatta, come ho detto, il '61 qui a Firenze e l'apparizione di paesisti come Palizzi, Fontanesi, Costa e Pasini, ridettero fiamma alle critiche e alle lodi e i congiurati cos detti della Macchia scesero per le vie e fecero la loro rivoluzione. Purtroppo le rivoluzioni quando corrono in piazza sono gi compiute negli animi. Il dogma che gli avversari a momenti volevano ardere con tutti i suoi apostoli in piazza della Signoria non appariva, in realt, gi applicato in quell'Esposizione del '61 con quello che i critici pi codini e pi miopi, chiamarono allora il "colorire a spizzico," dal Morelli, dal Celentano, dal Fontanesi? E in realt questi giovani che si dicevano veristi e insultavano i romantici d'Italia e perci sembravano audaci, non erano con qualche ritardo imitatori dei pi romantici paesisti di Francia, dal Rousseau al Corot? E la tecnica della macchia che dieci anni dopo Manet spingeva agli effetti estremi con l'"impressionismo," non era stata inventata appunto dai romantici d'oltre alpe? E la fiera massima dei macchiaioli, "senza maestri e senza discepoli," non era la pi sincera  affermazione di quel diritto all'originalit pi sfrenatamente spontanea che il romanticismo aveva sancito pel bene degli artisti? Ahim! quanti presunti nemici ai critici del duemila sembreranno fratelli appassionati! Ma la colpa dell'equivoco fu dei pretesi romantici d'Italia vecchi, legnosi e incolori quanto i neoclassici camucciniani, non dei nostri veristi la cui lotta era benedetta da Dio.
Adriano Cecioni, Diego Martelli e Telemaco Signorini diffondevano con limpidezza le nuove teorie: "il colore non mutar mai, divenir soltanto per la luce pi chiaro e pi scuro, l'affare pi importante nel dipingere esser dunque di vedere e di rendere bene le macchie di chiaro e di scuro, non facendo mai nemmeno le figure pi grandi di quindici centimetri, vale a dir di quella dimensione che assume il vero guardato a tale distanza da non esser possibile di percepirlo altro che per masse, cio per macchie, di chiaro e di scuro...."
Con questa frenetica passione per problemi di pura tecnica si pu davvero dire che il Banti, il Cabianca, il Borrani, il Lega, l'Abati, il Moradei, il Signorini, perdessero sul pubblico ogni forza di commozione cos che, non essendo essi pi che mani, il pubblico avesse il diritto di non esser pi che occhi? No. Basterebbe considerare l'opera di tre superstiti: Nino Costa che veramente non fu tra i macchiaioli ma venendo a  Firenze nel '59 fu maestro di sincerit a molti di loro, Vincenzo Cabianca e Telemaco Signorini. Quale paesista anche tra i pi giovani e i pi deliberatamente patetici - come Fragiacomo o Sartorio - raggiunge la profondit di passione delle vedute dipinte verso il '55 sotto Albano, all'Ariccia, da Nino Costa quando come un eremita visse l per cinque anni con lo svizzero David - delle Donne che cavano il lino dal macero, delle Donne che in una sera di pioggia vanno alla fonte e infine di quella sua Veduta della spiaggia di Porto d'Anzio dove il cielo opalino, il mare grigio nella distanza e l'arena giallastra dappresso formano una musica cos piana e pure cos solenne? E in quali acquerelli pi che in quelli del Cabianca, perduta col largo pennellare tutta la minuzia calligrafica e femminile dell'acquerello, si  mai veduto, direttamente dal colore pi che dal soggetto o dal gesto, venire per gli occhi al cuore dello spettatore tanta gentilezza d'affetto quanta dalle Monachine fatte nel '61, dalla Neve a Venezia dipinta nel '55, o dalla Chiesetta in riva al mare dipinta tre anni fa? E infine prima di Telemaco Signorini il paesaggio italiano ebbe mai tanta chiarit di sole e di azzurri quanta se ne vede sulle sue vedute delle coste e della marina di Spezia, tanta sicurezza di carattere quanta nei suoi quadri del Ghetto fiorentino, che restano nella memoria netti come ritratti d'un volto umano?

Signori, questo fanatico amor per la natura, questa passione per le solitudini verdi, per gli animali dai placidi occhi, per gli alberi da gli occhi di fiori non definiscono quale sia stata veramente l'anima del nostro gran secolo? L'arte del paesaggio nell'avvenire lo redimer dalla fama di avaro, di scettico ed egoista, che gli storici superficiali gli hanno gi tribuita. Quest'arte, tornando ad immerger la figura umana nella luce, tornando a considerarla sotto l'ampiezza dei cieli simile agli alberi e alle rupi e alle acque nella gioia dei meriggi e nella melanconia delle sere, ha ridato agli uomini la nozione serena e sincera del loro destino, ha ricostruito una specie di religione naturale placida e limpida da ogni paura e da ogni vana superbia. Veramente, educato dai grandi paesisti, oggi l'uomo quando al tramonto col cader della luce nel silenzio sale l'oscurit della morte e filtra per gli occhi nel cuore e il cielo impallidito  pi profondo e pi ampio e gli umani fatti ciechi sono pi sperduti e pi piccoli, pronti a confondersi con l'ombre vane, - veramente, dico, allora l'uomo si sente sulla sua minuscola terra come in esilio, e nella coscienza gli salgono come un ricordo istintivo e un rimpianto d'un tempo immemorabile di fraternit, d'un tempo in cui tutto il mondo - cose che sembrano vive e cose che sembrano morte - era un sol fatto, una sola entit, un sol divenire sotto gli occhi, forse, di Dio.

A questa unit del destino di tutto, a questa tristezza solenne e quasi divina, i grandi paesisti, da Turner a Segantini, da Constable a Corot, da Fontanesi a Signorini, hanno educato l'anima moderna. Quali filosofi hanno dato tanto ai loro discepoli?




LE PRIME GLORIE DI GIUSEPPE VERDI.
 
CONFERENZA DI PIETRO MASCAGNI.
tenuta a Firenze il giorno 14 aprile 1900.

Tutte le volte che entro nel Teatro "alla Scala" di Milano, mi fermo all'atrio a guardare le quattro statue di marmo che rappresentano i nostri sommi maestri melodrammatici: Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi. E tutte le volte provo una medesima, stranissima sensazione, che mi forza ad ammirare le figure di Rossini, di Bellini, e di Donizetti, mentre, nello stesso tempo, mi rende uggiosa, quasi antipatica, l'effige di Verdi. Ho tentato di giustificare la mia sensazione invocando l'estetica. - Infatti: quell'abito a coda di rondine, quel rotoletto di musica fra le mani e quel paltoncino ripiegato sul braccio sinistro possono dar campo a qualsiasi ribellione del gusto artistico. Ma non sono riuscito a capacitarmi, perch, volgendo appena lo sguardo, ho veduto la statua di Rossini colla mazza nella destra, l'enorme cappello a staio nella sinistra, ed il portamusica attaccato ai polpacci.

La ragione del mio strano sentimento non deriva dalla espressione artistica degli scultori. Ammiro profondamente le figure di Rossini, di Bellini e di Donizetti, perch sono il simbolo rappresentativo di tre genii che io non posso conoscere di persona; mentre detesto un Verdi di marmo quando lo posso venerare in carne ed ossa, bello e florido come il destino benedetto lo conserva all'amore dell'Italia nostra.
Forse per, quella statua  di buon augurio. Rammento un tipo originalissimo della mia Livorno che, per avere lunga vita, si fece preparare la tomba e ci fece mettere sopra il suo busto in marmo, opera pregevole e rassomigliantissima. Tutti i giorni, prima di colazione, quel bel tipo se n'andava fino al Camposanto, fissava a lungo la sua effigie, ed esclamava: "Per oggi mangio io."
E vinse tanto bene la scaramanza, che, quando mor, dovettero cambiargli il busto perch.... non gli somigliava pi.
E speriamo che cos sia della statua di Verdi; per quanto io credo che si potrebbe di gi cambiare, perch fu inaugurata nel 1881. Per lo meno, non si potr dire che Verdi, nella sua vita, abbia avuto un quarto d'ora di statua.
Ma, nel dire tutto questo, non intendo menomamente di diminuire l'importanza che ha e che merita il fatto, nuovo nella storia dell'arte, di un onore cos grande reso ad un vivo. Anzi, aggiungo che non si poteva con nessuno, meglio che con Verdi, che  la pi grande gloria vivente, rompere il pregiudizio e distruggere alla fine i due noti versi di Orazio, parafrasati troppe volte dai poeti di tutti i tempi e di tutti i paesi:

Virtutem incolumem odimus
Sublatam ex oculis quaerimus invidi.

Per, a me ora pare di essere qui a fare la figura della statua di marmo dell'atrio della "Scala." Qualunque cosa io possa dire di Verdi, sia pure (magari per combinazione) superiore nel concetto ed elevata nella forma, apparir sempre povera o piccina alla mente delle gentili signore e di tutti gli egregi qui convenuti, se ciascuno richiami appena nel pensiero la nobile fisionomia del nostro grande maestro.
Ed io non tenter nemmeno di riuscire eloquente nel mio discorso. Sarebbe vana fatica. Gi, prima di tutto, non ne sarei capace; eppoi, a che cosa mi servirebbe? Quale eloquenza pu sussistere di fronte all'opera immensa di Giuseppe Verdi? Quale eloquenza pu sostenersi al cospetto della sua persona, sintesi vivente delle sue creazioni, che ha portato superbamente fino ai giorni nostri i ricordi pi belli dell'entusiasmo dell'arte e del patriottismo?

La vita, la storia artistica di Verdi parrebbe una leggenda, se ancora non fosse fra noi Lui, maraviglioso documento di quelle vicende che saranno credute favolose dalle future generazioni.
Ne ho letto di libri su Verdi! Ne ho letto di storie, di episodii, di aneddoti! Ma tutto mi  apparso infinitamente scialbo e meschino, quando mi sono trovato alla sua presenza. Il suo solo sguardo mi ha detto delle cose, mi ha suscitato nel cuore dei pensieri che non ho mai trovato, che non trover mai in nessun libro.
Ed in questo momento l'animo mio  tutto pieno di quelle memorie, ma rimane paralizzato dalla coscienza della propria inettitudine ad esprimere i sentimenti troppo alti.
Chiedo, dunque, venia al cortese uditorio per tutto quello che nel mio dire apparir disadorno ed anche non conveniente al soggetto ed all'uomo di cui si tratta. Resti nella mente di tutti soltanto l'idea dell'omaggio reverente che ho voluto tributare, accettando, forse con leggerezza, ma certo con tutto il cuore, l'incarico di questa conferenza.
A Verdi ho gi domandato anticipatamente il perdono per l'atto che sto per compiere. Perch sono sicuro di dargli un dispiacere. Ei non vorrebbe che si parlasse mai di Lui.
Quale  la persona che non ha sentito parlare della modestia di Verdi?...

Ma, a questo proposito, debbo fare una osservazione.
Sono gi parecchi anni che io studio la modestia degli uomini (colla modestia delle donne non ho mai scherzato!), e potrei raccontare molti aneddoti che mi hanno sempre confermato le diverse qualit di modestia. Ma mi fermer ad uno solo, che mi serve precisamente alla dimostrazione che voglio fare.
Un giorno del 1882 (anch'io comincio a citare epoche remote!) mi trovavo a Milano in casa del mio illustre maestro Amilcare Ponchielli, quando si present un giovane musicista che voleva sottoporre al giudizio del Maestro una sua composizione. Ponchielli non era punto di buon umore: afferr sgarbatamente il fascicoletto che il giovane gli porgeva, e si mise a scorrerne le pagine, mugolando e borbottando. Il giovane musicista attese ansioso qualche minuto; e poi timidamente disse al Maestro: "Si tratta di un pezzetto senza importanza; una cosetta buttata gi alla meglio." Ponchielli alz la testa e, maltrattandosi terribilmente il pizzo caratteristico, si mise a gridare: "Ah, s?... Si tratta di una cosetta?... Vuol fare il modesto forse?... E perch  venuto a mostrarmi questo nonnulla?... I compositori debbono sempre aver fede nell'opera propria, e debbono sempre stimare capolavori le loro composizioni.... Io non amo la falsa modestia."  E riprese a sfogliare le pagine, mugolando e borbottando. Il giovane era rimasto stecchito. Dopo poco, Ponchielli rialz la testa e parve rabbonito. Restitu il fascicolo all'autore, e gli disse quasi dolcemente: "Lei  modesto; ma il suo lavoro  pi modesto di lei." Il giovane se n'and subito, profondendosi in inchini ed in ringraziamenti; e mi parve che avesse preso per un complimento l'ultima frase di Ponchielli.
Per parte mia, da quel giorno, ho cercato tutti i modi per non essere modesto....
Ma, intanto, avevo potuto studiare questo caso di modestia che credo sia il pi diffuso: un imbecille che fa il modesto davanti ad un uomo superiore, col solo fine di ottenere un elogio da lui, e di credersi, nella stupida vanit, a lui ed a tutti superiore.
Guardiamo invece, per sommo contrasto, la modestia degli uomini veramente grandi, quella modestia che  il solo raggio che si possa aggiungere alla gloria!
Verdi, togliendo anche di mezzo l'indole naturale, deve essere modesto per forza: perch nessun inno di lode potr destare in Lui il pi piccolo sentimento di orgoglio: anche l'inno pi grandioso sar meschino agli occhi suoi.
Come potr mai sentire ricordata la sua vita gloriosa, come potr mai sentire raccontati tutti i  suoi trionfi, senza che la sua mente non veda impallidita dal ricordo quella vita da lui stesso vissuta, senza che il suo cuore non trovi rimpiccioliti dal racconto quei trionfi da lui stesso riportati?  facile, dunque, comprendere lo stato di inquietudine dell'animo mio in questo momento: al dubbio di riuscire gradito al colto pubblico va aggiunta la certezza di dispiacere a Verdi.
A buon conto, gli ho chiesto perdono anticipatamente; ma non oso sperare di passarmela liscia. Me la potessi almeno cavare con una lavata di testa!...
Oggi io non devo parlare genericamente di Giuseppe Verdi e di tutta la sua luminosa produzione: l'attuale conferenza  limitata da due date, che nell'arte del nostro Grande e nella storia della nostra Nazione rappresentano due epoche. Dal 1849 al 1861: quale stupendo periodo di arte e di patriottismo! E quale mirabile fusione di nobili sentimenti nella espressione dell'anima e del genio di Giuseppe Verdi!
Nella visione subitanea dello svolgimento di tutto il periodo storico ed artistico, la mia mente, forse per effetto di costante ammirazione o forse per effetto di spontanea ispirazione, vedo tre punti capitali sui quali deve soffermarsi per la dimostrazione della sua idea.
E questi tre punti si trovano: al principio, alla met ed al termine del periodo, che ne resta interamente abbracciato e diviso con simmetria: per quanto, rispetto alla produzione di Verdi, il periodo abbia fine nel 1859.
Primo punto, la Battaglia di Legnano (27 gennaio 1849); secondo punto, i Vespri Siciliani (18 giugno 1855); terzo punto, Un Ballo in Maschera (17 febbraio 1859).
Se l'idea di parlare primieramente e specialmente di queste tre opere pu sembrare a prima vista strana o non giustificata, si pensi che devo occuparmi di un periodo della vita italiana tutto pieno di santo amor di patria: e si pensi all'influsso potente che la musica di Verdi seppe esercitare sopra ogni cuore italiano.
Ho scelto i tre punti capitali perch: il primo rappresenta tutta la trepidazione, tutta la commozione, tutto l'ardore di un popolo oppresso ed anelante alla redenzione; il secondo rappresenta il trionfo dell'arte italiana all'estero, anche esplicata in un soggetto glorioso per l'Italia e nefasto per il paese che lo domanda; il terzo rappresenta il supremo entusiasmo di una nazione intera, che, eccitata dal genio di Verdi, nel nome di Verdi combatte l'ultima battaglia e vince.
Quando scoppi la rivoluzione italiana del 48, Verdi era a Parigi; alle prime notizie della gloriosa insurrezione di Milano, il suo animo generoso non resse: e part per l'Italia. Si ferm a Lione dove sapeva di trovare una lettera di un amico che gli doveva dire le ultime vicende della sua patria. Trov, infatti, la lettera e conobbe il doloroso voltafaccia delle cose. Rattristato dalla delusione della sua fervida speranza di arrivare a Milano e salutare libera la citt dei suoi primi successi, rest alcuni giorni a Lione; ed all'amico che gli aveva mandato la sciagurata notizia rispose semplicemente: "Spero che avrete fatto il vostro dovere."
Ma poi prosegu il viaggio; e giunse in patria per assistere al completo rovescio delle armi italiane.
Col cuore sanguinante torn a Parigi, mezzo ammalato e stanco. L'impresario Lumley di Londra venne ad offrirgli una generosissima scrittura che Verdi avrebbe accettato subitamente, se l'editore Lucca non glielo avesse impedito rammentandogli il suo obbligo contratto di scrivere un'altra opera, oltre "I Masnadieri" gi eseguiti a Londra e con poca fortuna, il che veniva ad aumentare le esigenze dell'editore. (Sempre uguali in ogni tempo i nostri editori!).
Allora Verdi, infastidito e stizzito, scrisse di mala voglia il Corsaro sul libretto del Piave, poveramente tratto dall'omonimo poema del Byron; ed abbandon la sua partitura senza nemmeno curarsi di sorvegliarne le prove.

Il Corsaro fu eseguito a Trieste e non piacque; e si accus Verdi di voluta negligenza: mentre, da altra parte, con pi giusto criterio si tenne conto del suo stato d'animo turbato dai dolori cui la patria soggiaceva.
Forse c'entrava anche il dispetto verso l'editore; ma certamente il cuore del Maestro era tutto pieno di tristezza e di angoscia per la sventura italiana: e la mente sua non poteva trovare ispirazione in alcun soggetto, che non gli parlasse dello sconforto e della speranza del popolo d'Italia.
Il sentimento patriottico, in quel momento, fu troppo pi forte del sentimento artistico.
Ed in quel momento il genio di Verdi fu pari al sentimento degl'Italiani; e non volle parlare che dell'Italia sua.
E scrisse la Battaglia di Legnano.
Io penso allo slancio infrenabile che avr guidato Verdi all'inizio della sua nuova creazione; e penso all'ardore ed alla lena nella continuazione del lavoro; e penso alla forte commozione nel compimento dell'opera, che era la spontanea espressione del suo cuore d'italiano e che nei cuori italiani tanto entusiasmo doveva suscitare.
Quel godimento che la folla prova davanti all'opera d'arte, quando l'arte  vera e sincera,  gi stato provato a mille doppi dall'artista creatore, dall'artista che esprime il suo sentimento, tutto assorto nella interpretazione ideale, precisa e fedele.
Ma l'opera d'arte deve essere il prodotto genuino dell'ispirazione, il frutto vergine del genio.
Guai se l'artista si lascia vincere dallo scrupolo della teorica! L'opera sua non sar pi sincera. Il caldo paesaggio meridionale si cambier in nordica e gelata regione.
In arte, il genio  sole e la scienza  neve.
Al solo ricordo del successo immenso, incredibile, che la Battaglia di Legnano ebbe presso il pubblico di Roma,  facile immaginare con quale foga d'entusiasmo Verdi abbia compiuto l'opera sua.
Si sapeva che l'opera aveva un soggetto patrio, d'indole guelfa; ed in quel momento di fermento politico non si domandava di meglio. Gli uomini si recarono al teatro con la coccarda tricolore sul petto, mentre le signore distendevano sui davanzali dei palchetti sciarpe e nastri tricolori.
Fu un delirio! Si gridava insieme Viva Verdi! e Viva l'Italia! E tutti i cuori ebbero insieme ed ugualmente il ravvivamento delle speranze, il rigoglio dell'ardore, il presentimento della patria redenta.
Verdi esultava gi di quei pensieri quando scriveva l'opera.
Ma la generazione d'oggi non conosce la Battaglia di Legnano; e non la stima, perch legge nei libri che fu un'opera d'occasione, d'attualit; e che soltanto il soggetto e la nota politica le diedero unanimit di suffragi ed apparenza di trionfo, [come dice Anton Giulio Barrili]; e che il successo del primo momento fu dovuto anzitutto alla sovraeccitazione degli animi come stampa il Pougin; e che simile musica certo ha ben poco o nulla da vedere coll'arte, come scrive Gino Monaldi.
Certo, se oggi si parla d'occasione, si pensa subito all'inno scritto per l'inaugurazione di una qualsiasi esposizione di oggetti di guttaperca, e se si parla di attualit, si corre colla mente alle mazurke dedicate alla polvere dentifricia o al perfetto smacchiatore.
Ma allora, nel 1849, l'occasione e l'attualit rappresentavano qualche cosa di ben differente. E Verdi non era stato invitato a scrivere la sua opera da nessuna commissione di futuri cavalieri o commendatori. Aveva spontaneamente dato alla patria l'opera del suo genio e della sua anima.
Guardiamo come ne scriveva allora il Basevi:
"Al Verdi, che dal 1842 in poi regna solo in Italia, ben s'addice il nome di rappresentante del gusto musicale del suo tempo. Come tale egli doveva scrivere un'opera corrispondente al nuovo stato degli animi nell'anno 1848. E cos fece.... Erano i travagli dell'Italia giunti vicino al loro nodo, quando nel gennaio 1849 fu posta sulle scene in Roma la Battaglia di Legnano."
E guardiamo quello che ne diceva il Pallade, giornale di Roma, il 27 gennaio 1849, poche ore avanti della prima rappresentazione:
"La musica, se per lo innanzi, schiava di errati precetti, non valse che a deliziare mollemente gli esterni sentimenti dell'uomo; oggi ne rischiara e ne sublima gl'intelletti; e vestendo pi robuste armonie, apprestasi anch'ella ad innestare la sua gemma sulla corona della patria. Non invano dunque il Verdi imprendeva a celebrare la famosa Lega Lombarda, col titolo: La Battaglia di Legnano. Lombardo quale egli , offre con la penna il tributo che non potrebbe colla spada alla sua patria infelicissima, affinch dalle ricordanze delle glorie passate prenda ella ristoro delle sventure presenti e presagio dei trionfi avvenire."
E lo stesso giornale Pallade aggiungeva dopo la prima rappresentazione, il 29 gennaio: "Il "Verdi in questo suo lavoro ha levato il volo alla sublimit. Lungi dall'obbedire alle antiche leggi convenzionali, egli ha sentito che il suo spirito aveva bisogno di libert, come l'Italia d'indipendenza."
E pi sotto continuava: "Questa Italia oggi ha luogo di attingere dalla severit e robustezza di quest'ultimo patriottico lavoro quell'ardente scintilla che valga a ridestare e spandere il nazionale ordinamento."
Ecco quello che si pensava nel 1849 della Battaglia di Legnano!
Se oggi, dopo pi di cinquant'anni questa musica appare invecchiata agli occhi volubili della critica moderna, non si abbia il facile coraggio di condannarla; ma si pensi che, ai suoi tempi, seppe infondere tanto ardore nei petti degli italiani, e contribu non poco alla redenzione della patria.
Da qui a cinquant'anni non si parler nemmeno di tanta musica che ai giorni nostri pare dedicata dall'ebetismo moderno al godimento inesauribile dei sensi superficiali; o se ne parler come una delle cause dell'assopimento intellettuale, dell'impoverimento del sangue e dello snervamento della generazione futura.
La Battaglia di Legnano, in ogni modo, attraverser il corso dei secoli legata strettamente all'epopea famosa che prepar e compi l'unit d'Italia.
E venga pure il critico supino a dirci che quella musica ha poco o nulla da vedere coll'arte! Altro che arte! Arte prodigiosa! Arte che ha servito all'interesse comune ed alla gloria della Nazione!...
Ma chi m'intende, oggi che l'artista cerca soltanto  di curare il proprio interesse.... e quello del suo editore?...
Oh, quanto riusciamo meschini dal confronto dei tempi! Ecco: oggi stesso, a Parigi, si inaugura la nuova grande Esposizione Universale! Da oltre un anno, in Italia si  lavorato con grande attivit per trovare il modo di far figurare degnamente la musica del nostro paese nella capitale della Francia ed al cospetto di tutte le nazioni del Mondo. Si  pensato a grandiose riproduzioni dei nostri capolavori melodrammatici; ed al proposito il Panzacchi scrisse alcuni articoli nobilissimi; si  tentato di presentare i nostri migliori artisti della scena; si  escogitato ogni mezzo per mandare a Parigi almeno le nostre buone orchestre; ma a nulla sono riusciti Ministri, Sotto Ministri, Commissioni e Sotto Commissioni. Si  detto che il Governo non pu spendere, e chi vuole vada a spese sue.
E fino a questo punto, logicamente, pu andare anche bene; perch la finanza dello Stato non ha mai fatto, o non ha potuto fare, troppe concessioni all'arte nazionale, ed in special modo alla musica. Ma la Francia non ha domandato nulla alla Nazione sorella?...
Nel pensiero di offrire ai visitatori d'ogni paese un magnifico spettacolo musicale, non si  ricordata dell'arte italiana?

Sono ingenuo, forse, nelle mie interrogazioni; perch tutti pensano che la Francia ha compositori, artisti ed orchestre da vendere, e non sente alcun bisogno di noi.
Ma  qui appunto il mio grande sconforto.
Anche nel 1855 la Francia aveva Auber, Halvy e Berlioz; ma nell'occasione della Esposizione Universale di quell'anno, volendo offrire al mondo la primizia di un'opera nuova sulle scene del suo massimo teatro lirico, si rivolse all'Italia, a Giuseppe Verdi.
Oh, il disgraziato confronto come sgomenta il cuore!
Ed immagino il dolore grande di Verdi che, alla distanza di quarantacinque anni, ancora vivo e sano, oggi penser mestamente alla differenza dei tempi e degli uomini.
Facciamo anche noi quello che in questo momento far Verdi colla sua grande mente: abbandoniamo l'istante che ci rattrista, per ritornare al momento solenne nel quale Giuseppe Verdi consacrava il trionfo dell'arte italiana in faccia a tutti i popoli.
E sono al secondo punto capitale del periodo storico.
Invitato a scrivere un'opera per l'occasione della grande Esposizione Universale del 1855 a  Parigi, Verdi accett l'incarico; e si mise subito d'accordo coi suoi librettisti prestabiliti, per la scelta del soggetto.
Al giorno d'oggi chiunque avrebbe approfittato del favorevole contrattempo per rendere il pi alto omaggio alla nazione ospitale, scegliendo con ogni cura il pi adatto dei soggetti.
Ed io conosco qualcuno che, pure in circostanza ben dissimile e punto solenne, sta sobbarcando la propria fantasia all'apoteosi cortigiana dello straniero.
Invece Verdi, anche nella maestosit di quel momento, non seppe tradire il suo sentimento e le sue aspirazioni; non seppe dimenticare la Patria Santa a cui l'arte sua pareva interamente dedicata; e scelse il soggetto dei Vespri Siciliani.
Oggi, pi che allora, si pu ammirare la temerariet di Verdi che volle avventurare in estraneo suolo l'opera sua che inneggiava alla gloria del suo paese, addolorando il popolo che l'ospitava.
E non so che cosa debba maggiormente ammirarsi in Verdi se l'amore per la patria, immenso ed infrenabile, o la coscienza della forza del proprio genio.
Quando nel 1282 Giovanni da Procida intuon colle armi i Vespri famosi, fu un pianto solo di rabbia e di dolore per tutta la Francia. Ma quando  nella stessa Francia Giuseppe Verdi, nel 1855, intuon coll'arte sua divina i Vespri suoi, fu un grido d'esultanza per tutta la Nazione; fu un inno d'entusiasmo per l'arte italiana.
L'arte di Verdi si era superbamente imposta, vincendo tutti gli scrupoli della storia e della politica.
Io fremo d'orgoglio e di gioia al pensiero di tanta altezza d'ideale, sognata e raggiunta dalla potenza del genio d'Italia. E guardo disperato al vuoto che oggi ne circonda.
L'Esposizione Universale di Parigi del 1855 diede all'arte italiana l'alloro prezioso del suo maggiore trionfo; l'Esposizione Universale di Parigi del 1900 lascia oggi l'arte italiana a divorarsi da s stessa, accasciata nei suoi confini, intisichita dagli stravizi immondi.
E Verdi  ancora vivo.... e vede.... e rammenta.... e soffre pi di noi!...
Entro nell'ultima fase del periodo storico.
Un ballo in Maschera!
Qui non abbiamo affatto il soggetto patriottico che incita all'entusiasmo gli animi della folla; non abbiamo affatto l'opera di occasione e di attualit; eppure nessun lavoro di Verdi ha avuto tanta influenza sui destini della patria quanto Un ballo in Maschera.

La sola creazione intrinseca del genio di Verdi seppe compire il prodigio.
Il pubblico, nella grande commozione del successo rimasto memorabile, ebbe la visione di tutto il decennio trascorso fra i dolori e le ansie; rivide la figura del Maestro combattente per la Patria colle armi dell'arte e della gloria; sent risuonare ancora quei canti popolari che avevano sollevato d'esultanza ogni petto: comprese che la luce, appena intravveduta sull'orizzonte dei sogni, annunziava la vera aurora del sole della libert. La musica di Verdi parl ancora una volta al cuore ardente e generoso del popolo d'Italia.
Ed il popolo d'Italia intese quella voce; e l'intese sinceramente e grandemente nella pura espressione del suo linguaggio sublime.
Nessun concorso di elementi estranei in quella musica appassionata ed affascinante.
Il solo genio creatore di Verdi, ritraendo mirabilmente gl'impulsi del suo cuore, fece scattare il pubblico in una esplosione spontanea d'entusiasmo. Ed anche allora mille voci commosse ed esultanti gridarono insieme: Viva Verdi! Ma non era pi soltanto il grido di plauso all'autore fortunato e prediletto; non era pi la semplice acclamazione all'opera stupenda; non era pi la sola esaltazione dell'arte nostra: era il grido del popolo chiamato alla riscossa; era il saluto solenne e vigoroso al  precursore della redenzione nazionale; era l'inno vittorioso della folla risvegliata dalla grande luce della libert!
"Viva Verdi!" Fu il grido che part da Roma il 17 febbraio del '59 e che si ripercosse in tutte le parti dell'Italia, ingigantito dall'eco.
Ed a quel grido immenso che erompeva dai petti animosi di tutti gli italiani, fu compiuta la unit della Patria. Viva V. E. R. D. I.! Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia!
Che sia benedetto il fato!
Ma le glorie di Verdi, in quel periodo epico della vita italiana, furono molte al di fuori delle tre che ho tentato di illustrare. Dal 1849 al 1859 Verdi scrisse dieci opere, compreso l'Aroldo, che non  che lo Stiffelio riformato su nuovo libretto. E nelle dieci opere figurano quei quattro capolavori ormai consacrati alla storia immortale dell'arte dall'entusiasmo popolare di tutto il mondo: Rigoletto, Trovatore, Traviata e Ballo in Maschera.
Nessuna musica al mondo pi di quella di Verdi ha mai destato interesse e passione negli animi; e specialmente parlando delle quattro opere famose.
Ci sarebbe da scrivere interi volumi, se si volessero raccogliere tutti gli episodii di esagerato entusiasmo provocato dalla musica di Verdi; e si potrebbe cominciare dall'aneddoto di quell'ufficiale che, assistendo da un palco di quint'ordine ad una rappresentazione della Battaglia di Legnano, fu invaso da tale strano fanatismo che, urlando come un ossesso, gett in platea e sul palcoscenico, sciabola, spalline, cappotto e tutte le seggiole del suo palchetto; e stava per buttarsi lui stesso di sotto, quando fu agguantato miracolosamente e fu portato fuori del teatro.
Si disse, allora, che l'ufficiale era briaco; ma io non ci ho mai creduto.
Parecchi anni fa ero a Firenze; ed una notte, quando tornavo all'albergo, m'imbattei in una comitiva di cinque o sei giovanotti, che si erano fermati in mezzo alla strada e discutevano animatamente ed a gran voce. Sentii subito che parlavano di musica; e mi fermai cercando di afferrare il senso della loro discussione. Ma i giovanotti si mossero per fermarsi di nuovo dopo una trentina di passi: e rinnovarono questa manovra parecchie volte, ad intervalli che mi parvero perfettamente uguali. Io seguivo costantemente tutte le mosse della comitiva, rimanendo sempre ad una discreta distanza, che mi permetteva di non perdere una sillaba della vivace conversazione.
La disputa era accesa fra due soli della compagnia, e si dibatteva intorno alle opere di Verdi. L'uno dei due sosteneva a spada tratta il Rigoletto come l'opera pi perfetta della produzione verdiana; mentre l'altro urlava che il Trovatore poteva comprare tutte le opere di questo mondo, messe insieme.
Il resto della comitiva non prendeva parte alla discussione, ma ascoltava attentamente e con grande interesse.
Io, dapprima, cominciai per divertirmi a quella scena nuova e caratteristica: ma poi, a poco a poco, involontariamente mi sentii afferrato anch'io dall'interesse della disputa e dalla foga dei due contendenti; ed anche, se vogliamo, dalla logica delle ragioni addotte per convincersi l'un l'altro da quegli scatenati, che avevano perduto il sangue freddo prima del senso comune. (Cosa che non accade tutti i giorni!)
Altro che la convinzione del critico! Altro che l'eloquenza del conferenziere! Non sentir mai, in vita mia, una cosa simile.
Oramai il mio spirito era interamente conquistato. Dimenticai le ore piccine, non badai al frescolino pungente della notte, non pensai pi al povero portinaio dell'albergo che mi aspettava; e rimasi ad ascoltare avidamente.
La disputa, intanto, si accalorava sempre pi; e, ad un certo punto, entr in una fase impreveduta e singolarissima. I due giovanotti, non potendo convincersi a vicenda a furia di parole, cominciarono a cantare a squarciagola i pezzi pi salienti dell'opera rispettivamente preferita.

(Si concessero la prova di fatto, direbbe un pretore).
Non scorder mai l'effetto di quel duello in musica. Peccato che non si possa ridire!
Gridava l'uno: "Ma dove mi vuoi trovare una melodia pi toccante di tutte le feste al tempio?" E si metteva a cantare il motivo. E l'altro subito replicava: "E dove metti ai nostri monti ritorneremo?" E gi, a cantare anche lui. Ed il primo a riprendere: "Tu parli della popolarit del Trovatore, come se nel Rigoletto non ci fosse, la donna  mobile."
E l'altro: "La vorresti forse mettere al confronto del di quella pira?"
E le due voci s'inalzavano accanite nell'aria fredda della notte, volendosi ormai fare ragione colla forza.
Dal gruppo della comitiva, ad un tratto, si allontan per poco uno dei giovanotti che circondavano i due inferociti rivali: era senza dubbio un dissidente, perch sentii che cantava a mezza voce l'eri tu che macchiavi.
Ma gli urli dei due eroi della questione si erano gi resi insopportabili. Io non capivo pi nulla: era una scena infernale, un vero finimondo! Sentivo sbraitare i Cortigiani vil razza dannata! per tener testa a quell'infame l'amore ha venduto; e stentavo a riconoscere la bella figlia dell'amore  confusa e imbrogliata coll'Ah, s! ben mio coll'essere! a tale altezza di tonalit da far venire le vertigini.
La scena non poteva durare pi a lungo. Ed infatti i contendenti vennero presto alle mani; ed alle cavatine e ai si bemolli fecero succedere una vera grandine di schiaffi e di pugni. Gli amici durarono non poca fatica a dividere i focosi pugillatori; e per calmarli del tutto ci volle la voce del saggio della Compagnia che li ammon con poche parole che, a quell'ora ed in quel luogo, mi parvero una profezia: "Cosa andate a guastarvi il sangue col Rigoletto e il Trovatore, quando, come niente, domani Verdi viene fuori con un'opera nuova che si mangia in insalata tutte quelle che esistono?!"
Nessuno parl pi; e la comitiva si allontan lentamente nella notte silenziosa.
Ancora attonito per la scena nuovissima a cui avevo assistito, seguii collo sguardo quei bravi giovanotti che si dileguavano nel buio della strada; e posso assicurare che nessuno di loro era briaco.... neppure il dissidente.
Ebbene: io sono convinto che, oggi, soltanto dopo un simile spettacolo si pu avere un'idea dell'impressione che quella musica di Verdi destava nel pubblico ai suoi tempi. Come si pu comprendere oggi il primo entusiasmo della Battaglia di Legnano e l'estrema commozione del Ballo in Maschera?
Oggi si vuol far credere che l'arte non  pi popolare; e si parla di arte aristocratica, di arte coi guanti.... Coi guanti s! Ma guanti di lana e ben grossi, perch oggi l'arte  diventata fredda!
Nei teatri d'oggi si attaccano ai muri delle striscie di carta colla scritta: Si prega di non applaudire durante gli atti. Come se l'applauso fosse una volontaria manifestazione di cortesia.
Avrei voluto vedere il resultato pratico di quegli avvisi alla prima rappresentazione del Rigoletto!
Io intanto ho gi ritirato dallo stampatore i cartellini che far affiggere in teatro la sera della prima rappresentazione della mia nuova opera, e che portano la scritta: Si prega di non fischiare durante gli atti.
E non potr essere modesto neppure allora, perch sar semplicemente sincero.
Voglio sperare che nessuna persona dell'uditorio cos gentile si maraviglier del fatto che nella mia conferenza io non abbia nemmeno accennato ad un tentativo di analisi delle opere di Verdi; ed anzi credo fermamente che tutti avrebbero deplorato un simile proposito da parte mia.
La musica di Verdi  troppo superiore a qualunque analisi, perch tutta insieme sa troppo bene parlare alle fibre del nostro cuore.

 musica fatta di genio e di intimo sentimento.
Ma, anche volendolo, che cosa avrei potuto dire di Verdi, che non fosse gi noto a tutti gli ascoltatori?
Si voleva conoscere, forse, il mio giudizio sulle sue opere?
E che cosa vale il mio giudizio pi di quello di qualunque altra persona?... Domandatelo, dunque, ad altri; domandatelo a voi stessi. Il giudizio su Verdi sar sempre uguale presso tutte le genti che hanno un po' di cuore nel petto.
Si voleva forse che io analizzassi la produzione di Verdi dal lato della struttura, della costruzione, della matematica?
A parte l'irriverenza imperdonabile che avrei commesso, sarei stato nel caso di dire solamente che Verdi, fino dalle prime sue opere, fu sempre artefice sommo.
E tutti avrebbero riso della mia grande scoperta... e della mia grande ingenuit.
E allora?
Forse si aspettava da me una conferenza a base di aneddoti?
Ma, Dio mio, degli aneddoti della vita di Verdi sono stati empiti giornali, opuscoli e libri interi. Ed io non mi sarei mai sentito il coraggio d'inventarne di nuovi.

O mi si chiedeva un saggio di polemica coi detrattori del genio di Verdi?... Ma dove avrei potuto scavare i detrattori?... L'arte di Verdi non pu avere che ammiratori.
Non si tiri in ballo la critica d'un tempo crudamente ostile alle opere del Maestro; o la si porti ad esempio magnifico di avversari leali, accaniti nel giudicare l'opera del genio alla stregua delle cifre e dei sistemi; e vinti, alla fine, quando dalla loro mente cocciuta la potenza di quella musica pot scendere nel loro cuore.
L'arte di Verdi non ha che ammiratori, come il suo nome e la persona sua raccolgono l'affetto e la reverenza di tre generazioni sparse su tutto il mondo civile, dai nonni ai nepoti, dai ricchi ai poveri, dai regnanti ai plebei.
Io, qui, non ho voluto che tratteggiare la figura di Verdi in quel periodo della vita italiana che fu cos denso di gioie e di dolori, di speranze e di delusioni; ed ho voluto dimostrare quanto spontanea e grande fu l'influenza della sua musica su tutti gli avvenimenti di quegli anni di trepidazione, dalle prime aspirazioni all'ultimo trionfo.
Perci mi sono fermato sopra tre punti, che ho stimato capitali in riguardo alle opere di Verdi ed anche rispetto al periodo storico.
Non ho parlato delle altre opere comprese] nel periodo, perch esse, da s sole, parlano tanto eloquentemente ai nostri cuori.
Per, se vi accade d'incontrare in qualche libro alcuna allusione alla lotta del melodramma fra l'Italia e la Germania, pensate subito che Verdi da pi di sessant'anni combatte sul teatro italiano, regalando alla patria allori innumeri di gloria e trofei superbi di vittoria; e pensate che nessuna arme dei trofei, nessuna foglia degli allori sar giammai toccata, fino a quando l'opera di Verdi vivr nei cuori degli italiani, e fino a quando nel nome di Verdi le nuove generazioni continueranno la marcia trionfale per la strada maestosa tracciata dal genio dell'Italia.
E se vi viene fatto di leggere in qualche altro libro che certa musica di Verdi  barocca, ordinaria, forse triviale, pensate semplicemente che a chi giudica in modo simile manca del tutto ogni cognizione morale del sentimento del popolo ed ogni fibra di patriottismo.
E ancora: se trovate chi scrive che Verdi non  un vero genio originale e creatore, ma  un grande assimilatore del suo talento alla corrente delle varie epoche vissute; pensate che il critico si  alzato tardi ed ha trovato Verdi gi in piedi. Pensate che dal pregio pi raro si  voluto trarre fuori il difetto pi volgare.
Per certa gente corta di vista, ed alla quale  restano eternamente occulte le lontananze ardite, tanto nello spazio del passato come in quello dell'avvenire, la musica di Verdi segue i tempi; e certa gente non sa e non potr mai sapere quale invece sia stato lo sviluppo dato al dramma lirico italiano da tutta la grande produzione di Verdi, seminata con germe fecondo per tutto il lungo cammino di oltre sessant'anni. E crede di potere giudicare tutta quella immensa produzione riunendola oggi in un solo fascio e mettendola sotto una sola luce.
No! per giudicarla, bisogna distenderla di nuovo lungo tutta la strada maestra, sulla quale ha lasciato i segni miliari nel suo passaggio glorioso.
Abbiamo gi veduto se l'arte di Verdi seguiva i tempi nel 1849, nel 1855 e nel 1859. E li seguiva, forse prima coi Lombardi e coll'Ernani? E li seguiva col Rigoletto e colla Traviata? E li seguiva poi coll'Aida, coll'Otello, col Falstaff?...
L'arte di Verdi ha potuto, per una benedetta eccezione della natura, esplicarsi in uno spazio di tempo grandissimo; e, attraverso al rinnovellamento delle generazioni e dei governi, ha potuto, gradatamente e continuamente battere il passo alla imponente evoluzione musicale del secolo decimonono, tracciando quella strada superba dalla quale l'arte nazionale non dovrebbe mai allontanarsi.
Verdi  stato l'assiduo precursore d'ogni progresso, d'ogni conquista del melodramma italiano, come fu il precursore vittorioso della redenzione della Patria.
E voglia il cielo che Verdi sia ancora il precursore invocato, che ci additi i nuovi ideali da conquistare nel secolo nuovo!
 il migliore augurio per l'arte e per l'Italia.


IL RISVEGLIO DEGLI STUDI DELL'ANTICHIT CLASSICA.
 
CONFERENZA DI
GIROLAMO VITELLI.


Signore e Signori,

Non  mio costume eludere con sottili accorgimenti le difficolt di quel che imprendo a fare, ovvero liberarmi con disinvoltura dalle responsabilit che mi toccano; e se veramente fossi responsabile della conferenza, che vi toccher udire, saprei anche addossarmi la responsabilit che me ne verrebbe, e chiedere umilmente perdono di avervi ingannato con un titolo pomposo e di disilludervi ora con un discorso, a dir poco, troppo modesto; ma la mia generosit non arriva a tanto da rispondere di colpe cos gravi, quando non sono colpe mie. Sar generoso soltanto in questo, che non vi mostrer a dito il colpevole, quantunque io lo veda sorridere maliziosamente fra i miei gentili ascoltatori.
Lo conferenze a cui avete assistito finora, e quelle che ascolterete in questa sala in quest'anno, tutte pi meno si sono contenute e si conterranno nel limite cronologico del periodo eroico del nostro risorgimento nazionale, suppergi dal 1848 al 1860. Ora, che cosa dovrei io dirvi del risveglio degli studi classici in cos ristretto periodo di tempo, quando ai nostri migliori ben altre cure incombevano che non fossero quelle di interpretare Cicerone od Omero? Dovrei forse ricordarvi e spiegarvi quanta ragione avessero i nostri giovani di lasciare in seconda e terza linea gli studi che immediatamente non avrebbero per nulla giovato alla indipendenza, alla libert, all'unit della patria nostra? Dovrei dirvi, in somma, che risveglio di studi classici non vi fu allora, n vi poteva essere, n vi doveva essere; o forse dovrei mettermi alla faticosa ricerca di quei quattro o cinque solitari illustri che, pure accompagnando col pensiero e coi voti l'ra nuova, ingannavano le ansie delle aspettazioni, investigando alla "fioca lucerna" d'una modesta stanza di lavoro le costituzioni, la lingua, la civilt dei nostri padri antichi? Altri da codesto vivo contrasto di operosit politica e di studi tranquilli saprebbe trarre eloquentemente partito, lo riuscirei soltanto a dimostrarvi quello che gi sapete, che una rondine non fa primavera, che un illustre epigrafista, un valoroso interprete di Tucidide, un geniale investigatore di memorie antiche pu lasciare orme indelebili del suo ingegno e della sua dottrina  nella storia della scienza, ma non per questo la nazione a cui egli appartiene e il popolo in cui egli vive possono e debbono esser considerati come coefficenti e fattori di progresso scientifico. Voi non ignorate qual tesoro di dottrina e di genialit filologica possedesse il poeta dell'Ultimo canto di Saffo e della Ginestra; sapete anche per che non soltanto nel "nato borgo selvaggio," ma neppur nei grandi centri di cultura italiana quell'ingegno e quel sapere trovarono eco. Fu miracolo che alcuni dei nostri migliori, e sia gloria a Pietro Giordani, se ne accorgessero; e vi fu bisogno che dotti stranieri rivelassero all'Italia Leopardi filologo. Sempre nella prima met di questo secolo che muore, e che alcuni a dispetto di ogni aritmetica hanno gi seppellito, un miracolo di dottrina epigrafica e storica, Bartolommeo Borghesi, era noto ai suoi concittadini come colui che religiosamente ascoltava la messa tutte le feste comandate; ma essi non sapevano che il suo libro di devozione erano gli Annali di Tacito! Conoscemmo il Borghesi in tutta la sua grandezza, quando Teodoro Mommsen lo proclam suo maestro, e Napoleone terzo ne ordin a spese della Francia la ripubblicazione delle opere preziose.
Ma io corro pericolo che alcuno di Voi mi creda calunniatore del mio paese. Tante e tante volte da persone, o per merito proprio o per dignit  raggiunta autorevoli, Voi sentiste dire invece che negli ultimi quarant'anni di vita italiana, era venuta ad affievolirsi miseramente quella scienza e cultura classica che era stata vanto dei padri e degli avi nostri. Non io vorr ridurre tutte queste affermazioni a vane querimonie di venerandi vegliardi, cui l'et rende inesorabili laudatores del passato. Vi dir, invece, che c' qualche cosa di vero in questo lamento, in questo confronto non vantaggioso per l'et nostra, in questo biasimo severo contro la superficialit moderna; ma perch si possa riconoscere nei giusti limiti questa parte di vero e convincersi nonostante che, se di risveglio di stud classici dovremo parlare, ci converr appunto cercarne le tracce in questi ultimi decennii,  indispensabile premettere alcune considerazioni generiche un tantino noiose, che ci rendano possibile distinguere tendenze e fatti che generalmente si sogliono confondere.
La storia dell'antichit romana  storia della patria nostra, storia dei nostri diretti progenitori; e poich questi nostri antenati, orgogliosi e fieri conquistatori e reggitori del mondo, non disdegnarono assimilarsi la cultura, la scienza, la poesia del popolo ellenico, creatore di quella civilt che sar poi detta europea, anche la storia dell'antichit greca vi si connette indissolubilmente.  Non  meraviglia perci che, diradate appena le tenebre pi o meno dense della barbarie medioevale, appunto in Italia cominciasse e splendidamente cominciasse l'ammirazione per la forma e la sostanza della civilt antica, il desiderio ardente che in quelle forme brillasse anche una volta il genio della nostra razza. Firenze fu il cuore d'Italia in tutto quello splendido periodo di operosa ammirazione ed imitazione dell'antichit. Ai poeti, agli artisti, agli uomini di Stato, agli eruditi, ai banchieri, ai mercanti fiorentini, mette capo in massima parte quel complesso mirabile di fatti, di aspirazioni, di vita nuova, che sogliamo chiamare "rinascimento".
Pu darsi,  certo anzi, che un cos grandioso movimento fosse utopista nelle sue ultime tendenze finali; altrettanto certo  che in quella eccitazione di spiriti, come indubbiamente ebbe a soffrire la compagine morale del nostro carattere, cos si ritempr mirabilmente il nostro carattere artistico, e fummo per secoli i primi artisti del mondo. Ma io non ho n volont n scienza per trattare, e tanto meno per risolvere problemi storici di tal natura. Ho voluto semplicemente indicare quanto natural cosa fosse che in Italia gli studi della antichit classica avessero in origine scopi e tendenze di ritorno anacronistico alla civilt, alla lingua, alla letteratura, alla vita dei Greci e dei Romani.

Baster, del resto, dare uno sguardo, sia pure fugace, a quello che in fatto di lingua e di letteratura avviene in Grecia sotto i nostri occhi. I discendenti di Temistocle e di Aristide, ridonati dopo lunga servit a libera vita, vogliono attestare colla lingua e colle lettere la loro discendenza; e noi assistiamo attoniti ad un tentativo, che non possiamo dir sano, di sopprimere una lingua viva e vivace, che ha la sua ragione di essere nella storia dieci volte secolare del popolo che la parla, per sostituirvi artificialmente la lingua di Demostene e di Senofonte, parole, forme e costrutti morti e seppelliti da migliaia di anni. Ebbene, in altri tempi noi abbiamo accarezzata una utopia analoga, in forma, se si vuole, senza confronto pi grandiosa, pi artistica, pi bella; ma per diversit che ci fossero nel resto, il motivo psicologico non differiva gran fatto. Oggi questa tendenza anacronistica della riproduzione artificiale della vita antica , altrettanto naturalmente, scomparsa quasi del tutto. Innocui esempi, e solo nel campo delle lettere, rimangono le epigrafi latine, i versi greci e latini; questi noi ammiriamo soltanto come attestazione di versatilit d'ingegno, di amoroso studio dei capolavori classici, di squisitezza di gusto, ma n autori ne ammiratoli pensano o sognano che si arricchisca cos il tesoro della nostra lingua, della letteratura nostra.

Ora, si pensi quello che si voglia del valore oggettivo della evoluzione umanistica dal trecento al cinquecento, rimarr in ogni modo gloria imperitura dell'Italia l'aver conservato, trasmesso, arricchito, raccomandato ai posteri il patrimonio intellettuale ed artistico dell'antichit classica, patrimonio che  diventato il fondamento pi saldo, direi quasi la chiave di vlta del grandioso edifizio a cui diamo il nome di civilt moderna.
Ma sarebbe anche falso affermare che l'umanesimo italiano non si liberasse e non sapesse liberarsi dal concetto in apparenza grandioso, e in realt meschinamente unilaterale, della riproduzione artificiale; poich dall'Italia stessa part anche il doppio e fecondo concetto dell'antichit classica come vivificatrice delle nostre lettere, della nostra arte, del nostro vivere civile, e dell'antichit classica come argomento di studio indipendente da ogni determinata tendenza pratica, di studio a s e per s, di studio seriamente e scientificamente oggettivo. Dato e non concesso che altri possa non rilevare queste benemerenze dell'Italia nostra, non posso n debbo non rilevarle io: io ospite grato, e speriamo anche non sgradito, di questa Firenze dove fino dal sedicesimo secolo si ebbe fiorentissima una scuola di filologia classica, maestro sommo e venerato Pier Vettori.
Per venticinque anni dalla cattedra, nelle conversazioni,  nei privati colloqui ho esortato, sarei per dire con fervore apostolico, i giovani fiorentini a scrivere, dopo pazienti ricerche, un libro geniale che riportasse dinanzi al nostro pensiero viva l'immagine di quell'uomo, di quella scuola, di quei giovani ammiratori non meno della vita integerrima del maestro, che della scienza di lui; un libro geniale che dimostrasse, anche a quelli di noi che non vogliono intenderlo, come in tanto rinnovamento di scienza e di metodi la filologia del nostro tempo  pur sempre quella del celebrato fiorentino; un libro geniale, insomma, che sfatasse una buona volta la vieta leggenda, per cui continuatori dell'opera dei nostri grandi eruditi pretesero, e forse pretendono ancora, chiamarsi i rtori inverniciati di frasi greche e latine, gli arcadi della filologia che fecero sparire il nome italiano dal libro d'oro della scienza dell'antichit classica. Mi duole confessarlo, ma il mio fervido apostolato non ha avuto efficacia se non sulla tranquilla fantasia di un giovane tedesco di Francoforte, che, se non altro, ha raccolto e pubblicato utili materiali di studio sul nostro grande filologo. Non dir gi che ai giovani fiorentini non garbasse scrivere un libro geniale; dir piuttosto che hanno sdegnato le lunghe, difficili e pazienti ricerche, senza le quali i libri geniali non si scrivono.

In Italia, dunque, si ebbe abbastanza presto l'intuizione sicura dell'importanza grandissima degli stud classici, sia come sano e nutritivo elemento dello spirito moderno nella letteratura e nell'arte, nella politica e nella scienza, sia come oggettiva e serena investigazione storica. Porterei vasi a Samo e nottole ad Atene, se credessi necessario dichiarare con esempi la mia affermazione rispetto all'indirizzo che dir imitativo del classicismo italiano, sebbene la parola imitazione non risponda adeguatamente al concetto. Tutta la nostra letteratura, per non dire altro, ebbe vital nutrimento dell'antichit classica; e se i meno dotati d'ingegno riuscirono spesso gretti imitatori, il genio dei nostri grandi seppe anche derivare dalle fonti classiche, forme d'arte meravigliosamente originali nella grandiosit della composizione, nella plasticit delle immagini, nel colorito smagliante della elocuzione e dello stile. A porre in luce meridiana questo benefico influsso del genio antico sulla poesia e sulla letteratura nostra, molto prima che cominciasse l'affannosa e febbrile investigazione delle memorie classiche, provvide il poeta fiorentino che  gloria del mondo, il poeta di cui aumenta la gloria quanto maggiore  la cura con cui si rintracciano le fonti classiche, non del "bello stile" soltanto "che gli ha fatto onore", ma di ogni sua pi mirabile concezione poetica.

E se a qualche cosa, Signore e Signori, la storia vale, essa dovr valere indubbiamente a farvi diffidare di una certa moderna dialettica che si affatica a dimostrare spezzato ogni legame tra lo spirito dei tempi nuovi e la vita antica. Manca a me ingegno e dottrina per sottoporre a serio esame questi aforismi modernissimi nel campo della scienza, della morale, della religione. Ma quale , di grazia, quale  la forma moderna d'arte che non abbia radice, e radice tuttora vegeta, nella fantasia divina dei Greci? Quale , di grazia, il gran concetto giuridico moderno che non sia vivace rampollo dell'albero maestoso del giure romano? A qual mai progresso intellettuale o morale la sete del sapere degli Elleni e il senno pratico dei romani furono di ostacolo? Non attribuiamo, per carit, gli errori, la gretteria, la pedanteria di alcuni ammiratori dell'antichit agli spiriti magni della antichit stessa, anzi al genio riformatore di quei due popoli privilegiati. Io auguro, dunque, al mio paese, che ancora per lunga serie di secoli i suoi poeti e i suoi dotti giureconsulti, gli scenziati e gli artisti nel pi lato senso della parola, ricorrano incessantemente a ritemprarsi lena e vena nella scienza e nell'arte antica, nella rigogliosa umanit antica; e sappiano farlo non meno bene di quanti da barbari in grazia di essa divennero civili, e la energia nativa correggendo su quei sacri modelli, divennero essi stessi modello di operosit feconda a noi, che beatamente ci adagiammo nella persuasione che i nostri avi avessero gi fatto abbastanza per s e per noi!
Col nobile intento di richiamare gli italiani alla cultura classica, ha da pochi anni vita in Firenze una Societ che tutte le persone colte dovrebbero desiderare prospera, efficace, n dovrebbe il desiderio rimanere soltanto platonico. Solo per opera di una grande societ siffatta si potr sottrarre l'indirizzo della educazione e della cultura italiana all'aura mutevole e capricciosa delle assemblee politiche e dei gabinetti dei ministri. E non soggiungo altro, poich non pu essere oggi mio intendimento consumare il tempo, di cui per cortesia vostra dispongo, in argomenti abbastanza estranei a quello che debbo trattare: giacch io credo di dovervi parlare soprattutto della scienza dell'antichit classica come disciplina a s, abbia o non abbia stretta attinenza colla cultura generale italiana. Ma, sarebbe vano negarlo, anche questa scienza in tanto pu fiorire in qualsivoglia nazione del mondo, in quanto tra quella nazione  larga ed estesa la cultura generale donde la scienza muove. Anche qui la storia viene in nostro aiuto a farci toccare con mano che ogni grande e vero progresso della scienza dell'antichit classica  si  verificato appunto dove e quando la cultura generale classica fu pi estesa e pi intensa; e viceversa dovunque il classicismo non fu largamente in onore come strumento di educazione, col fu anche meno abbondante e salutifero il frutto della scienza. N questo soltanto c'insegna la storia. Essa c'insegna inoltre che tale e tanta  la connessione fra la civilt, la cultura, la lingua, la scienza greca e romana, che opera vana tenterebbero quelle nazioni o quegl'individui i quali, dimentichi di questa connessione intima, credessero di portare un contributo largo ed importante alla investigazione scientifica o storica di una parte sola dell'antichit classica. Io non conosco nessun grande latinista, italiano o straniero, dell'et nostra o delle precedenti, che non sia o non fosse in grado di trattare filologicamente i monumenti, gli scrittori, le fonti elleniche; e non so neppure di alcun grande ellenista digiuno di erudizione e di scienza latina. So,  vero, di un valentuomo (non italiano!) del nostro tempo, il quale, essendo egli profondo latinista, non dubit di affermare che latinisti a preferenza erano stati i corifei della nostra scienza. Ma l'affermazione  certamente falsa, perch io in coscienza non saprei dirvi davvero se, per esempio, Pier Vettori e Riccardo Bentley fossero pi latinisti o grecisti, e perch potrei addurre una bella schiera di grandi grecisti che non dimostrarono egualmente al pubblico la loro scienza di cose latine. Ma non mette conto di perdere del tempo a dimostrar vana un'affermazione che evidentemente ha origine dalla vanit del latinista che la emise, e che era egli stesso, del resto, un grecista valente. Pur troppo, come vedete, neppur la filologia classica  preservativo efficace contro la vanit. In confidenza, vi dir persino che i filologi classici sono spesso anche pi intollerabilmente vani degli altri.
Sarebbe, pertanto, oltremodo facile dimostrare, anche teoricamente, quanto impossibil cosa sia tener distinto il lavoro scientifico nell'un campo, greco o romano, dal lavoro scientifico nell'altro. Scienza ed arte romana sono riflessi e svolgimenti di arte e scienza greca: pretendere di capir quella senza capir questa varrebbe presso a poco quanto illudersi d'intendere l'umanesimo del rinascimento senza conoscere quell'antichit che l'umanesimo consapevole o inconsapevole cercava di riprodurre. Si potrebbe forse comprendere adeguatamente la produzione intellettuale dei Greci, in quanto essa  in massima parte indipendente da influssi forestieri, e ad ogni modo procede per vie affatto sue anche quando dal di fuori trae l'origine; si potrebbe forse comprenderla adeguatamente, se completa e in tutte le sue manifestazioni essa ci fosse giunta. Invece c' giunta in frammenti, grandiosi frammenti se volete, ma frammenti, spesso da rintracciare in fonti romane. Sopprimete tutto quello che dei Greci sappiamo e possiamo investigare a traverso i riflessi, le imitazioni e le ricerche romane, e vi accorgerete subito che quella meravigliosa statua mutila, simbolo dell'antichit ellenica, voi avrete pi barbaramente mutilata.
Ma poich n io n Voi siamo vandali, possiamo e dobbiamo augurarci che da tale vandalismo l'Italia nostra sia risparmiata; n  vano l'augurio, perch in realt anche gli stolti, dei quali, come dice il poeta, infinita  la schiera, non si farebbero mai tra noi paladini esclusivi di stud greci. Il pericolo  piuttosto nell'altrettanto assurda persuasione della possibilit di un classicismo italiano fecondo e operoso, a base esclusiva di latinit e di romanit. Ho detto persuasione, ma tale io non credo che sia:  piuttosto la solita tendenza a blandire le turbe infinite che vogliono bens penetrare nell'aristocratica rcca del classicismo, ma naturalmente vogliono anche che sia pi alla portata degli inetti questo titolo di nobilt. Ebbene, noi non abbiamo bisogno di sperimentare questo classicismo che  stato detto "a scartamento ridotto"; lo abbiamo gi sperimentato per secoli. Poco fa io rammentava con entusiastica ammirazione Pier Vettori e la sua scuola, ma  doloroso dovere aggiungere che, estinto quell'uomo e quella scuola, lo studio dell'antichit classica in Italia si aggir fatalmente in un mbito sempre pi ristretto. Scienza e conoscenza di lingua e di cose greche and a mano a mano scomparendo; antiquaria romana e retorico umanesimo latino furono sino all'et nostra unico residuo di un movimento scientifico iniziato animosamente, e coronato nel suo inizio da splendido successo. Voi sapete ormai che non voglio nient'affatto parlarvi di persone. Non mi opporrete perci quella mezza dozzina, e sia pure una dozzina, di valentuomini che dal seicento ad oggi lavorarono felicemente nel campo greco. Non vi abbiate a male se vi dico che li conosco anch'io come li conoscete Voi; ma essi sono quasi addirittura estranei al movimento scientifico del nostro paese, n fu merito dell'Italia se il resultato delle loro dotte ricerche entr a far parte del patrimonio della scienza.
L'esperienza dunque noi la abbiamo fatta, e ci rimane il rimorso di averla fatta durare troppo a lungo. Quali resultati se ne siano avuti, lo sappiamo. Neppure nella scienza antica latina, l'Italia, per tre secoli, ha rappresentato quella parte a cui la nativa prontezza di ingegno, la conformit grande di sentimento e di attitudini con la vita civile degli antichi, la tradizione infine e la storia la avrebbero chiamata. Col nome di dottrina classica battezzammo una vuota declamazione retorica, demmo nome di storia a compilazioni di aneddoti, a frasi reboanti demmo nome di eloquenza, alle curiosit demmo il nome di erudizione.
Volle fortuna che il nostro classico suolo rimettesse incessantemente in luce monumenti, opere d'arte antica, che richiamarono alcuni nostri studiosi a un indirizzo positivo di investigazioni e ricerche; e avemmo cos epigrafisti e antiquari di molto maggior valore che per le condizioni delle altre discipline filologiche avremmo avuto diritto di aspettarci. Le cose sono mutate in meglio appunto nella seconda met del nostro secolo, vale a dire dacch gli studi classici greci sono tornati in onore, dacch le lingue e le lettere greche non sono pi misterioso patrimonio di pochissimi, dacch ogni persona colta non dir che legga Sofocle e Omero, ma almeno ha acquistato la convinzione che leggerli e intenderli non  curiosit oziosa di gente oziosa. Non sono per verit tanto ingenuo da attribuire cos meravigliosa efficacia alle declinazioni e alle coniugazioni greche che i nostri ragazzi imparano nelle scuole. Ma non si tratta gi ora di farvi vedere quanto di pi e di meglio sarebbe possibile nelle scuole; si tratta di riconoscere un fatto innegabile. Noi italiani di punto in bianco abbiamo, dopo lungo abbandono, riconosciuto di nuovo il genio classico greco come elemento indispensabile di alta cultura generale, abbiamo modificato le scuole in questo senso, e secondo questo concetto, abbiamo improvvisato dei maestri che questo concetto attuassero, e in poche diecine di anni ci siamo messi anche in grado di lavorare, di contribuire modestamente, e sia pure modestissimamente, alla scienza della antichit classica. Non ignoro quali e quanti siano gli altri coefficienti di questi risultati, la ridestata coscienza nazionale, l'indirizzo serio e positivo degli stud affini, la scomparsa di quel vano orgoglio che ci faceva ignorare e disprezzare dottrine e scienze forestiere; ma questo vuol dire soltanto che per le progredite condizioni intellettuali del paese ci siamo finalmente avvisti che anche la nostra cultura classica era difettosa, e ci siamo studiati di farla completa con l'ellenismo, e l'ellenismo le ha dato quel vigore e consistenza scientifica che aveva per secoli miseramente perduta.
Difficile  fare la cronaca esatta di questa trasformazione, promossa da spiriti illuminati anche prima della met del secolo, ma sorretta solo pi tardi, e non sempre quanto sarebbe stato opportuno, dalla sapienza dei governanti. Anche prima del fatale anno 1848 la Toscana aveva in Pisa una istituzione benefica, i cui benefizi possono oggi dal punto di vista odierno apprezzare poco quegli egregi che, ricchi di entusiasmo e di ingegno, non vi trovarono prima del '59 la larga educazione scientifica di cui erano avidi: e noi, venuti un po' pi tardi, ma non troppo pi tardi, sappiamo quanta ragione avessero essi di dolersi che il tempo della loro balda giovent andasse consumato miserevolmente a scuola di inetti o poco meno che inetti: ma  pur vero che da quella scuola, perfino in quegli anni non felici, provennero molti di coloro che senza confronto meglio di tanti altri poterono contribuire utilmente alla trasformazione delle nostre scuole e spianare la via a noi altri allora giovanetti, che, compiuta la unit d'Italia, avemmo in essi i nostri maestri, e non di greco soltanto.
N perch ho ricordato espressamente la Toscana, vogliate supporre che io dimentichi la efficacia della legislazione scolastica piemontese, estesa con savio consiglio a tutta l'Italia: per essa avemmo un ordinamento razionale di stud, imperfetto quanto si vuole, ma di gran lunga pi razionale e pi largo che non usasse nelle scuole multiformi del resto d'Italia. E poich della oppressione politica austriaca dicemmo sempre e volentieri tutto quel male che essa meritava,  anche giustizia riconoscere che troppo pi difficile sarebbe riuscito alla Italia nuova rinnovare e integrare il classicismo vieto e monco delle nostre scuole, se dalla Lombardia e dal Veneto non ci fosse venuta una schiera di valentuomini, cui la tirannia politica non aveva spento in cuore l'amor di patria e la scienza tedesca dall'Universit di Vienna aveva messi in grado di sapere per quali vie e con quali mezzi tornerebbero gl'Italiani alla vita scientifica, anche in quel ramo di cultura che era sembrato per secoli pi che altro svago innocente degli spiriti, strumento semplicissimo per darsi aria di letterati finamente colti, infiorando di emistichii oraziani e virgiliani il discorso. Resti ad altri l'ufficio gradito di celebrare, come meritano, gli uomini che pi direttamente promossero con l'insegnamento e con l'esempio gli studi italiani di antichit classica. A noi, che in tanta parte della nostra vita pubblica troviamo ragioni di sconforto, di scoramento, di dolore, sia dato compiere l'ufficio ben pi gradito, di proclamare cio che, se in complesso il classicismo italiano  ancora meschinello rispetto alla Europa civile, esso  grande rispetto alla vecchia Italia di cinquant'anni fa; e senza ingratitudine possiamo smentire, per questa parte almeno, l'antico poeta: l'et dei padri nostri port noi non peggiori, ma migliori di essi - senza ingratitudine, perch  merito dei padri nostri aver create quelle condizioni di vita civile che resero possibile a noi di metterci sulla via abbandonata da secoli e trionfalmente battuta da quei popoli ai quali noi primi l'avevamo additata. Quale  dunque l'augurio nostro per i nostri figli? Che essi continuino a smentire la sentenza pronunciata dal poeta romano, emendino i nostri vizii, colmino le enormi lacune del nostro sapere, siano liberi dai pregiudizi che arrestarono noi a mezza via, facciano dimenticare i nostri timidi tentativi, siano emuli degni degli spiriti nobilissimi cui noi potemmo tener dietro appena faticosamente e "longo intervallo;" sia lecito ad essi non essere equanimi verso di noi, sieno ingrati, ma sieno migliori di noi. All'esperienza nostra, per, vogliano pure ricorrere per amoroso consiglio. Sapremo dir loro quello che non abbiamo saputo far noi; sapremo soprattutto dimostrare i nostri difetti, sapremo porli in grado di non sciupare l'ingegno per vie tortuose o senza uscita, sapremo raccontare con la esperienza, con la vivacit, e, spero, anche con la veridicit del testimone oculare la storia dei nostri stud in questi quarant'anni di vita italiana.
Intanto, aspettando che i nostri figli e nipoti vengano a chiederci questi consigli e ad ascoltare questo atto di contrizione nostra e questa storia, io mi confesser sinceramente con voi - siamo nella settimana di Penitenza: - e poich mi  dato evitare una incomoda confessione speciale dei peccati miei, esclusivamente miei, e posso presentarvi la confessione generica degli Italiani del mio tempo, molto a buon mercato, come vedete, mi pongo in regola col santo precetto, tanto pi che, dopo tutto, la penitenza toccher non a me, ma a Voi. Se nella et che preced immediatamente il nostro risorgimento nazionale, l'Italia fosse rimasta miseramente indietro soltanto in fatto di stud classici, e nel resto avesse conservato importanza notevole rispetto alle principali nazioni civili, anche la scienza dell'antichit classica avrebbe rapidamente ripreso sviluppo e vigore, e rapidamente sarebbe passata dallo stadio recettivo allo stadio produttivo; ma a noi mancavano quasi totalmente i mezzi per iniziare un lavoro scientifico, mancava la conoscenza pi elementare della letteratura dell'argomento: letteratura enorme, frutto di trecento anni di studi assidui, di ostinate ricerche di Francesi, Inglesi, Olandesi e Tedeschi, soprattutto di Tedeschi, che, ultimi in ordine di tempo, avevano ereditato e da un secolo tenevano lo scettro della scienza della antichit classica, l'avevano meravigliosamente promossa in ogni disciplina, ne avevano disposte le parti, le avevano dato forma e carattere di vera e propria scienza. Che in tali condizioni un italiano di alto ingegno anche senza educazione e senza preparazione metodica potesse prendere parte attiva e contribuire efficacemente alle investigazioni scientifiche, non lo escluder io, che so come e quante volte la ipotesi sia stata realt. L'alto ingegno sa prescindere da condizioni anche indispensabili; ma, come ho gi detto,  non sono singoli e isolati uomini d'ingegno quelli che determinano il movimento scientifico del loro paese. Ai pi parve, e non poteva non parere, che dovessimo anzitutto addestrarci a maneggiare gli strumenti del mestiere; e gran parte della attivit nostra fu rivolta a impratichirci di lingue straniere, del tedesco principalmente, e a renderci familiari i manuali, le monografie straniere, principalmente tedesche, e lo facemmo in molti; e la generazione mia ebbe meno difficolt a farlo che non ne avesse la generazione precedente. Gli uni e gli altri ci ridemmo della noma di tedescanti, della quale i vecchi, meritamente e immeritamente autorevoli, ci gratificarono. Opera egregia e proficua fece allora chiunque contribu, sia pure in proporzioni microscopiche, alla diffusione in Italia di libri stranieri, chiunque fece conoscere studi e metodi a cui l'Italia non era pi avvezza, e che sarebbe stata cosa ridicola ripristinare in quella forma in cui l'Italia li aveva lasciati tre secoli innanzi. Onore e riconoscenza si deve a tutti quei valentuomini che, traducendo, compilando, compendiando riuscirono a poco a poco a mettere in contatto diretto la giovent italiana con la filologia tedesca: e credo che per parecchie altre scienze si debba e si possa dire lo stesso. Giovani benemeriti del loro paese furono quelli che secondarono con ardore questo impulso, e ben presto avemmo una schiera di non indotte persone, capaci di fare altrettanto, e lo fecero, magari con pi ardore, e continuarono ancora quando forse sarebbe stato possibile e desiderabile qualche altra forma di operosit letteraria.
Ho promesso di essere sincero, e lo sar anche a costo di sembrare esclusivo, perch ho la coscienza di non essere esclusivo, e delle apparenze non soglio darmi gran pensiero. La scienza della antichit classica  scienza enormemente complessa,  scienza della vita greca e romana in tutte le sue manifestazioni letterarie, scientifiche, civili, religiose, politiche, morali ecc.; mirabilmente varie attitudini esige da chi voglia abbracciarla tutta, e forse non  ancora nato chi nel vero senso della parola tutta la abbia posseduta. Negli individui essa  piuttosto aspirazione che possibilit realizzabile, ma povero quell'individuo che tale aspirazione non abbia, che nelle ricerche speciali e minute perda di vista e disprezzi la scienza del tutto! I tedeschi hanno avuto la fortuna di concentrarvi dalla met del secolo scorso alla et nostra un'ingente massa di studiosi educati allo stesso modo, preparati con gli stessi metodi, perseveranti e idealisti per qualit di razza;  addirittura miracolosa la tenacia con cui generazioni di dotti si sono succedute in lavori ingrati di minuzie, di analisi, di inventario, di pura statistica, di lessicografia, di grammatica. Onde avviene che oggi il giovinetto tedesco, solo perch tedesco, in condizioni normali si trova ad avere assorbito, sarei per dire, atavisticamente gran parte di quella preparazione formale che noi siamo ancora costretti ad esigere esclusivamente dalla scuola, da una scuola che forse essa stessa non dar mai tutti i frutti della scuola tedesca. Ma, quantunque per indole il tedesco sia portato alla costruzione sistematica, e debba quindi preferire nelle scienze quelle discipline che della scienza sono piuttosto il coronamento che la base, nonostante  relativamente raro il caso che i giovani trascurino quella preparazione formale, la quale permette loro di affrontare tutte o quasi tutte le difficolt della speciale disciplina a cui si dedicano; per non dire poi che anche oggi, cio in un'epoca di reazione contro la filologia formale, anche oggi  sempre e quasi esclusivamente tedesca anche la produzione filologica fondamentale sulla quale edificano lo storico della letteratura e della scienza, l'archeologo e il giurista, il linguista, ecc. Da noi invece sono diverse le tendenze e diversi i resultati. Le indagini storiche, letterarie, filosofiche sembrano pi facilmente guidarci alla scienza. Ognuno capisce che se rivolge le sue cure a studiare, poniamo, la Storia naturale di Plinio, a indagarne le fonti libro per libro, capitolo per capitolo, a cercare di determinare nei pi minuti particolari i caratteri di lingua e stile dell'autore, a proporsi insomma come principale intento di una intera vita di studioso la critica e la esegesi di Plinio, ognuno capisce che cos facendo non gli rimarr tempo per illuminare del suo genio tanta altra parte della antichit classica; e perci invece di studiare Plinio, mal si resiste alla tentazione di far ricami dialettici sugli studi altrui: tanto pi che non  estremamente difficile a quattro opinioni diverse opporne con qualche verisimiglianza una quinta, ricavata per eliminazione dall'esame delle obiezioni gi fatte da altri alle prime quattro. Poniamo anche - ed  temeraria ipotesi - che questa quinta opinione sia la vera, e passi nella scienza col nome italiano: ma Plinio rimane nonostante monopolio della filologia tedesca.
Or non  esagerazione dire che buona parte della nostra produzione scientifica prenda le mosse non dallo studio immediato e diretto delle fonti, ma dalle indagini altrui; non penetri nelle viscere dell'argomento, ma si riduca a esercizio dialettico sulla discordia degli altri. Sar anche vero che i tedeschi abusino della parola Grndlichkeit, con la quale indicano appunto la tendenza amorosa e ostinata a sviscerare le questioni; ma non ho il coraggio di dire che essi abbiano sempre torto, quando ci rimproverano appunto difetto di Grndlichkeit, difetto tanto pi pericoloso in quanto spesso e volentieri si accompagna a una curiosa forma di orgoglio nazionale. Nella scienza dell'antichit, si dice, c' posto per tutti. Il lavoro minuto e paziente non  per noi, che generalmente abbiamo ingegno e fantasia da vendere e da donare. Fuori d'Italia ci preparano e ci sbozzano la materia greggia, in Italia la metteremo in opera, lavoreremo di fino, daremo l'ultima mano. Naturalmente sciocchezza siffatta neppure gli stolti si arrischiano ad enunziarla cos come ho fatto io, senza ambagi e senza circonlocuzioni, ma pur troppo lo stesso concetto traspare talvolta anche dalle parole di persone non stolte che si sono illuse, e forse ancora si illudono, si possa parlare di scuola italiana di filologia classica, quando questa scuola non dia essa l'indirizzo alle discipline fondamentali della scienza. Non temete che io voglia trattenervi a lungo su questo punto, che pure  di vitale interesse e meriterebbe ampia trattazione. Mi basteranno per oggi quattro parole, ma alla buona anche queste, e saranno sufficenti, oso dire, perch voi vi uniate a me nel combattere tale assurda tendenza.
La scienza dell'antichit classica  un complesso di sapere storico,  storia dell'antichit classica: ha quindi base e fondamento in testimonianze storiche, non in concetti della nostra mente. Queste testimonianze storiche sono le fonti della scienza, e si riducono a due categorie principalissime: monumenti scritti e monumenti non scritti. Da una parte dunque le opere superstiti dei poeti, degli storici, dei filosofi, le iscrizioni pubbliche e private, le leggende delle monete ecc., e dall'altra parte i frammenti superstiti delle opere d'architettura, di scultura, di pittura, gli oggetti di uso comune e cos via. I monumenti non scritti, che si potrebbero dire monumenti muti, sono spesso di gran lunga pi eloquenti di tutti gli altri. Un fregio del Partenone vi d dell'arte antica un'idea ben pi viva ed esatta che non qualsiasi descrizione a parole. Ma la interpretazione, la classificazione, l'uso scientifico dei monumenti muti  impossibile, senza il sussidio costante dei monumenti scritti. Sopprimete, ad esempio, il libro di Pausania, e domandate agli archeologi quanta parte della loro scienza scompare. I documenti scritti sono dunque in primissima linea le fonti della storia dell'antichit classica, ma queste fonti non sono gi qualche cosa di fisso, d'immutabile. Esse scorrono abbondanti o scarse, limpide o limacciose, a seconda del lavoro buono o cattivo, che si  fatto, dir cos, nella cava di presa.  lavoro da scavatori, da zappatori, da facchini, tutto quel che volete, ma beverete acqua torbida se il lavoro non sar fatto a modo. Ora, tutto questo lavoro  nelle mani dei tedeschi da un secolo in qua. In buona parte la materia prima viene distribuita dai tedeschi al mitologo, all'archeologo e cos di seguito. E c' chi crede si possa imprimere la marca di fabbrica italiana alla storia greca e romana, alla storia letteraria, alla mitologia, alla archeologia, finch questa condizione perdura, finch  elaborazione tedesca il Livio e il Tacito di cui vi servite, il Virgilio che decantate, il Pausania che vi guida nelle vostre indagini archeologiche. Eppure quelli che tra noi hanno tenacemente combattuto per questo concetto cos evidentemente vero, che cio gl'Italiani stessi debbano sfruttare i tesori delle loro biblioteche, e mirare principalmente a impossessarsi delle fonti e imparare a prepararle per l'uso scientifico; quelli che hanno modestamente dimostrato come si possa e si debba riuscirvi, sono chiamati pedanti, e chi tali li proclama, trova persino appoggio in persone di senno.
Signore e Signori, io mi sono messo per una via per cui agevolmente potrei continuare parecchie ore con molta soddisfazione mia, con molto tedio vostro. Preferisco rinunziare alla soddisfazione mia, e concludere anche senza aver poste e senza aver dichiarate tutte le premesse. Gli studi classici in Italia si sono ridestati dal 1860 in qua, abbiamo una legione di filologi classici, e una discreta produzione scientifica. Si pu anche aggiungere che abbiamo nei vari rami della scienza  dell'antichit un numero notevole di opere di grandissimo valore, e dobbiamo compiacerci che il nome italiano ricompaia degnamente anche in questo ordine di indagini scientifiche. Ma conviene ricordarci che abbiamo dormito tre secoli. Lo stadio del risveglio  un po' in proporzione del lungo periodo di sonno, un po' di torpidezza occupa ancora il nostro spirito, non abbiamo ancora una visione esatta e sicura della via da percorrere: alcuni nuvoloni ministeriali di tanto in tanto ci risospingono nella inerzia, se non addirittura nel sonno. Il caldo sole d'Italia trionfer di questi umidi vapori, e fra cinquant'anni si potr, magari in questa stessa sala, affermare con verit che nella investigazione della antichit classica il nostro paese tiene gloriosamente il posto d'onore, il posto che merita. Per ora bisogner contentarsi di affermazioni molto pi modeste; e forse non troppo immodesta troverete la speranza mia che, parlando del risveglio degli stud classici, io non abbia risospinti nel sonno i miei gentili uditori.
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FINE.
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NOTE.
(1)	 Campagne de l'empereur Napolon III en Italie 1859, rdige au dpt de la guerre d'aprs les documents officiels tant directeur le gnral Blondel. Paris, Imprimerie Impriale, 1863.
(2)	 Il 14 marzo, genetliaco di Vittorio Emanuele II e di Umberto I.
(3)	 Aneddoto raccontatomi dall'illustre presidente della Camera italiana: Giuseppe Biancheri.
(4)	 Come le foglie. Atto III.
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FINE.
